Rizoma
di D. Debret Viana, Argentina
(traduzione di Giovanna Pagano)
23 luglio 1932,
Montevideo
Caro Jorge:
I
Ti scrivo perché non posso scriverti. Oltretutto devo essere breve (anche se, comunque sia, volevo dirti questo, farti arrivare alcune parole, avvertirti che sto meglio). Devo scrivere delle lettere (molte lettere) e non ce la faccio. Non ci incontriamo più nei soliti bar perché ho smesso di andarci: sono molto occupato. So che come amico ti preoccupi (avermi visto così pallido, così dimesso le ultime volte ti avrà allarmato). Ti scrivo questa lettera per dirti che non posso scriverti ancora. Almeno ti invio i soldi della cauzione. E ti spiego un poco: il postino non c'entrava niente, non avrei mai voluto fargli del male: è stata una circostanza sfortunata. Soltanto non ci stavo con la testa. Mi sentivo perseguitato, soffocato. A ogni modo, non è stato poi così grave: l'ho spinto appena.
II
Ti ricordi di quella ragazza che non smetteva di assillarmi? Ho scoperto il modo per sbarazzarmene. E in questa attività ci ho perso le ore. Credo che il metodo sia così perfetto da tenerla finalmente lontana. Lei e chiunque altro io voglia. È abbastanza semplice, sebbene - questo sì - richieda un cambio di lavoro. E molta dedizione.
III
Ricorderai che nonostante i miei secchi rifiuti e il disprezzo, quella ragazza si ostinava ad avvicinarsi a me, e siccome non aveva altro modo se non quello di scrivermi (non mi presentavo dove sapevo di poterla incontrare e se la scorgevo per strada mi davo alla fuga), mi tempestava di lettere. Non puoi immaginare la quantità di lettere: due o tre al giorno (ci sono state volte in cui il numero è arrivato a ventidue). Quel bombardamento epistolare aveva come solo scopo il ricatto: le sue parole, calcolate con meschinità, si scagliavano contro di me come unghie affilate con la pretesa di strapparmi una risposta - o meglio, la mia attenzione, gli sguardi, alcuni momenti della mia vita, in sostanza: il mio sangue. Scrivi col sangue - dice Zarathustra - e imparerai che il sangue è spirito. La sua stessa calligrafia era vampiresca.
IV
Per mesi ho vissuto afflitto da questo episodio. All'inizio ho provato a liberarmi di lei con lettere gentili, poi con dei sonori no (crudeli e offensivi) oppure con la dura accusa di eccesso di confidenza o di ricatto e mancanza di vergogna. Lei approfittava delle mie risposte per avvicinarsi maggiormente a me: mi scriveva ogni volta di più, mi raccontava del suo dolore, delle notti d'angoscia, mi spediva poesie erotiche - alcune dichiaratamente oscene -, parlava di me, mi modellava e ricostruiva come voleva e tutto non era altro che una tattica per obbligarmi a leggerla, per restare dinanzi a lei, prigioniero.
V
Già lo so; mi dirai lo stesso: perché semplicemente non smettere di risponderle? Credi forse che non ci abbia provato? Era inutile: se non replicavo le lettere continuavano ad arrivare, ogni volta in quantità maggiore. Con ansia seguivo il suono lento dei passi del postino attraverso il lungo corridoio verso la mia porta. Lo sentivo fermarsi di fronte a me (separati appena da una fragile parete di legno) e spegnendo la luce distinguevo due ombre sotto la porta: non ti dico l'orrore nel vedere le lettere scivolare nell'appartamento! Tacere è un modo di esprimersi la cui illegittimità ci rimanda alla parola (la frase è di Blanchot, un francese che sta per nascere e che sarà famoso negli anni settanta). Col mio silenzio avrebbe potuto fare qualsiasi cosa volesse: scalfirlo, domarlo, trovargli diverse giustificazioni che poi avrebbe approfondito in un numero esponenziale di lettere. Lei reagiva alla mancanza di risposta moltiplicando la corrispondenza: se non stavo attento la porta di casa restava bloccata, le buste delle lettere la intasavano e io ero costretto a rimanere rinchiuso, a contemplare quelle lettere taglienti e ostili, tutte quelle parole che mi irretivano e mi compromettevano, ostruendo le finestre, soffocandomi. Non importa cosa dicessero (molte volte non dicevano niente), erano sempre una richiesta di risposta: anche quando non la reclamavano in modo esplicito. Non c'era via d'uscita. Lei mi portava dove non volevo andare e mi tratteneva. Le lettere mi succhiavano l'anima, mi sottomettevano di fronte a lei.
VI
La situazione era avvilente. Ci pensi al pericolo dello stato in cui ero? Migliaia di lettere che parlavano di me, scritte per me in giro per la città (o per la mia stanza, o per la mia testa: fa lo stesso). Se non le avessi affrontate, se non le avessi smentite avrebbero potuto divorarmi, diventare reali, condurmi nel loro mondo; essere talmente parte di me come l'infanzia o le conversazioni con gli amici. Non sappiamo dove termina la parola scritta: per questo è temibile. Se le avessi lasciate lì, o se le avessi gettate, chiunque avrebbe potuto scoprirle. Chissà in che modo perfido avrebbe potuto usarle. Se le avessi strappate, qualcuno - o il vento stesso - avrebbe potuto ricomporle. Avrebbero potuto persino essere incollate senza ottenere l'originale, ma formando una nuova storia (e questo poteva essere ancora più terribile). Se le avessi bruciate, il fumo dell'inchiostro avrebbe potuto oscurare le città. La fiammata sarebbe uscita dalla mia casa, mi avrebbe tradito. Inoltre, correvo il rischio di incendiare anche ciò che le parole dichiaravano. Sarebbe stata una catastrofe, il principio di qualcosa di spaventoso.
VI e ½
Ho questo tipo di preoccupazioni, e non so attenuare l'ansia. Se avessi vissuto nel futuro, mi sarei afflitto in modo inconsolabile qualora, per esempio, avesse suonato il telefono e io, arrivando tardi, fossi rimasto con la cornetta in mano, senza sapere chi era stato a chiamare. Mi sarei aggrappato a quest'incertezza come a un enigma dal quale far dipendere la mia vita. E non sarei più riuscito a muovermi.
VII
Ho vissuto quell'epoca come una malattia. Siccome il mio silenzio stimolava tutto il suo linguaggio, sono stato costretto a sperimentare nuovi mezzi. Ho dimenticato i modi cortesi: l'ho maltrattata, l'ho offesa; ma lei rispondeva sempre con gentilezza, con tenera, abominevole sottomissione. Mi diceva che avevo ragione, che l'amore che provava per me la dilaniava; ma che se glielo avessi permesso, mi avrebbe salvato da tutte le avversità della vita. Ho usato mille trucchi per ferirla: le ho dato appuntamento in luoghi deserti per poi non presentarmi, le ho imposto mille prove ardue per verificare il suo amore, ho parlato male di lei ai suoi vicini, l'ho intimidita, l'ho implorata, mi sono fatto passare per un mostro e sono arrivato a lasciare, per venti giorni, ogni notte, fiori secchi davanti alla sua porta. Non è servito a niente. A dire il vero, lei si è servita di tutto ciò che ho fatto come materiale per le sue lettere. Diceva che il mio impegno nel resisterle era la mia maniera di dubitare dell'imperiosa, celestiale verità. La sua perseveranza era inumana. Tutto ciò che le dicevo - per quanto fosse terribile - mi tornava indietro sfigurato, convertito in forma e maniera di interessarmi a lei, di unirmi a lei. A ogni modo, mi aveva reso ostaggio delle sue lettere: attraverso di esse mi dominava, mi provocava. La sua oppressione, il suo potere era ogni volta più totale e la mia resistenza si esauriva in fretta, in ogni parola (non importava più chi dei due la scrivesse).
VIII
Ho avuto la febbre e mi è costato mangiare: non avevo fame. Né voglia di nulla. Quella ragazza - le sue diaboliche lettere - erano la causa per cui mi hai trovato così pallido l'ultima volta che abbiamo cenato. Raggiunto il fondo, ho preso in considerazione due atrocità: ucciderla o sposarla. La disperazione era tale da non trovare altre opzioni.
VIII e ½
Già si sa: le donne che amano sono terribili. Sono distaccate quando amano un altro uomo, e spietate quando amano te. Questa ragazza aveva ordito una trappola letale: il senso delle sue parole non mi diceva niente - non mi andava a genio, non mi convinceva, né tantomeno mi provocava dolore; era come leggere una musica sempre uguale. Però quella brutale invasione, quell'oscura strategia epistolare mi avvolgeva. Attraverso ogni crepa, nella mia abitazione fluiva una frase, dal corridoio mi minacciava il rumore delle lettere che scriveva. Arrivò addirittura a inviarle ai miei amici parlando loro del suo amore per me, o a rispedire le lettere cariche del mio astio violento a conoscenti che poi mi sfuggivano nei bar, o cambiavano strada se mi vedevano, considerandomi di sicuro un animale. E di fatto, questo ero: un animale. Mi aveva convertito in questo. Dopo tutto, cosa si può fare con un amore così?
IX
È stato in un'amara depressione - ti dirò: proprio nel delirio - che ho ottenuto la risposta al mio tormento. Era semplice: dovevo usare le sue stesse armi. E dovevo essere spietato. Le ho scritto una lettera - le ho detto una cosa qualsiasi, non importava - e prima che mi rispondesse, gliene ho scritta un'altra. Capisci la tattica? Ho scoperto che alle lettere non devi rispondere: devi scriverle (la differenza è abissale). Non appena le inviavo una lettera, gliene scrivevo subito un'altra e (questo è il nocciolo della questione) gliela spedivo prima che mi rispondesse (a volte gliele mandavo insieme). In questo modo, aveva sempre una lettera di svantaggio. Se mi arrivava una sua lettera, ormai era impotente: mi giungeva esanime e io tranquillamente potevo strapparla in mille pezzi; perché già era partita un'altra mia lettera invertendo le cose e tutte le mie ossessioni.
X
Così ho capito come funziona la macchina epistolare; mi restava una mossa: dovevo mettere in atto la trappola e dovevo farlo in modo categorico, irreversibile. Dovevo scriverle, ma evitando la tentazione di cominciare un dialogo. Non era tanto semplice: ho dovuto diventare scrittore (questo è stato uno dei sacrifici, però su qualcosa dovevo pur cedere per salvarmi). Ho dovuto partorire un'opera. Se dicevo qualcosa, mi contraddicevo nella lettera successiva, o modificavo la storia che avevo raccontato in una lettera precedente, la riportavo in modo diverso, o la fondevo con un'altra lettera che avevo scritto settimane prima. Scrivevo una lettera e la smentivo in quella seguente. A volte scrivevo una lettera e le mettevo la data di qualche giorno prima, o anche di una settimana. Oppure le parlavo di una lettera mai inviata (e neppure mai scritta) affinché capisse che almeno una era andata persa nel cammino tra noi due, e (che è lo stesso) che tutto sarebbe rimasto sempre inafferrabile perché ogni cosa scivolava costantemente verso l'abisso: non c'era modo di incontrarsi. Era un inganno calcolato. Un piano per la follia.
XI
Non c'era verso di rispondere a questo: io stesso cambiavo di continuo. La cosa interessante è che nessuna lettera annullava le altre: al contrario, le moltiplicava. Così erigevo un esercito di miei doppi: era come aprire ferite nella realtà. Ogni mia lettera era una crepa nell'immagine che lei aveva di me. Da queste crepe emergevano storie che si contraddicevano tra loro, ma non si negavano. Meglio ancora si intrecciavano, si sovrapponevano: ogni lettera era un elemento che modificava le altre, obbligandole a unirsi in modo distinto, a esprimere un'altra cosa. Il meccanismo era dinamico: non rimaneva mai immobile; si sottraeva prima di poter essere dominato, inafferrabile, era già un'altra cosa, ed era impossibile. Pian piano si chiudeva attorno al lettore. Come uno spettacolo di ombre cinesi.
XII
Le lettere servono anche ad evitare che quella pazza venga a bussare alla mia porta. Scrivere lettere è sempre il rinvio di un incontro: l'invenzione di ostacoli tra il mittente e il destinatario. Fino a quando il meccanismo rimarrà indecifrabile, io starò lontano. Per esempio: se continuo a scriverti, non ci vedremo mai.
XIII
Sento che dopo aver scritto ogni lettera mi riapproprio del sangue perso (e di cui ho bisogno, perché sono ancora pallido e magro). Ciò che non so è se quel sangue è mio o suo. Non importa: è sangue. E ne ho bisogno.
XIV
Mi dirai - mi sembra già di sentirti - che queste parole sono decisamente mostruose. Forse: ma va bene così. Se ho capito come agiscono le lettere, se ho potuto attivare il meccanismo, è inevitabile che abbia qualcosa di vampiresco.
(E funziona. Sono riuscito a sbarazzarmi di un tipo a cui dovevo dei soldi e di una zia noiosa. Non li vedo più, e so che loro non mi cercano. Di tanto in tanto invio loro una lettera. Potrei incrociarli per strada, ovvio, ma ormai non esco più: ho molto da fare con il mio studio. Solo pensare alla vita là fuori mi dà le vertigini: sono tutti troppo vicini).
XV
Lei sostituì il suo amore con le lettere d'amore; io ho cambiato la mia cella per questo progetto epistolare. È per questo che per ora non posso vederti, né posso rispondere alle tue lettere. Non ho tempo. Per questo ho dovuto rinunciare al lavoro. Questo progetto prende tutte le mie ore. È l'unico modo che ho per essere libero.
(1)Basato sul capitolo 4 di Kafka. Per una letteratura minore di Deleuze e Guattari. Ma non per accusarli.
Testo segnalato da: Buràn
Link al sito dell'autore:
Qui