Ora di uscire in strada
di Marta Ketro, Russia
(traduzione di Manuela Vittorelli)



Per me è ora di uscire in strada, o non risponderò delle conseguenze. Ci sono chiari indizi dell'imminente perdita di senno. L'avevo già notato in mia madre, che quando la vita della casalinga raggiunge il livello di guardia dà alcuni segnali d'avvertimento, e poi esplode. Con un po' di spirito d'osservazione è possibile prevederlo, come si prevedono le tempeste dal volo basso delle rondini (a condizione che sappiate che aspetto hanno le rondini).

Così, all'inizio la mamma andava per negozi. Ritornava un po' accaldata e confusa, con il cappotto leopardato e un berretto rosso o verde vivo, di un tessuto sintetico che faceva le scintille (i berretti erano due e cambiavano a seconda dell'umore: quello rosso era considerato frivolo, quello verde rispettabile. Da come li ricordo io adesso, assomigliavano entrambi alle parrucche variopinte che vendono nella metropolitana l'ultimo dell'anno). La mamma rincasava dopo aver speso metà dello stipendio di papà in diversi articoli sorprendenti: un quadretto dorato raffigurante una sproporzionata fanciulla georgiana che suonava il tamburo, le braccia piegate secondo un'angolazione anatomicamente impossibile; un candeliere ricavato da una radice d'albero e laccato fino a raggiungere un aspetto caramelloso; maniglie in forma di leone e piatti da portata di cristallo. Papà sospirava, faceva un buco nella parete e appendeva il quadretto. Se non riusciva a elogiare gli acquisti in modo abbastanza convincente la mamma faceva un po' di scena, ma così, tanto per rispettare le regole. Diceva che lei andava in giro con i vestiti vecchi perché non osava spendere per sé neanche un copeco, ma che nello studio del nonno erano sempre appesi dei quadri, e che il nonno usava posate d'argento, e che dunque non si poteva mica vivere senza questi oggetti in casa. Non era vita, così. (Io lo avevo visto, il quadro - un dipinto di un metro per un metro e mezzo intitolato "Stalin conferisce con i commissari del popolo" - e avevo anche presente l'argenteria, un sottobicchiere e una teiera di argentone. D'accordo).

La vita negli appartamenti in affitto mi ha tolto l'abitudine di accumulare ninnoli e chincaglierie, per cui a questo punto mi limito a comprare vestiti inutili. Questa volta sì è trattato di una giacchina corta fino alla vita con un enorme cappuccio. Sapete, mi ricordava Costanza.

La seconda fase del disordine emotivo era caratterizzata da una febbrile attrazione per la pulizia. Papà passava l'aspirapolvere e lavava i pavimenti la domenica, gli altri giorni se ne occupava la mamma. Facile lavare le piastrelle e raschiare i fornelli, sarebbe troppo banale e non rifletterebbe in alcun modo la complessità di quell'esperienza. Per questo la mamma si dedicava periodicamente alla pulizia rituale del coperchio. Avevamo questo coperchio pesantissimo di metallo, sovente giallo di grasso: dopo un paio d'ore di lustratura cominciava a brillare. La mamma lucidava il coperchio tutto il giorno. La sera, quando papà rientrava dal secondo lavoro, gli serviva salsicce bollite mantenendo un enigmatico silenzio. Papà, poveretto, mangiava fiducioso e seguiva alla tv il programma Vremja, ma all'inizio del film delle nove e mezza si ritrovava davanti allo schermo la moglie infuriata, che gli diceva con voce spezzata che tutto il giorno aveva faticato in cucina come una dannata, mentre lui neanche se ne accorgeva. E a dimostrazione dei propri argomenti esibiva il coperchio scintillante.

In questo caso è impossibile fare meglio di mia madre. Così ho assegnato un compito a mio marito e lui da qualche parte ha trovato il famoso coperchio, che ora usiamo come indicazione del mio stato. Qualche giorno fa ho ripreso a lucidarlo.

Alla fase numero tre la mamma nobilitava la casa. I candelieri non bastavano già più, e allora passava ai mobili. Spesso la mamma segava le gambe. Se si trattava di tavoli, motivava l'accorciatura dicendo che avevano un'altezza scomoda per un bambino (cioè me). Ovviamente la mamma tagliava a occhio, rifiniva a lungo e alla fine riduceva il tutto alle dimensioni del mobilio di una casa di bambola. A quel punto si rendeva necessario abbassare anche le sedie. (Sospetto che tra gli ideali della sua giovinezza i tavolinetti bassi "moderni" in voga all'inizio degli anni settanta occupassero un posto di tutto rispetto tra le serate poetiche al Politecnico e i cappelli di pelo di volpe stile Barbara Bryl'ska. La poveretta ha vissuto di quegli ideali fino agli anni Novanta, finché non si è invaghita della religione).

Le gambe degli armadi, invece, si accorciavano per sbaglio, perché nel processo di rinnovamento degli interni la mamma spostava i mobili da sola senza aspettare l'arrivo di papà e spesso le gambe si spezzavano. Nel frattempo la mamma trovava anche il modo di procurarsi uno strappo alla schiena, e accoglieva papà stesa su pavimento, spiegandogli con voce flebile che si sentiva poco bene e che voleva stare sdraiata sulle assi di legno, e che anche lo zio Nika buonanima, il fratello del nonno - quello che era pilota - aveva l'abitudine di stendersi per terra.

A casa mia non c'è niente da accorciare o da spostare, ma l'altro ieri, tremando per il freddo, ho decorato l'armadio della cucina con dell'adesivo verde, nobile colore che caratterizzava il nastro isolante della mia infanzia (uno era blu scuro, l'altro proprio così). Per qualche motivo la mia creatività ha suscitato reazioni negative e per rimediare ho dovuto incollare sullo sportello un gattino argentato.

E poi c'era l'epilogo. La mamma indossava un vestito lungo cucito dalla zia Katja (rose rosse su fondo nero, tessuto sintetico, volant sul bordo, maniche a sbuffo), si accostava alla finestra, premeva la fronte sul vetro e lamentava il destino feroce della casalinga, uccellino di bosco costretto tra quattro mura, povera creatura zingara incatenata ai fornelli, ai figli ingrati e al crudele marito che non l'amava neanche un po'.

Poi tornava a casa papà e si prendeva... beh, si prendeva tutto questo. E i due lavori, che non lo facevano tornare a casa prima delle nove di sera; e la sorella della mamma, Zinka, che era di 14 anni più giovane ed era chiaro come il sole che papà se la intendeva con lei; e quelle donnacce della contabilità - "mi hanno raccontato tutto!"; e lei che non aveva niente da mettersi, mentre Val'ka aveva il cappello di pelliccia e andava in giro vestita come una regina; e sempre lei che sarebbe di certo morta di tubercolosi e "tu così finalmente sarai libero, basta solo avere un po' di pazienza"... e, mio dio, pensare che lei ballava alla filodrammatica e scriveva poesie.

Oso sperare che nel mio caso non arriveremo alla scena della povera zingarella, anche perché non avrei sotto mano il vestito giusto. E poi dalla finestra entrano gli spifferi. Ma sento già un lieve allarme, un minuscolo prurito cardiaco. Si ha così voglia, a volte, di agitare il lembo della gonna, intrecciare le dita sulla gola, gettare di lato la testa e con voce gutturale esclamare: "Hai rovinato la mia bellezza, maledetto bruto, me l'hai rovinata".

Per questo domani uscirò nel gelo, forse, e passeggerò e magari comprerò un inutile piatto da portata, perché per qualche motivo non riesco ad avere pace.

Testo segnalato da: Manuela Vittorelli
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