Luena
di Jo Ann von Haff, Angola
(traduzione di Cristina Galhardo)



Mentre guardavo dal finestrino, la mia mente era andata in ebollizione. L'aereo stava per atterrare a Luena. Guardavo giù e dimenticavo le vertigini. La mia vita si trovava a chilometri di distanza, ed era come Luena: una città distrutta dalla guerra e dall'abbandono di quelli che la governavano, una città che, nonostante tutte le ricchezze naturali, non smetteva di piangere e soffrire.

La mia vita era un coccio.

Quando finalmente l'aereo è atterrato e con il mio zaino in spalla sono entrata nella macchina che mi aspettava, mi sono sorpresa a paragonare Luena a Luanda, io che Luanda non la sopporto.

La verità è che, anche se sono nata, cresciuta e vissuta lì, anche se lì ho studiato e lavorato, Luanda rimane un labirinto. Un labirinto dove io non ho la stessa fortuna di Teseo, non posso sfuggire al Minotauro.

Ero venuta a Luena per ragioni puramente egoistiche. Non avevo nessuna missione, non dovevo lavorare. Volevo vedere la natura com'era e come è ancora dopo l'epoca dei fuochi che preparano la terra per la coltivazione. Volevo vedere quei fiori azzurri che crescono nella terra nera.

Mentre camminavo lungo i margini del fiume, è apparso un ragazzo, venuto dal niente. Mi ha guardato senza paura. Quasi senza interesse, senza curiosità. Io, invece, osservavo il suo viso. Era un viso vecchio e stanco, ma io sapevo d'istinto che era giovane.

Stavamo uno davanti l'altra, in un combattimento silenzioso. Sapevamo in anticipo che eravamo di mondi diversi e opposti. Sapevamo di non avere niente in comune, senza che ci fosse bisogno di parole per provarlo.

- Sei nella mia zona - ha detto.

- Come?

- Chindele (1) ! Sei nella mia zona. Appartiene a me.

- Non lo sapevo.

- Lo sai ora.

- Chi sei?

- Non t'interessa.

- Come faccio a sapere che questa è la tua zona?

Ovviamente non avrei dovuto chiederlo. In mezzo al niente, con un ragazzo dal viso di vecchio stanco, soli, cosa sarebbe potuto accadere? Ma non sapevo cosa stavo facendo. Agivo per puro istinto.

L'ho guardato. Io, figlia della città. Lui, figlio della foresta (2) . E anche di più. Io lo sapevo.

Da lontano arrivava la musica di una macchina di passaggio. La macchina di uno straniero che lavorava per una ONG, sicuramente. Nessuno a parte le ONG e il clero aveva una macchina nel Moxico (3) . Un altro chindele . Io sono meticcia, ma anche chindele .

Il ragazzo ha cominciato a ballare kizomba al suono della musica lontana. Sembrava in trance, ballava lentamente, gli occhi chiusi. Non riuscivo ad allontanare lo sguardo da lui. Era comparso dal niente. I suoi abiti erano sporchi e laceri. I capelli sudici e crespi. Gli occhi rossi, le unghie nere di sporcizia.

Lui ha aperto gli occhi e ha continuato a ballare, guardandomi. Non c'era provocazione. Ballava, soltanto. Come se il mondo stesse per finire in quel momento e non ci fosse modo di salvarsi.

- Quanti anni hai?

Non si è fermato, ma sembrava pensare.

- Diciotto.

- Dove hai imparato a ballare?

Si è girato e ha continuato, muovendo le anche.

- Nella macchia.

Il mio cuore ha battuto più veloce. Sapevo già chi era. Ma adesso avevo una conferma. Non ci voleva molto. Io ero della città, di Luanda, ma situazioni come la sua le conoscevo, ormai. Dopo tutto, anch'io ero una chindele di una ONG.

- Hai ammazzato? - ho chiesto lentamente.

Non ha detto niente. Ha ballato ancora un po'.

All'improvviso, si è fermato.

- Sì.

- Quanti?

- Molti.

Stavolta, sono stata io a rimanere in silenzio.

La musica si era fermata e, intorno a noi, soltanto l'eco dei nostri cuori. Il suo viso era così triste, così rovinato per il tempo e per quello che aveva visto. E fatto.

Tanti...

- Guarda, puoi rimanere, - ha detto un momento dopo - stammi bene.

È andato via nella macchia che restava inestricabile anche dopo i fuochi. La vegetazione era così densa che non si poteva vedere al di là di tre metri. E lui era andato al di là di quei tre metri.

Era tornato a essere figlio della foresta.

Io, non conoscevo il cammino per la città.



(1) Persona di razza bianca, nella lingua tchokwé.

(2) In portoghese l'espressione è bicho do mato , persona che abita lontano dagli altri e ha difficoltà nei rapporti sociali. Qui bicho do mato viene utilizzato in un senso particolare, perchè il mato (la macchia) si riferisce anche al luogo dove si muovevano i soldati, dove si faceva la guerra.

(3) Moxico è la provincia dell'Angola dove si trova la città di Luena.

Testo segnalato da: Cristina Galhardo
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