Il vento
di Janet Bohac, Caraibi
(traduzione di Emanuela Sotgiu)



Ormai il vento soffiava da giorni. Mamma diceva che quando il vento soffia così, da qualche parte è successo qualcosa di brutto e il vento prova a soffiarlo via.

Mio marito è rientrato, dopo una notte passata a pescare gamberetti sulla barca di Jack Finney. A volte quando torna a casa vorrei fermarlo sulla porta prima che riesca ad entrare in bagno. Mi piacerebbe sbottonargli la camicia, slacciargli la cintura e leccare via dal suo corpo ogni minima traccia di sale. Ma anche quando mi immagino di farlo, lui scappa via e non capisce. Chiude la porta e rimane da solo a farsi una doccia come si deve. Abbiamo avuto una bambina. Questo è stato prima che lui andasse a lavorare per Jack Finney, prima, quando aveva una barca tutta sua. Cominciò a bere e poi a perdere tempo. Lo perdeva come si perde una monetina o una rete da pesca, proprio come se il tempo fosse una cosa vera e ogni tanto non riusciva a trovarlo. Perdemmo la barca. E anche la bambina. Vennero dei signori importanti a portarla via e non so in che modo o quando avessero saputo come vivevamo. Per un po' ci perdemmo anche noi. Ero impazzita per il dolore di avere perso Christina. Mio marito passava il tempo giù alle paludi e una volta, tornando a casa, trovò che me n'ero andata anch'io. Ero finita all'ospedale, nel reparto dove mettono i piromani e gli schizzati. C'era pure una ninfomane mentre stavo lì. Si alzava di notte e andava in infermeria dove il ragazzo che faceva il turno di notte se ne stava seduto fumando Camel. Lei si toccava di fronte a lui e lui rimaneva seduto con i piedi sul tavolo a fumare. Avevo un tale macello dentro la testa che stavo sempre zitta. Non riuscivo a parlare, neanche oer dire che non avevo niente a che fare con quella ragazza e neanche con i piromani. Il dolore mi faceva tacere, ma allora non lo sapevo. Quando sono uscita ero sconvolta proprio come quando ero entrata. Un giorno mio marito è venuto lì e mi ha portato a casa. Aveva trovato lavoro da Finney, e lavorare per qualcun altro fu per lui l'unico vero cambiamento.

Non so per quanto tempo sono stata seduta sulla stessa sedia in cucina a guardare fuori dalla finestra. Fissavo gli alberi fino a che non mi ricordavo ogni singola ruga della corteccia. Poi giravo lo sguardo verso la finestra fino a che non imparavo a memoria ogni crepa della vernice, ogni buco della zanzariera e ogni granello di polvere. Poi fissavo l'angolo della cucina là dove finisce il bianco del soffitto e inizia il verde della parete. In pochi giorni, durante la notte un ragno aveva fatto una ragnatela. Io osservai il ragno per qualche giorno e poi un pomeriggio, mentre mio marito si mangiava un piatto di banane fritte davanti a me, io mi girai e gli dissi " Non ci avevo mai fatto caso a quanto il ragno disprezza le mosche."

Mio marito continuò a mangiare e i suoi occhi incontrarono i miei mentre faceva un boccone.

  "Infatti." disse "E' proprio cosi."

Quella notte, quando lui si mise sopra di me, mi sembrò di tornare a vivere. Io pensavo ancora al ragno e mentre si muoveva avanti e dietro dentro di me gli dissi piano "Esce dal suo corpo. E lui sa cosa farci. È proprio un capolavoro."

Dopo che aveva fatto, lui poggiò la testa sulla mia spalla. "Vuoi che ti riporti in quel posto?" mi chiese.

"No" risposi "Tutto a posto."  

Una settimana dopo iniziò a soffiare il vento. Io lo guardavo, fin da quando aveva iniziato. Soffiava come quando sta per arrivare un uragano, ma era inverno e d'inverno non ci sono uragani. Il vento era così forte che entrò nella mia cucina, fece un giro sul soffitto e strappò un pezzo di ragnatela. Il giorno dopo tutto era tornato come prima.

La prossima volta che gli parlerò gli voglio dire "Il ragno è proprio un animale misterioso. Lavora di notte." Poi voglio che mi abbracci e voglio che tra di noi non ci siano più distanze."   

Testo segnalato da: Buràn
Link al sito dell'autore:
Qui