Dar es Salaam
di Adam Dobson, Tanzania
(traduzione di Sabrina Calandra)
Appena messo piede fuori dall'aereo, il gusto stantio dell'aria riciclata è soppiantato dal dolce aroma di sterpaglia bruciata e così Dar es Salaam, con un sommesso annuncio di ciò che verrà, ha iniziato il suo assalto ai tuoi sensi. Mentre ti riprendi languidamente dalle lunghe ore trascorse seduto nell'universo ordinato del tuo posto prenotato, la città inizia a premere un po' meno gentilmente, con la fila per la dogana che si allunga dietro l'imperiosa burocrazia; ma rimani ancora in un luogo di confine, persino quando avverti il tanfo di sudore man mano che quelli che stanno in fila si affollano sempre più, anticipando la città oltre le forze dell'ordine.
Respira profondamente ed eccola, la nuova città: gli Africani si addossano ai vetri aspettando gli arrivi proprio come in qualsiasi aeroporto nel mondo, ma qui la somiglianza con quanto conosci serve solo a rendere più netta l'impressione di diversità del luogo.
E la Tanzania è estranea alle piccole sensibilità occidentali e nessun luogo è più estraneo delle fermate dell'autobus dove il caos erutta alla più piccola provocazione, dove ogni uomo che afferra il suo pane da vendere aspetta, teso per la povertà e il bisogno di mangiare, di accovacciarsi e irrompere sull'autobus, dare una botta sulla fiancata, catturare l'attenzione prima che l'autobus si fermi, spingere a forza quello che si ha da vendere dentro il finestrino, implorare con voce disperata, pregare che dietro il finestrino la contrattazione non sia troppo onerosa, e quando quell'autobus si è evaporato, scatterà verso un altro che sta arrivando, batterà sulla fiancata, catturerà l'attenzione, e se tu, un passeggero, dovessi scendere con un solo piede sul terreno, presto saresti raggiunto e spintonato e pressato da così tanti corpi, mentre leggi il crudo bisogno nei loro occhi, e ti apri a spintoni la strada attraverso il viscido, invadente, untuoso maltrattamento, né la pace che vorresti né la facilità di viaggio che ti aspettavi, e getti una moneta per un uovo sodo, ma niente di più, non vuoi attirare i suoi amici, non hai bisogno di arance né di indicazioni, no, niente per favore, state indietro e che modi per raccattare di che vivere, se si può chiamare così - e quelli senza nulla da fare, che non hanno niente da vendere, si stanziano anche loro, alla fermata dell'autobus come acqua in un tubo di scarico, urlando con occhi di malaria e guance pallide e giallastre, ti chiamano per nient'altro che divertimento, confusione, derisione, perché sei venuto nel mio paese, non vedi che stiamo morendo, gettami qualche moneta. Gli stridenti, assordanti clacson degli autobus malandati e vistosamente dipinti sommergono di tanto in tanto tutti gli altri suoni con i loro rauchi accordi, ma le facce, silenziose, non smettono mai di parlare, spingendo per qualche opportunità.
E' tutta una questione di contesto: all'arrivo in città da un lungo viaggio verso città americane, o perfino europee, Dar sembrava una cittadina malandata con gente rumorosa e senza regole, e con un caldo afoso, umido e soporifero che si abbatteva su strade sporche e gente sudicia. Ma di ritorno da un piccolo villaggio dove il colore più brillante era il bianco dell' ugali (1) e la mancanza di stimoli sensoriali faceva trascinare un giorno dietro l'altro, all'improvviso l'esperienza era ravvivata da odori e gusti vibranti, e i suoni della costa Swahili e l'assalto di benvenuto sui tuoi sensi amplificava qualsiasi fascino essenziale che le sue strade e persone pittoresche avessero mai avuto.
E scendevi dall'autobus e la pesante aria costiera ti premeva la camicia bagnata contro il corpo, e la polvere del viaggio ti scivolava lungo il collo in rivoli di sudore, e tutto ciò era l'anticipazione della varietà, scelte significative su quale tipo di cibo avrebbe potuto placare qualsiasi appetito tu fossi riuscito a provare con quel caldo, e succhi spremuti dalla frutta che pendeva copiosa dalle biciclette che si muovevano lungo le strade strette della città vecchia. Le scelte erano infinite, e perfino quando stavi aspettando nell'ultimo, lungo tratto della tua corsa in autobus, e le fermate diventavano più frequenti fino a che il grande, goffo autobus col clacson stridente era poco più che un dala-dala (2) e i passeggeri si affrettavano fuori nel buio, oltre le lampade al cherosene delle bancarelle lungo la strada, perfino allora stavi pensando ai pasti che avresti mangiato durante il tuo soggiorno lì, e sapevi che avresti dovuto recuperare mesi di sale e grasso rimpinzandoti di pizza del viale Sud Africa, dove due guardie con i fucili stavano pronte a proteggere i clienti ricchi abbastanza da permettersi il cibo, e dove uomini d'affari avrebbero tenuto importanti pranzi durante il giorno.
Ma la pizza era meglio riservarla alla sera, e a pranzo c'era così tanta scelta, ma sempre sandwich e patate fritte nel grembo ad aria condizionata dell'American club, dove film recenti venivano proiettati nella grande televisione e lo sfrontato proprietario australiano segnava sui conti del bar birre americane e soda fredda con ghiaccio. L'American club non ebbe concorrenti fino a che una franco-libanese aprì il suo cafè con humus fresco e lattuga romana, e lei non realizzò che era sulla parte sbagliata del continente, che gli Indiani possedevano la Tanzania, i suoi negozi e la sua cucina straniera. I ristoranti indiani erano spesso frequentati, e i chioschi degli hamburger pure, Chef's Pride con il suo chapati (3) e la sua bizzarra perfezione attirava la maggior parte di quelli che facevano la prima colazione, ma il picco, la quintessenza, e sempre la più agognata tra tutte le scelte dopo una lunga permanenza nella macchia, era il pollo mangiato per strada, gusto forte di masala (4) consumato fuori mentre le auto si affrettavano lungo le strade buie. I ricchi indiani fermavano bruscamente le loro Mercedes ai takeaway mentre americani trasandati indulgevano in un pasto appropriatamente esotico e delizioso per soddisfare la loro fame sia di sapore, sia di esperienza.
Il cibo era il cuore di qualsiasi esperienza nella città, ma Dar presentava molte tentazioni che non si trovano nei confini di claustrofobiche comunità; gioco d'azzardo, discoteche, discutibili donne in vendita, dolorosamente belle e occidentali dopo mesi di ragazze troppo tanzaniane e intoccabili nei loro vistosi khangas (5) , neonati legati alla schiena di qualsiasi bambina grande abbastanza da concepire. E la tentazione, lecita nelle umide, esotiche notti, di girovagare verso casa fino alla chiamata del mattino alla preghiera, con il muezzin che richiama gli astemi da dietro le loro porte di legno. La birra Safari è solo 500 scellini la bottiglia. L'Holiday Hotel si trova tra quattro moschee e la più vicina, con la sua voce così profonda, avrebbe potuto svegliarti in tempo per prendere il primo bus per Songea (6), e nell'oscurità la voce era così alta e ti riempiva talmente che niente più poteva entrare e pensavi fosse Dio mentre ti riaddormentavi bruscamente.
Tra le cose che mi fanno immediatamente ricordare quanto diversa possa apparire la Tanzania a un ragazzo che viene dal Connecticut, la chiamata alla preghiera è quella che mi manca di più e la mia gracchiante registrazione, più che la voce di un dio, è un metallico promemoria che ricorda come non sia possibile catturare tutto.
(1) L' ugali è un impasto di farina bianca e acqua, usato come "pane" nella cucina Swahili
(2)Dala-dala in Tanzania è una sorta di taxi collettivo. Il nome potrebbe avere origine dallo Swahili "dala" (cinque), poiché all'origine - primi anni '60 - un viaggio costava 5 cents.
(3)Chapati - pane tradizionale non lievitato tipico soprattutto dell'India del nord
(4)Masala - (garam masala) Termine indiano che significa pressappoco spezie piccanti e designa una mescolanza di spezie impiegate nella preparazione di cibi.
(5)khanga (o kanga), che in lingua swahili significa "faraona" (per i colori sgargianti), è un tipico indumento indossato in passato dalle donne di Zanzibar, diffuso oggi in Tanzania e nell'Africa orientale. E' un tessuto di cotone coloratissimo di forma rettangolare, lungo un metro e mezzo e largo un metro che le donne indossano sopra le gonne o come scialle. Questo tessuto arrivò in Tanzania per la prima volta intorno al 1860 grazie ai fitti rapporti commerciali con gli arabi e gli indiani. Oltre ad essere un capo di vestiario, si dice che il khanga sia soprattutto un mezzo di comunicazione specificatamente femminile. Sul tessuto, infatti, sono riportati proverbi o messaggi in lingua swahili di tipo sociale, politico, religioso e sessuale, che danno alle donne la possibilità di esprimere il loro punto di vista senza esporsi in maniera diretta
(6) Songea - città nel sud est della Tanzania
Testo segnalato da: Sabrina Calandra
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