Mosca, stazione Leningradskij
di S.Juzmuchametov, Russia
(traduzione di Manuela Vittorelli)



Il vecchio camminava nell'area delle Tre Stazioni, camminava e poi all'improvviso cadde. Era lì che arrancava con il suo bastone, e guardava di sbieco il chiosco che vendeva birre e carabattole, e sbam!, eccolo steso a terra. Con una mano rivestita di un guanto grigio frugava l'asfalto.

I passanti gli sgambettavano accanto. Giovedì, centro città, sette di sera. Chi andava a casa, chi a donne, chi al secondo turno di lavoro. E adesso un vecchio gli rotolava sotto i piedi. Era riuscito a stramazzare proprio sul passaggio pedonale, tra la metropolitana e il sottopasso. Tipico, riuscivano tutti a evitare di dargli un calcio, o perfino a toccarlo. Lo scavalcavano con attenzione e passavano oltre. Giusto: il vecchio si era sdraiato per terra, meglio lasciarlo stare. E’ un paese libero, il nonno poteva stramazzare dove voleva, era una faccenda personale. Mica dava fastidio, non metteva mica il suo bastone tra i piedi di qualcuno; aveva il diritto di stare lì. Le brave persone di oggi passano oltre. La vecchiaia qua è rispettata.

E tuttavia decisi di avvicinarmi. Forse si era sentito male all'improvviso oppure aveva avuto un piccolo attacco. Continuava a starsene lì. Come dicevo, era lì che camminava e giù! Eccolo per terra. Si lamentava piano. Beh, pensai, sta male. Mi avvicinai.

E allora mi resi conto che non era uno di quei vecchi che si stendono sull'asfalto a riposare nell'area delle Tre Stazioni. Aveva i vestiti puliti; vecchi, ma puliti e non strappati. Sul maglione sotto la giacca a quadri sbottonata aveva appuntata la medaglia di secondo grado della Guerra Patriottica. Non emanava odore di urina né d'alcol.

Gli dissi, Nonno, allora non ti sei steso, sei caduto. Lo tirai su - mamma mia che pesante - e lo trascinai accanto al muro della Leningradskij. Normalmente non mi sarebbero bastate le forze per tirar su quel peso: sono gracile. Ma lo trascinai.

Lo trascinai, mi chinai e gli chiesi nuovamente: Che ti è successo? Hai bisogno di un medico, di un poliziotto o telefoniamo semplicemente a casa? Il vecchio non rispose: muoveva solo il capo indicandosi le gambe, come a voler dire che il problema era tutto lì, e poi altri lamenti. E allora, che fare?

Feci lo zero-tre, e fui fortunato perché risposero subito. Dall'altro capo del filo si presentò una donna: la quattordici, disse. Almeno non era la quarantaquattro. Dalla voce sembrava una guardarobiera. Allora, disse, e così cominciai a spiegare. Uomo anziano, non sta in piedi. Mi dica l'indirizzo, fece lei. Stazione Leningradskij. Aggiunsi: Ingresso centrale. Ragazzo, fece la Quattordici, sei scemo? Guarda che questo è il Pronto Soccorso, una cosa seria, un servizio dello Stato, e tu stai lì a fare scherzi idioti. E mise giù.

Richiamai. Stessa cosa. Solo che stavolta la guardarobiera non era la numero quattordici ma la venticinque, e io non ero uno scemo ma un deficiente. Dissi al vecchio: Tu stai seduto qui, non muoverti, che io vado a cercare un poliziotto. Entrai nell'edificio della stazione.

Il poliziotto lo trovai quasi subito. Stava in piedi con aria d'importanza, e infilava monetine nella fessura di una macchina da gioco. Attento, speranzoso. Appena mi avvicinai gli uscì la combinazione da dieci. Contento, raccolse le monetine dalla vaschetta. Un buon momento per parlargli, pensai. Congratulazioni per la vincita, dissi, compagno sergente. E poi, tutto di filato: Non potrebbe aiutarmi?

Nessun problema, rispose gentilmente. Cosa ti è capitato? Non a me, dissi. Là vicino a un muro c'è un vecchio, non riesce ad alzarsi. Forse il problema sono le gambe. E non parla, si lamenta soltanto.

Allora il poliziotto mi squadrò in un modo tale da farmi pensare che la Quattordici e la Venticinque avessero ragione. Scemo e deficiente. Senti, fece quello, mi prendi in giro? Alle Tre Stazioni ci sono vecchi così, sono peggio di tre ospizi. Bel modo di distrarti. Fila via, prima che ti chieda di mostrarmi i documenti.

E allora pensai: forse me ne devo andare sul serio. Il nonno è a posto, l'ho tolto dal passaggio, non dà disturbo a nessuno. Che se ne stia seduto. Non chiede da mangiare. Ma ormai c'ero e non potevo tirarmi indietro. Così non mi spostai. Andiamo, proposi, venga a vedere lei. È un vecchio normale, non un vagabondo né un ubriaco. Sta male, non si può lasciar perdere. Al diavolo, rispose lui, allora andiamo.

Uscimmo: il vecchio era ancora là. E certo, dove poteva andare con le gambe che non gli funzionavano. Il poliziotto lo guardò e capì. Fu d'accordo con me, bisognava chiamare aiuto. Se si fosse trattato di un vagabondo - al diavolo, che crepasse - ma qui c'era un anziano veterano malato. Un vecchietto esemplare e a posto. Nonno, gli chiese, dov'è che vivi? Hai il passaporto? Ti chiamiamo un'ambulanza? Ma la paralisi, soprattutto nelle persone anziane, non si limita quasi mai alle sole gambe. Proprio no. E così il vecchietto non rispose nulla neanche al poliziotto, perché evidentemente non poteva. Si lamentava senza muovere le labbra.

Allora dissi al poliziotto: Ho già provato a chiamare il pronto intervento, ma quando ho nominato la stazione hanno reagito male, si sono rifiutati di venire. Dammi il telefono, disse il poliziotto, se glielo dico io vengono. Chiamò, si qualificò, descrisse la situazione. Spense il telefono e me lo restituì con aria trionfante. Arrivarono dieci minuti dopo. Tu non te ne andare, mi disse. Lo consegniamo a quelli del pronto intervento, poi mi aiuti con le scartoffie.

Io sgranai gli occhi: Quali scartoffie, compagno sergente? Io questo vecchio l'ho trovato sulla strada. Il poliziotto scoppiò a ridere: niente paura, ragazzino. Compiliamo una dichiarazione sull'accaduto, tipo che un sergente in servizio alle ferrovie ha trovato un veterano malato e con l'aiuto del cittadino tal dei tali lo ha consegnato al pronto intervento. Ah, mi tranquillizzai, questo sì.

Nel frattempo il vecchio pareva lentamente riprendersi. Non era in grado di parlare, ma cominciò a lamentarsi più sommessamente e sembrava meno infelice. Forse aveva capito che questa gente non voleva fargli del male e si era calmato. Anche il poliziotto lo capì, e cominciò a frugargli nelle tasche. Tranquillo, nonno, devo vedere se hai il passaporto. Lo trovò, lo aprì, sputò e bestemmiò.

E io: Cosa? Ma niente, disse lui, niente. Solo che il nonno non è nostro. Come, non è nostro? Ma sì, semplice: è di Cechov. E allora, dissi io. Lei è un sergente in servizio alle ferrovie, lavora con i passeggeri. Alla Leningradskij arriva tutta la Russia, mica solo i veterani da Cechov. Vero, concordò. Lavoro con loro, ma solo se gli succede qualcosa o combinano qualcosa. E invece, l'hai detto anche tu, questo era lì che camminava tranquillo e poi è caduto. Niente treno. Niente assicurazione. Come si fa a consegnarlo al pronto intervento, non lo so.

Quando si parla del lupo. Arrivarono un uomo in giacca di pelle e due arpie, una rossa un po' più anziana e una imbellettata alla meno peggio, più giovane. La rossa abbaiò: dov'è il paziente, passaporto, polizza? Io cauto le chiesi: Signora, non è che lei è la numero quattordici? La voce assomiglia moltissimo. Sono la quarantatré, disse, cosa vuoi darmi a intendere? Paziente, passaporto, polizza.

Allora si avvicinò il poliziotto con il passaporto e lo mostrò alla donna. Ecco il paziente, ecco il passaporto. Polizza, ruggì l'arpia rossa, ma prese il passaporto con due dita. Lo aprì, lo lesse, lo ributtò al poliziotto. Non lo portiamo via senza polizza. Noi dicemmo quasi in coro: Come, non lo portate via? Ma siete medici del pronto intervento, dovete farlo. Noi non siamo dottori, siamo infermieri, gridò quella. E senza documenti non si porta nessuno da nessuna parte. Che se lo prenda il pronto intervento di Cechov, questo ubriacone del '21. Si voltarono e se ne andarono. Restammo lì in piedi, il poliziotto e io. Lui con il vecchio passaporto in mano, io a bocca aperta che avrei voluto dire qualcosa ma non ci riuscivo. Nel frattempo il vecchio aveva ricominciato a gemere, perché aveva capito che non l'avrebbero portato all'ospedale.

Chiudi la bocca, mi disse bruscamente il poliziotto, che ti entrano le mosche. Tu prendilo per le gambe, io lo prendo sotto le braccia, lo portiamo nell'ufficio di polizia della stazione. Ormai mi mancava solo di portare un corpo morto. Domandai, Ci sono alternative? Tu prendilo e stai zitto.

Lo trascinammo in qualche modo nell'ufficio e lo sistemammo su una panchina. Il poliziotto tirò fuori una stuoia da non so dove e coprì i piedi del vecchio. Poi si sedette a fare una telefonata a Cechov. Sono il sergente tal dei tali, disse nella cornetta. Servizio ferroviario alla stazione Leningradskij. Ho trovato un residente della città di Cechov, regione di Mosca, nato nel 1921. Come, non più? Un anno e mezzo fa? E adesso chi c'è a questo indirizzo? Telefono? Scrisse qualcosa, mise giù il ricevitore e mi guardò in cagnesco.

Mi hai tirato tu dentro questa storia, disse. Il vecchio non risulta più a quell'indirizzo. E niente timbri sul passaporto. Io gli domandai come poteva essere. Sei uno stupido, rispose stancamente. Si butta fuori il vecchio, si vende l'appartamento. Fanno tutti così, specie intorno a Mosca. E sono capitate anche persone normali, l'hanno sistemato chissà dove. Però è pulito, si capisce che vive da qualche parte. Ma come facciamo a sapere dove: lui se ne sta zitto.

Era vero che il vecchio se ne stava zitto, e aveva anche smesso di gemere. Mi avvicinai a lui, lo osservai: aveva chiuso gli occhi, non si muoveva, le mani erano fredde. Però respirava ancora. Intanto il poliziotto aveva chiamato l'infermeria della stazione. Adesso arriva un'infermiera, disse; forse può fare qualcosa.

L'infermiera arrivò. La guardammo e pensammo la stessa cosa: quel giorno non eravamo fortunati, con le infermiere. Sembrava che qualcuno avesse coniato lo slogan: "Grasse e brontolone, tutte alla scuola infermiere!" La donna guardò il vecchio con aria disgustata e poi disse: dovete portarlo all'ospedale, io non posso fare niente. Là non lo vogliono, dicemmo noi. No che non lo prendono, disse agitando una mano. Quanti anni ha? Ottantaquattro? Ha vissuto abbastanza. È tempo che si avvicini un po' di più alla terra. E se ne andò.

Il poliziotto bestemmiò per qualche minuto e poi si rimise al telefono. Senza smettere di bestemmiare, litigò per mezz'ora con i colleghi di Cechov. Poi mise giù e si appoggiò allo schienale della sedia.

E allora, chiesi. E allora, sessanta minuti un'ora, mi scimmiottò. Vengono da Cechov, e hanno promesso di portare anche un medico. Però tra due ore, perché non ce la fanno prima. Sediamoci e aspettiamo, disse.

I poliziotti di Cechov arrivarono. E portarono pure un medico. È anche vero che il vecchio ormai era morto. Veterano di guerra, nato nel '21. Aveva detto bene il poliziotto: era un vecchio esemplare, anche se non aveva pronunciato neanche una parola e si era solo lamentato sommessamente e all'inizio si era un po' tormentato le mani. Che peccato. Fosse almeno stato un vagabondo o un ubriaco. Beh, allora sì che il diavolo avrebbe potuto portarselo via. Non è così, dico? Non è forse così?

Testo segnalato da: Manuela Vittorelli
Link all'originale:
Qui