Karachi
di Helmi Holzheuuer, Pakistan
(traduzione di Gabriella Basile)



Cerco di amare i miei vicini", dice una delle mie amiche, "ma vorrei che non incendiassero la loro immondizia sul terreno vuoto vicino a casa nostra".

So esattamente cosa vuol dire.

Potremmo vivere in un quartiere sopportabile se solo i nostri vicini mostrassero un po' più di senso civico. Ma il fatto triste è che nessuno si preoccupa di tenere puliti e curati i luoghi al di fuori delle proprie quattro mura.

Sono così ciechi di fronte ai cumuli d'immondizia così come lo sono per gli onnipresenti sacchetti di plastica che ondeggiano nella brezza. Sono completamente ignari del fatto che ogni sacchetto lasciato cadere con disattenzione andrà ad intasare una rete fognaria già fatiscente. A nessuno interessa il conseguente inquinamento del mare.

Nel mio condominio, che è considerato un posto esclusivo, le scale che portano all'atrio, e l'atrio stesso, vengono spazzati raramente. E naturalmente non importa a nessuno che i muri siano sudici e tutti, troppo spesso, addirittura macchiati dagli sputi di noce di betel. Ancor peggio sono il pessimo impianto idraulico e la fognatura che allagano regolarmente il garage sotterraneo.

Una volta, quando ho affrontato l'argomento del garage fetido, mi fu detto che il comitato riusciva a malapena a pagare il servizio regolare dell'ascensore e che molti residenti non erano in grado di pagare la quota mensile di manutenzione.

Quando un giorno chiamai il portiere e gli indicai un grasso ratto che stava frugando in un pacchetto di patatine semivuoto, lui annuì allegramente, girò i tacchi e andò a pregare.

Negli ultimi trent'anni anni ho vissuto in molti paesi del terzo mondo ma non ho mai dovuto sopportare un quartiere così rumoroso e sudicio. Il mullah della moschea sotto al mio studio è un esempio calzante. Cinque volte al giorno chiama i fedeli con la più sgradevole e tormentosa delle voci. Ha voglia ad accendere i suoi altoparlanti a tutto volume: certamente non è Caruso. Ancor peggio sono i venerdì quando i suoi giovani studenti vengono trascinati in fila indiana dalla vicina Madrasa verso la moschea e poi fatti anche gemere disperatamente.

Questo concerto settimanale non è per niente piacevole poiché i ragazzi sono in un'età in cui le voci, che stanno cambiando, tendono ad essere stridule.

"Per chi non è nato e cresciuto al salmodiare del Corano è difficile capirne il fascino" dico al mio amico.

"Ci dovrebbe essere una legge per cui gli studenti imparino a cantare il Corano solo in una cantina insonorizzata o magari in qualche posto in mezzo al deserto" dice il mio amico.

Ed io annuisco e dico: "Se fossi ricca come Angelina Jolie metterei a disposizione fondi per mandare il gruppo rumoroso e poco musicale per almeno un anno in Egitto o in Malaysia. Forse ritornerebbero con una voce più dolce e forse, se studiassero molto, al loro ritorno potrebbero avere una minima possibilità di prendere parte alla gara annuale di canto del Corano a Kuala Lumpur."

Donerei anche dei soldi ai bambini profughi afgani che passano al setaccio l'immondizia vicino alla moschea in cerca di pezzi di metallo e altro materiale rivendibile per riempire lo stomaco almeno una volta al giorno. Nessuno, meno di tutti il mullah del quartiere, sembra notare affatto il degrado di questi poveri bambini.

È forse volontà di Allah che nessuno cambi mai, a Karachi?

Testo segnalato da: Buràn
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