Rio de Janeiro
di Ana Paula Maia, Brasile
(traduzione di Vera Araujo)



Cosa puoi fare in sei minuti e trentadue secondi?

Ci ho pensato l'altro ieri. Cosa puoi mettere in sei minuti e trentadue secondi? Ci metti Aqualung, il miglior brano musicale di tutti i tempi. Aqualung dei Jethro Tull.

Non saprei fare niente di meglio in questo lasso di tempo. Mi perderei. Non verrebbe fuori un poema, una scopata, nemmeno una sbronza. Aqualung è il mio fondale certe volte, il sentiero che si accende nella mia testa quando voglio celebrare qualcosa. Ballo come i greci, perfino quando sono triste. Ma non sono triste.

Ieri sono andata a vedere i travestiti in centro. Mi piace guardare i travestiti. Ero lì vicino e ho prolungato la passeggiata. Ero accompagnata, perché sono una ragazzina fragile e non sarebbe stata una buona idea girare da quelle parti da sola. Daniel, un amico, è venuto con me. La passeggiata è durata ben più di sei minuti e trentadue secondi, ed è sempre così. Guardare queste cose da vicino mi fa chiedere perché diavolo mi piace assistere alla promiscuità.

Rio sembra una città in rovina. Quella parte della città di sera sembra rovinarsi in silenzio. I culetti sodi esposti, le tettine gonfiate a base di molti ormoni; non so, è sempre strano, curioso. Guardare il movimento notturno, gli odori, i mendicanti, gli hippies, i cani. Sembra che tutto finirà con l'alba: quando arriva il mattino si dissiperanno tornando ai sotterranei, e usciranno gli altri.
Le strade del centro hanno frequentatori che escono solo di notte; dopo l'orario lavorativo, topi e mendicanti hanno qualche ora per sfruttare ciò che conosciamo solo di giorno. Sparsi negli angoli, isolati o in piccoli gruppi, stanno sempre lì a rovistare nel pattume, disturbando i topi che vogliono godersi la cena. I topi a migliaia sotto i nostri piedi, dalle fogne sotterranee vengono in superficie e sono costretti a disputarsi con l'uomo la roba da mangiare. Sicuramente un giorno si stancheranno, i topi, e avremo una rivoluzione, qui.

I topi escono dalle fogne per cercare resti di cibo, la gente cerca i resti del giorno. Una città come questa produce molto cibo, avanzi, spazzatura e gente come te e me. Sono un avanzo del giorno, se mi distraggo, i topi mi divorano.

Camminando verso la metro incontro un vecchio seduto per terra. Sporco e puzzolente. Nemmeno i topi si avvicinano, forse lo faranno solo quando sarà morto per trascinare la carcassa verso le fogne; cibo per parecchi giorni. Un vecchio fragile, di sicuro nemmeno le ossa resterebbero. Deve avere l'osteoporosi; ossa croccanti e facilmente triturabili per roditori. Un affronto di orrore smisurato.

Dice che ha una ferita e che me la farà vedere se gli do qualche spicciolo. Perché dovrei voler vedere una ferita? Dalla misura della benda sulla sua gamba dev'essere grande. Rido per le sue chiacchiere. "Vieni e guarda" mi dice il vecchio. "Ho una ferita qui e non ne hai mai visto una così prima". Passo e ripasso davanti a lui, ignorandolo, ma è troppo tardi. Sento degli spiccioli in tasca e glieli tiro. Voglio vomitare. Per la ferita, per la mia curiosità. Ci sono larve che nuotano nella carne spugnosa. Viene divorato vivo e i topi lo circondano, rispettosi dell'arduo lavoro delle larve, per poi trascinarlo via.

E Aqualung continua a suonare.

Sei minuti e trentadue secondi moltiplicati per cinque. Viene una gran voglia di celebrare i culi, i cani, l'odore di sigaretta nei miei capelli, la mia lingua bruciata dalla minestra calda. Celebrare le riconciliazioni, i nuovi amici, quelli che verranno. La primavera che presto arriverà...



Testo segnalato da: Vera Araujo
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