Zucchero
di Sharon Leach, Giamaica
(traduzione di Assunta Saragosa)



La ragazza dal bikini maculato passeggia lungo la spiaggia, tra file di turisti distesi al sole, ancheggiando ritmicamente. Ad ogni passo, i piedi nudi sollevano sbuffi di sabbia fine e bianca. Ha gambe forti e scure come le mie. Lunghe trecce - sicuramente realizzate all'estero da coiffeurs di grido, piuttosto che da ragazze del posto - le scendono sulle spalle come una cascata notturna, frusciando da una natica all'altra, man mano che avanza verso le onde ammalianti. Conosce quei due bianchi abbronzati e unti di olio solare. Non appena si accorge dei loro sguardi - celati dietro scure lenti da sole e voluminosi romanzi appoggiati a tenda su pance floride e vermiglie - inturgidisce i piccoli seni e, come una modella in passerella, prosegue la danza dei fianchi: swish swish, swish.

La ragazza dal bikini maculato ha un fisico snello e bei lineamenti ed è in vacanza da sola qui al resort. Non conosco il suo nome, non mi ha mai rivolto la parola. Probabilmente perché mi ritiene di rango nettamente inferiore al suo, o semplicemente perché sono una donna. Credo abbia più o meno la mia età. Come può permettersi una vacanza tutta sola? La sera l'ho vista più volte intrattenersi con quei signori rossi come gamberi e il ventre flaccido. Mi piace osservarla da lontano, quando sono di servizio al tiki bar, proprio accanto al locale di Ernesto il Cubano. È al resort da quasi due settimane, da più tempo di Peter e Denise, arrivati otto giorni fa. Ogni sera la stessa scena: mentre una pioggia di stelle cadenti sfavilla nel cielo nero come l'inchiostro, lei si protende per ascoltare quegli uomini che le parlano all'orecchio, in mezzo al frastuono della band di calipso. Un refolo di vento mi fa immaginare il tremolio delle fiammelle delle candele riflesso nei suoi occhi. Poi si sistema nell'acconciatura alcune trecce ribelli, lasciando intravedere un bottoncino luminoso sull'orecchio. È un diamante vero, lo so, lo riconosco da come brilla sotto la luce.

La sua risata è un grido sottile. Potrebbe essere al mio posto.

Ma non è così. È l'ennesima ricca americana - questa volta di colore - che si concede il lusso di vacanze ai Caraibi. Le trecce raccolte dietro la nuca, un vestito diverso ogni sera, la fragranza di profumi costosi. Vedendola sorseggiare il solito Absolut e succo di mirtillo, sogno di avere una vita fantastica come la sua: vestiti e scarpe firmate, una bella macchina e frizzanti vacanze estive.

"Ah, ecco il mio zuccherino di canna". La voce di Peter falcia i miei pensieri come una sega abbatte un albero, facendomi sussultare dall'imbarazzo. Peter e sua moglie, bionda e minuta, vengono dal Texas, la patria dei cowboys e di John Wayne. Oggi, proprio oggi, sono di servizio ai piani, ecco perché mi sorprendono nella loro camera.   Mi giro di scatto e vedo Peter sulla soglia, accanto al mio carrello. È avvinghiato alla sua Denise che, più bassa di circa trenta centimetri, sembra essere una protuberanza del suo corpo, un'appendice, un tumore.

"Signori, Peter, Denise" farfuglio qualcosa mentre mi allontano rapidamente dalla finestra per tornare riluttante ai miei doveri. "Mi spiace. Non ho ancora finito. Ho appena iniziato." Ovviamente è una bugia, visto che sono nella loro camera da almeno venti minuti ma, a causa dei miei sogni a occhi aperti, il disordine regna ancora ovunque: vestiti, valigie semi aperte e riviste patinate sparse sul pavimento e sulle sedie. "Toglierò il disturbo in un attimo".

"Zucchero".

Il cigolio del mio carrello, insieme al suono della porta che si chiude alle loro spalle, mi provoca una fitta al cuore. In un attimo Denise è sul letto e la sabbia intrappolata nel bikini striminzito si sparge sulle candide lenzuola di cotone, rimboccate a metà. "Povero Zucchero", dice Denise con un sorriso nella voce. Alcune rughe le compaiono agli angoli degli occhi ogni volta che sorride. "Pensa, lavorare il giorno del tuo compleanno. Ventun anni arrivano una volta soltanto!"

", Denise è attraente quanto le donne viste nei film, non come quelle qui al resort, quasi tutte con fianchi mollicci, lineamenti duri e brutti denti. Sarei capace di fissarla per ore, anche senza trucco, completamente ipnotizzata. Per via del suo fisico da ragazzina si stenta a credere che sia già nonna. Proprio così, ho saputo che sua figlia le ha appena regalato un nipotino. È sorprendente che ricordi la data del mio compleanno. Nessuno lo fa mai. Eccola, ora mi indica picchiettando un angolo del letto e, con quegli occhi scintillanti verde smeraldo, mi ordina di sedermi.  

Un click e l'aria condizionata si mette in moto. La camera è spaziosa: una di quelle preferite dai turisti facoltosi, più ampia, vista mare, con finestre panoramiche e pavimenti di ceramica. L'arredamento è identico in tutte le camere di quest'ala con sedie di rattan, una cassettiera in mogano e un televisore. Al centro della camera, su un tavolino basso di vetro, troneggia un meraviglioso bouquet di bougainvillea, sistemato in un vecchio brik di succo d'arancia. Ogni stanza ha un terrazzino privato con splendida vista sul mare. Una volta, con mia sorella minore Celine, venuta a trovarmi durante il turno di lavoro, ci siamo chiuse a chiave per qualche ora in una delle camere disponibili. Liberate dai vestiti e con indosso solo la biancheria intima, ci siamo distese sul letto a mangiare insipidi avanzi rubati da un vassoio nel corridoio, a guardare la TV e diventare livide dal freddo dell'aria condizionata. Alla fine, guardandoci l'un l'altra, siamo scoppiate in fragorose risate. Abbiamo riso così tanto da farci uscire le lacrime. "Tutto qui?" Aveva singhiozzato Celine asciugandosi gli occhi. "Aria condizionata e TV? Va' a capire, questi ricchi!!" Nonostante le mie risa, in fondo al cuore desideravo essere una di loro e potermi concedere oziose vacanze in costose camere d'albergo. Ogni volta che riassetto, trovo tutte le loro cose lasciate in giro con noncuranza: lettori CD, cineprese, piccole diavolerie elettroniche per ascoltare musica e quant'altro non potrò mai permettermi pur vendendo l'anima al diavolo.

Improvvisamente Peter si piazza di fronte a me e Denise. È piuttosto magro anche se con un accenno di pancetta. Ha una carnagione marrone spento, capelli fini color sabbia bagnata, raccolti in una coda sotto il cappello da cowboy. Oggi invece la testa scoperta rivela una rosea pelata mentre i capelli bagnati sono sciolti sulle spalle come tentacoli di polpo.

"Signor Peter", dico con calma, giocherellando con l'orlo della mia divisa di cotone rosa confetto. Una sagoma conturbante si delinea sotto il suo costume attillato. Distolgo lo sguardo. "Zuc-cher-o" - mi chiama con quel tono compassato che tante volte ho scimmiottato davanti allo specchio. Si picchietta lo stomaco emettendo una sorta di risucchio tra i denti. "Sei proprio impertinente, sai. Te lo ripeto, siamo noi, i tuoi Peter e Denise e aspettiamo ancora una risposta".

Lancio un'occhiata a Denise che ciondola la testa e mi guarda speranzosa. "La cifra che ti offriamo è considerevole " dice Peter facendomi trasalire. "Certo, non dovrei essere io a dirti quanto significhi lo zio Sam da queste parti".

Resto in silenzio, quasi soffocata dalla pressione nel petto. Sento il cuore pulsare nel fragore ovattato delle onde al di là della finestra. Peter ha ragione, per gente di strada come me, un solo dannato dollaro yankee equivale a una pepita d'oro o a quasi cento dollari giamaicani. La paga dell'hotel è scarsa: sono i ricchi proprietari, ammanicati col governo, a trarne i maggiori benefici. Tuttavia, è meglio di niente. Penso a cosa potrei realizzare con il denaro promesso: riparare il tetto di Mamy sempre più malridotto, comprare vestiti per i miei fratelli. Senza dimenticare Isaiah, l'unico uomo della mia vita, che vive a Kingston e mi ama perdutamente. Quel denaro potrebbe finalmente condurmi da lui.

Sento Denise disegnarmi con le dita piccoli cerchi sulla schiena e la sensazione non è affatto sgradevole. Poi si siede per parlarmi direttamente nell'orecchio - un nodino di filo ormai sporco è rimasto cucito nel lobo da quando ho fatto i buchi settimane or sono - "Dai, Zucchero, piccola monella" mi dice Denise. Le sue labbra fresche premono contro la mia pelle, la sua voce grave e roca mi fa pensare a un rivolo d'acqua in un alveo prosciugato. "Torniamo a casa dopodomani. Allora, qual è la tua risposta?" E così dicendo mi stampa sul collo un bacio umido e soffice come la rugiada mattutina, soffiandomi sulla leggera peluria del viso.

Un brivido e la pelle d'oca mi sale lungo le braccia. Ho la nausea. Sono sul punto di vomitare.

Fuori, il sole gioca a nascondersi per un attimo dietro le nuvole, poi compare nuovamente inondando la stanza di luce e facendo apparire - sotto i raggi - i loro volti severi, sgradevoli.

Guardo fuori e, nel riverbero del sole sull'acqua, in mezzo alla calca di turisti, scorgo la ragazza dal costume maculato che nuota piroettando in lontananza.

Immagino di essere nei suoi panni.

Mi sorride quando le servo la colazione. Sono già le undici del mattino e la sala ristorante è deserta. Siede da sola a un tavolo apparecchiato per quattro, le trecce scendono libere sulle spalle a incorniciarle il viso minuto. Oggi, al posto del bikini maculato, indossa un corto top bianco senza reggiseno e comodi pantaloni bianchi con sandali in tinta. In confronto ai suoi, i miei vestiti sembrano destinati alla pattumiera. Da vicino è ancora più carina, ha occhi marroni, un profilo gentile, zigomi piatti che mettono in risalto la bocca sottile. Ha ordinato frittelle di pesce, zuppa di callaloo*, focacce fritte di granturco e tè al cioccolato.

Metto giù il vassoio elogiando la bontà dei cibi scelti. Resta sorpresa nel sentirmi rivolgere a lei, forse del fatto stesso che io parli.

"Oh, parli veramente bene l'inglese" mi dice accennando un sorriso, prima di chinarsi a odorare la sua colazione. "Sei nuova? Non credo di averti mai vista in giro".

Le dico che sto sostituendo un'amica malata, Adele, che avrebbe dovuto essere di turno al ristorante. "Solitamente sono di servizio nelle camere. A volte, la sera lavoro al bar. È lì che ti ho vista - prendi sempre un Absolut con succo di mirtillo".

Mi aspetto un cenno di assenso e magari un invito a sedere con lei. Già fantastico sulla nostra amicizia: lei mi dice il suo nome, mentre io le rivelo di invidiarla più di ogni altra cosa al mondo.

Ma in un attimo, dimentica la mia presenza per tuffarsi nella colazione. Mi sento ripudiata, messa in disparte, insignificante come un puntino.

È una giornata limpida, sono quasi le undici e il sole brilla sulle tonalità pastello della grande sala ristorante, con splendida vista sulla spiaggia. I numerosi tavoli sono apparecchiati con tovaglie bianche, porcellane decorate e rilucente argenteria. Un movimento felino della testa fa balenare qualcosa sul suo orecchio, si intravede uno scintillio sotto la cascata delle trecce.

Resto pietrificata. So che dovrei muovermi ma non posso; i piedi sono macigni incollati nel cemento. Lo stomaco freme per la brama di appoggiare la guancia su quel gioiello luccicante e sentirne la dolce levigatezza sui miei denti. Ora, nulla è per me così importante - né il tetto di Mamy, né i vestiti per i miei fratelli - nulla quanto possedere due veri diamanti per le mie orecchie.  

Nulla, nemmeno Isaiah.

All'esterno, vedo una miriade di farfalle svolazzare nella luce aurea del sole. Una volta Isaiah mi aveva parlato di un posto a Kingston dove, in un certo periodo dell'anno, cadono dagli alberi come cascate dorate. Avevamo programmato di sposarci sotto uno di quegli alberi. Ma tutti quei progetti, Isaiah compreso, sembrano essere svaniti. All'improvviso, l'immagine di Peter e Denise e di tutto il denaro promesso per una notte appare nitida e prepotente davanti ai miei occhi.

In fondo è solo per una notte.

Mi allontano aspettando di essere sopraffatta dal senso di colpa. Invano.

Nel cortile, i miei fratelli più piccoli rincorrono una chioccia e i suoi pulcini su un fazzoletto d'erba spelacchiata. Non si accorgono quando entro dallo sgangherato cancello di legno sollevando il catenaccio. Un forte odore di brodo di pollo mi penetra nelle narici. Dalla parte opposta, sotto il portico, Celine sta chiacchierando con un ragazzetto di un villaggio vicino, che ha pedalato fin qui per vederla. Celine è nata subito dopo di me. È decisamente più carina, ha bei capelli e un naso regolare.

"Zucchero", mi chiama agitando le braccia. I seni burrosi rimbalzano sotto la leggera blusa di cotone.

"Dov'è Mamy?" Le chiedo.

Per tutta risposta mi fa spallucce e, irritata senza motivo come tutti gli adolescenti, si volta per continuare il suo flirt, per ascoltare le bugie dorate di quel bamboccione.

Trovo mia madre sul retro della casa, appoggiata a uno sgabello sotto un vecchio fico, china su una tinozza a lavare i panni. Dalle sue mani indaffarate si leva quello sfregolio che tanto amavo ascoltare da bambina.

"Ma' ..." la chiamo avvicinandomi lentamente. Uno strato di polvere mi ricopre le scarpe, per via del lungo tragitto dall'hotel a casa. Temo che l'odore del sesso possa diffondersi dalla mia pelle, nonostante la doccia vigorosa fatta negli alloggi delle cameriere, dopo essere sgusciata via dalla camera di Peter e Denise alle prime luci dell'alba.

Mamy sembra affaticata, il fisico provato e invecchiato da tutte quelle gravidanze, un'espressione infelice sulle labbra e negli occhi che, nella bruma di metà mattina, assumono il colore dei chicchi di caffè.

Una leggera brezza solleva le foglie degli alberi e fa ricadere alcuni ramoscelli sui capelli di mia madre. "Ti hanno pagato?" Mi chiede rudemente, sputando sull'erba ai suoi piedi, prima di adocchiare incuriosita il mio fagotto. La povertà l'ha resa spigolosa, le ha fatto dimenticare come dire grazie, come sorridere.

Guardo Celine, che ci ha raggiunte sul retro in sella alla bicicletta. Sicuramente è venuta a spiare cosa stiamo facendo. La guardo e mi chiedo se ha permesso a quel ragazzo di fare con lei certe cose. Qui a Plantation, dove viviamo, i sogni fanno presto a volatilizzarsi quando sei povero. Ripenso alla notte appena trascorsa con gli americani: il bagliore della loro pelle al chiaro di luna mentre la mia si distingueva a malapena nell'oscurità; impietrita per la paura e la vergogna quando le mani di Denise hanno raggiunto gli ultimi bottoni della mia divisa, quando Peter si è avvicinato nudo alla finestra per aprire le tende, il membro roseo e scarno penzolante tra le gambe. Immobile quando la lingua di Denise si è avviluppata come un serpente sui miei capezzoli e su altre parti del corpo che non oso nominare. Ripenso a quando, mio malgrado, ho iniziato pian piano a dimenare i fianchi allorché Peter grugniva e spingeva sempre più dentro di me.

Una lucertola, colorata come mille arcobaleni, scivola sul terreno. Consegno a Mamy il fagotto, dal quale ho trattenuto per me stessa un paio di banconote da cento dollari yankee che nasconderò in segreto, sotto una tavola divelta del pavimento della sala da pranzo. Il resto del denaro servirà per un po' a nutrire e vestire Mamy e tutti i miei fratelli e sorelle.

"Ho lavorato due turni consecutivi" Ho mentito sorridendo. "Mi hanno pagato gli straordinari."

Mi guarda con sospetto prima di afferrare il malloppo con una mano insaponata e infilarselo nel petto. "Ringrazio Dio per il tuo lavoro all'hotel", dice riprendendo a lavare. "Sei fortunata".   Dà una manata a una zanzara sulla gamba livida di vene varicose e comincia a canticchiare le parole di un salmo sentito in chiesa la domenica mattina. Non mi rivolge più la parola.

Ancora una volta mi sento messa in disparte.

Mi volto e mi avvio verso casa: così piccola, con il tetto malandato e il pavimento traballante sembra cadere a pezzi da un momento all'altro. Le parole del salmo vibrano nell'aria.

Dio è una fortezza inespugnabile ...

Sporgendomi dal tetto, vedo delinearsi in lontananza le colline marroni e inaridite dalla prolungata siccità, una cosa che tutti i dollari yankee del mondo non potrebbero mai guarire. Mentre il canto inusuale di mia madre si diffonde nella brezza mattutina, mi chiedo cosa potrei mai dirle se stanotte, quando verrà a coricarsi nel cantuccio accanto a me, vorrà sapere la verità su tutti quei soldi. Cosa risponderò? Probabilmente chiuderò gli occhi e farò finta di essere la ragazza dal bikini maculato con due orecchini di diamanti. E sopra l'instancabile cri cri dei grilli nelle notti di campagna, dirò a mia madre ciò che vuole sentire. Lì, tra le braccia protettive dell'oscurità, sussurrerò dolcemente, "Mamy, le vie del Signore sono infinite".

 

* Piatto caraibico a base di verdure (NdT)

Testo segnalato da: Buràn
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