Krishna Ganesh e gli altri
di Prasenjit Ranjan Gutpa, India
(traduzione di Emanuela Sotgiu)



Non sono mai stato religioso, ma qualche anno fa gli dei hanno iniziato a parlarmi.
Mi ero appena trasferito a New York City. Il primo è stato Krishna, mi lasciava messaggi nella segreteria telefonica.

"Ciao, sono Kris" diceva "tutto okay? Sono un po' preoccupato per te."

E poi metteva giù.

Non era uno che conoscevo, anche se molti Krishna-qualcosa sono diventati Kris, una volta trasferiti qui. Lo capisco benissimo; come farebbe la maggior parte degli americani a pronunciare Krishnaswamy Ramasubramaniam? E allora era meglio Kris o Ram, come l'autocarro. Quando mi chiamava, il display segnava 0, ma la luce lampeggiava e c'era questo messaggio. Quando qualcun altro lasciava un messaggio, la segreteria segnava 1 o a volte 2 e una volta perfino 3 (però erano tutti della stessa persona, un ubriaco che chiedeva di una certa Angela e aveva sbagliato numero).

Ecco perché sapevo che non si trattava di un Kris qualsiasi, ma di quello Azzurro e Affascinante in persona.
Certo, era bello sapere che gli dei mi tenevano d'occhio, ma improvvisamente mi sentii in colpa perché non credevo in loro. Un paio di volte provai a rimanere a casa - mi telefonava sempre durante il giorno, mentre ero fuori -   ma non chiamò. Gli volevo chiedere qualche dritta sulle donne.

Poi è stata la volta di Ganesh. Lo conoscete Ganesh, il dio elefante, quello che cavalca un topo (a volte la logica di queste cose mi sfugge. Ma le cose stanno così). Pensavo che la sua voce fosse acuta come il suono di una tromba, come il barrito di un elefante, e invece somigliava a quella di un annunciatore radiofonico, bassa, calda e profonda. E aveva un accento interessante, una specie di accento indiano settentrionale con una leggera inflessione inglese, come se fosse cresciuto a Delhi ascoltando spesso la BBC. Si presentò un giorno durante una pubblicità di mezz'ora su un canale televisivo. Vendevano attrezzi per fitness.
"Co-me va?" chiese Ganesh, facendo ondeggiare la proboscide su e giù. Stava eseguendo un esercizio su una bicicletta - chiamata Air Velocipede, a 299,96 dollari in quattro comode rate senza interessi - e le ginocchia gli sbattevano in continuazione contro la pancia. Ansimava. "Co-me sta-i?" mi chiese ancora una volta. Non ero sicuro che potesse sentirmi, ma comunque risposi "Ciao."
Lui disse, "Stai alla larga dalle patatine fritte, vecchio mio. Tutto a posto?"
"Non male" risposi.
Annuì, poi il ginocchio gli andò a sbattere contro la pancia che traballò come un ammasso di gelatina.

"Ops. Okay, bene. Bene, bip-bip." E comparve l'annunciatore, che parlava degli innumerevoli effetti benefici dell'Air Velocipede. Ne volevo ordinare una. Quanti prodotti sono pubblicizzati da un dio? Anche uno meno importante? Ma era troppo cara per me.


Io non avevo amicizie femminili, se si esclude quella - di assai breve durata - con Meera. Lei lavorava nel negozio indiano. Una volta la invitai a cena. In un ristorante bengalese. Ero certo che Krishna si fosse travestito da cameriere. Sapevo che era bravo nel dare consigli sul campo di battaglia, e allora gli chiesi cosa mi consigliava di ordinare.
E lui rispose, "Hmm. Provi il pollo tikka masala." Era il piatto più costoso di tutto il menù. Allora dissi, "Forse prenderò un alu gobi". Krishna si avviò ciondolando verso la cucina mentre borbottava qualcosa tra sé e sé. Penso che stesse facendo in po' di scena per il suo capo. Allora mi accorsi che dietro al collo aveva una piccola macchia azzurra proprio nel punto in cui si era dimenticato di truccarsi.
Alla cassa gli sussurrai, "Grazie, Kris. Ci si vede." Ma lui tenne il gioco fino in fondo: e insieme al resto mi restituì un'occhiata vuota - eh sì, era proprio così. Mi tenni il resto. Non si può dare la mancia a un dio. Si potrebbe offendere. Sbatté la porta alle nostre spalle. Krishna era un perfezionista.

Tornando a Jackson Heights sulla metropolitana dissi, "Hai presente quell'uomo? Al ristorante? Quello che faceva finta di essere un cameriere?"
Lei si voltò verso di me e sorrise. "Certo che ce l'ho presente, il servizio è stato pessimo, non ti pare?"
"Tempo fa mi ha lasciato dei messaggi."
"Cosa? Chi, il cameriere? Lo conosci?"
"Oh tutti lo conoscono. È un dio. Però mi lascia dei messaggi."
Lei ammutolì, e mi guardò con tutt'altro rispetto. Quando il treno rallentò si alzò in piedi. "Ma questa non è la tua fermata" dissi.
"Oh, penso che camminerò un po'" mi rispose. "No, no, non alzarti. Grazie per il...beh, grazie. Ciao."


Io lavoravo per una società di taxi. Non pagavano molto, ma il lavoro non era troppo duro, dovevo stare seduto in un gabbiotto tutto il giorno a controllare licenze, cose così. Anche il mio capo era indiano. Si chiamava Harivansh Vidyadhar Chaturvedi. Tutti però lo chiamavano Harry, ma la prima volta che lo incontrai lo chiamai Chaturvedi-ji e la cosa sembrò piacergli.
I primi giorni andò tutto bene, ma pian piano Chaturvedi cominciò a cambiare. Si trovò una fidanzata, e diventò molto maleducato con me. La sua ragazza era un'americana, Carol, che portava sempre jeans, scarpe da ginnastica e una camicia attillata o un maglioncino. Faceva la cameriera qualche isolato più in là. Era facile capire che cosa stava accadendo. Chaturvedi le voleva dare il mio lavoro.
Un giorno Chaturvedi spalancò la porta del gabbiotto e gettò un mucchio di ricevute sul registro. "Che cavolo ci fanno queste nel mio ufficio?" urlò.
Guardai le ricevute e dissi, "Aspettano la tua autorizzazione, Chaturvedi-ji."
Mi fissò. "Non chiamarmi Chaturvedi-ji, stronzetto." Poi, a voce più bassa aggiunse, "Indiano del cazzo."
"Ah... mi dispiace."
"È meglio che ti organizzi il lavoro. Di fuori c'è un sacco di gente in fila pronta a prendere il tuo posto."
E andandosene via sbatté la porta.
Ero scioccato. Quest'uomo era un Indiano. Rimasi seduto per un bel po' di tempo guardando fuori dalla finestra. Poi arrivò uno con una licenza e dovetti tornare al lavoro.
Ma non c'era verso di accontentarlo. Nelle ultime settimane feci esattamente quello che mi diceva di fare; feci di più; feci di meno. Tanto non c'era differenza. Ormai si era convinto che ero un incompetente.
Quindi quando rividi Ganesh gli chiesi che cosa mi consigliava di fare.
Era sulla televisione via cavo - credo su Canale 47- e pubblicizzava un frullato dietetico. Ci pensò un po' su mentre faceva una bella sorsata e arricciò soddisfatto la proboscide.

"Bene vecchio mio," disse alla fine, "Io credo che questo tipo, Chatterjee..."
"Chaturvedi," lo corressi.
"Se ne deve andare."

"Andare?"
"Si, proprio così. Sta creando troppi problemi."
"E dove andrà?"
Ganesh soffocò una risata e fece un altro sorso. "Ottima roba" disse. "Non ti preoccupare per Chatty. Vedrò cosa posso fare." Mise giù il bicchiere vuoto e si allontanò con la sua andatura a papera.
Attesi con ansia. Ma a Chaturvedi non accadde nulla. Continuò a urlare contro di me di fronte a tutti gli altri per delle cose che non avevo fatto. Allora quando tornavo a casa cominciai a passare da un canale all'altro cercando Ganesh. Facevo sempre più tardi. Ma sembrava che fosse scomparso sotto terra.


Una sera tornando a casa dal lavoro, scoprii di avere visite.
Durga era lì, seduta sulla poltrona con il poggiatesta nel mio soggiorno-camera da letto e io non avevo neanche rifatto il divano letto. Sembrava stare un po' scomoda sulla poltrona a causa delle sue dieci braccia, però sorrideva e, molto gentilmente mi disse, "Ah, sei tornato. Accomodati."
Tirai su le lenzuola e cercai di ripiegare il materasso dentro al divano. Era vecchio e pesante così feci un po' fatica, e per un istante pensai che Durga avrebbe potuto aiutarmi - dopo tutto aveva dieci mani - ma rimase seduta e continuò a sorridere beatamente mentre lottavo con il letto, però alla fine riuscii a rimetterlo dentro. Era tutto a posto, almeno credo. Lei è una dea. Misi i cuscini al loro posto e mi sedetti
"Ho sentito dire che hai qualche problema" cominciò.

"Te lo ha detto Ganesh?" le chiesi.
"Si, è uno dei miei più affidabil..."
"Dove diavolo si è cacciato?"
"Puoi ripetere per favore?"
"Voglio dire che sono diventato matto per trovarlo. Ho cercato fino al Canale 87. E non l'ho scovato da nessuna parte."
"Ah sì, non te lo ha detto? Ha lasciato la televisione. Sta facendo un pensierino su Hollywood. Pensa che il grande schermo gli darà più visibilità."
"Va bene, tu mi puoi aiutare o no?" Sapevo che stavo forzando la cosa, ma bisogna far valere i propri diritti. Solo così riesci ad andare avanti.
"Sì, sì, va bene" rispose Durga. "Sai qual è il problema? Non hai abbastanza fede."
"Fede? Non parlarmi di fede" le dissi sentendomi un po' colpevole. Molto colpevole. Ma continuai.   "La vedi la mia vita?" E indicai la mia stanzetta. "E oltretutto il mio capo sta per licenziarmi. E tu vuoi che io abbia fede?"
Durga si guardò attorno. "Hmm" disse. "Capisco quello che vuoi dire. Gli dei non sono stati molto gentili con te. Voglio dire, noi non siamo stati gentili. Ma sai come vanno le cose. È tutta politica. C'è sempre qualcuno che vuole più favori, più potere, si parla alle spalle e si fanno molte ingiustizie. E a volte il Capo sceglie i fortunati. Ma tu hai ragione, ti abbiamo ignorato. Però le cose stanno per cambiare."
"Mi fa piacere saperlo" risposi. Tutte quelle scuse! "E quando potrò vedere qualche risultato?"
Ci pensò un po' su. "Vediamo." Si chinò sulla borsa della palestra accanto alla poltrona. "Ricorda che io posso solo aiutarti e consigliarti. Il grosso del lavoro lo devi fare da solo." Stava rovistando nella borsa con almeno cinque mani, e faceva sbatacchiare rumorosamente vari oggetti.
"Ah! Eccolo qui." E tirò fuori un pugnale, largo quasi quanto una spada e   dall'aspetto molto minaccioso, con la punta ricurva e l'impugnatura dritta.
"Accidenti!" dissi. "Aspetta un attimo! Non mi starai dicendo..."
"Beh, se ti vuoi liberare di questo Chatterjee..."
"Chaturvedi" le risposi.

"Eccolo qui" mi disse Durga, sollevando il coltello e facendo scorrere un dito all'interno della lama curva e affilata. Lo mise sul tavolo.
"È proprio della taglia giusta." Mi sorrise. Poi si alzò, prese la borsa e uscì dalla porta aperta.

Testo segnalato da: Buràn
Link all'originale:
Qui