La città immaginata
di Alberto Chimal, Messico
(traduzione di Silvia Di Marco)



Pensi alla città.

E adesso, all'improvviso, ci pensi di nuovo ma la immagini spogliata di edifici, strade, macchine, tunnel, ponti, sottopassaggi, stazioni di treni, autobus e aerei; dei suoi incroci, terreni incolti e case piene; di tutti i negozi, cinema, ospedali, bordelli, biblioteche, palestre, empori, pompe funebri, ferramenta, passaggi pedonali, marciapiedi stretti, costruzioni dalla funzione incomprensibile, mondezzai, templi, parchi, patii, parcheggi, teatri, caserme, bar e conventi. Senza neppure bagni, né case da gioco, scuole, monumenti o tombe.
(Non si dilunghi in ragionamenti, non cerchi di spiegare i fatti o costruire una trama plausibile: si finga un creatore capriccioso, se vuole, o magari un distruttore crudele o indifferente, o, se non le piace pensare al potere, sia un mero testimone, meravigliato o pieno di dubbi o timore di fronte a quello che semplicemente succede davanti ai suoi occhi. Così cominciano tutte le storie.)

Fatto ciò, e da molto in alto - adesso siamo in alto, desiderosi di una vista aerea, a bordo dei nostri aerei o del nostro tappeto volante, effettuata la sottrazione che le ho proposto - potremmo pensare che non si veda altro che devastazione, vuoto, nulla. Invece no: c'è ancora qualcosa sul terreno livellato e vuoto su cui prima c'era tutto il resto. Sono numerosi punti di colore, in movimento nervoso, che possiamo vedere molto più da vicino se vogliamo, perché in fin dei conti questa è immaginazione. Scenda e guardi lei stesso, qui, a terra, con i piedi sulla linea che prima segnava l'inizio di un'alta parete. Forse la guarderanno a loro volta, storditi perché non hanno idea di cosa sia appena successo. Scendiamo e li vedremo di tutte le età, alcuni magri e altri molto obesi, alcuni belli e altri no, alcuni contenti di vedere sgombro tutt'intorno e altri pieni di paura.

Più di uno (più di un centinaio, un migliaio, un milione, scelga lei le dimensioni della città in cui ci troviamo) era di passaggio da un posto a un altro e prosegue, relativamente, come se niente fosse. Camminavano dal punto A al punto B, ci direbbero, quando all'improvviso non esisteva più ne A né B, né la linea tra i due punti. Qualcun altro è nudo perché stava facendo il bagno quando tutto è scomparso, altri due sono nudi insieme, altri giocavano o lavoravano o litigavano o si trovavano in mezzo a cose terribili.

[Supponiamo che la nostra divinità responsabile lo sia veramente, e quelli che si trovavano ai piani alti siano rimasti per aria, disegnando con i loro corpi le forme approssimative degli interni che occupavano. (Un'altra opzione è farli scendere lentamente, dato che non siamo a corto di miracoli.)

Supponiamo anche che gli anestetizzati non siano ancora svegli, che quelli che andavano in macchina non siano rotolati sull'asfalto con la velocità che avevano prima del cambiamento, e così via per questa strada.]

Presumibilmente, tutti, quelli dentro alle parentesi e quelli fuori, sono illesi. Adesso si guardano di nuovo intorno, e passata la sorpresa pura di vedersi in mezzo al nulla hanno molta paura. Adesso sembra che si avvicinino il caos e le grida e il resto.

Ma, per favore, prima di farli gridare, riveli a tutti i milioni o migliaia o quanti sono, qual è il proposito di questo esperimento.

La cosa importante è questa: ciò che eliminiamo (le costruzioni, gli accessori) non è la città. Quello che è sparito non ha valore. La città è un'altra cosa. La città è carne. La città è questa carne. La città è questa gente preoccupata o attonita - scelga lei - che era abituata a stare in edifici e strutture che non ci sono più, e che non so come faremo a restituirgli, perché in fin dei conti ne avevano bisogno, quindi inizi a pensare.

Ma prima, per favore, li guardi, ripartiti in più o meno spazio, qui stipati, là più larghi, addolorati da una parte, gioiosi dall'altra, soli o insieme anche se dall'alto sembravano tutti molto vicini.

La città, dicono ora, è un solo corpo enorme. Ha (questo l'hanno divulgato via radio, a tutte le ore) le vene sature di automobili, i polmoni fatti di alberi, il cuore popolato di vecchi edifici e, quasi sempre, bettole che aprono e chiudono tardi o negozi silenziosi, o chiese che guardano severe la vita della notte. Il cervello nel palazzo del governo. Guardate una piantina (dicono) e vedrete questo insieme di funzioni e di organi.

Ma davvero quello del palazzo del governo è l'unico cervello? C'è davvero un solo cuore ed è quello che sta al centro? Davvero gira tutto intorno a un solo punto e un solo luogo, o a quei pochi, segnalati e imprescindibili?

La città, dico io, qui vicino a lei, adesso che risaliamo di nuovo e il sole arriva allo zenit e forse lei inizia a trarre delle conclusioni, la città, le dico, è in realtà tanti corpi, tutti insieme, uniti e separati allo stesso tempo, che non si capiscono mai e pensano (in generale) le stesse cose; che si inseguono e non si raggiungono mai; che sono sempre sul punto di morire e sempre si rinnovano in quelli che prendono il loro posto. Che somigliano a lei e a me.

Metto via il biglietto su cui era scritto tutto questo. Taccio. Ma se tutti loro le sembrano, ora che li vediamo di nuovo dall'alto, un'unica massa o una turba - un insieme senza senso - dovrebbe guardare anche la vicina valle, dove abbiamo spostato gli edifici e tutto ciò che abbiamo rimosso da qui. L'ordine delle strade e dei viali è vuoto perché non è per nessuno. Non ci sono desideri nella cappella vuota né consumazioni nei cabaret. Forse le persone non possono esistere senza queste cose, questi compartimenti e questi corridoi, ma almeno loro possono farcelo sapere. Torniamo da loro e ascoltiamo. La carne della città è quella che non sta mai in silenzio.

Testo segnalato da: Buràn
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