La prova di virilità
di Mohammed Naseehu Ali, Ghana
(traduzione di Gaia Bastianon)



Il giorno fissato per la prova di virilità, il signor Rafique si era svegliato alle tre e mezza del mattino, un’ora prima del solito. Aveva dormito a malapena, quella notte, tormentato dalla visione di una scena ambientata al mercato centrale di Kumasi(1), nella quale un gruppo di vecchie vendeva sulla pubblica piazza falli di ogni dimensione, forma e colore. Era rimasto sdraiato sulla gommapiuma rigida del divano del salotto, dove aveva dormito durante l’ultima settimana. Si premeva con dolcezza il pene flaccido, come fanno i dottori con la pompetta per misurare la pressione sanguigna, sperando che si sarebbe eretto completamente, cosa che non accadeva da tre settimane.

Il canto forte dei galli nell’aia lo aveva allertato, improvvisamente sopraffatto dalla paura paralizzante che lo aveva tormentato da quel giorno di circa una settimana prima, quando sua moglie aveva denunciato la sua impotenza al palazzo degli Anziani sulla via Zongo. Per verificare le affermazioni della moglie, l’alkali, o giudice, aveva ordinato a Rafique di sottoporsi ad una prova di virilità, durante la quale avrebbe dovuto giacere con sua moglie sotto gli occhi di una lafiree, un’incaricata.

La prova era fissata per le quattro e mezzo di quel pomeriggio, e anche il mero pensiero di tentare di giacere ancora con sua moglie gli rendeva insensibile l’intero corpo. Strofinò le dita della mano sinistra intorno alla punta del pene. “Perché mi tratti così?”, sussurrò a se stesso, “Dai, dimmi! Perché mi tratti così?”. Sollevò la testa dal cuscino per guardarsi lo scroto, come se si fosse aspettato che il pene rispondesse. “Che farò, eh, Allah!”, disse, la sua voce adesso appena più di un respiro “Che farò se fallisco?”.

Rafique sollevò le braccia e, in silenzio, rivolse una preghiera alla regione più remota del suo cuore, dove nessuno, neanche i due angeli che si dicono a guardia di ogni mortale giorno e notte, poteva udirlo. Pregò che un miracolo trasformasse il suo fallo flaccido in un fallo pulsante, pienamente eretto; implorò Allah di guidare il suo destino lontano dall’imminente umiliazione che minacciava di gettarlo, e con lui tutta la sua famiglia, nella vergogna.

Rimase sul divano per un’altra ora circa, il suo pene semi eretto raccolto nel palmo della mano sinistra. Udì gli incantamenti del muezzin, “Allahu Akbar, Allahu Akbar” (Dio è grande! Dio è grande), che chiamavano i fedeli alla prima delle cinque preghiere quotidiane rivolte al Creatore. Con gentilezza si strofinò il pene e si mise in ascolto:

Assalat hairi minal-naum! Assalat hairi minal-naum!” (La preghiera è migliore del sonno! La preghiera è migliore del sonno!)

La voce melliflua, melanconica eppure autorevole del cantore lenì il cuore di Rafique e lo condusse nella totale sottomissione ad Allah. Per un momento dimenticò la prova incombente e l’agonia che gli aveva portato. I suoi occhi erano asciutti e prudevano dalla mancanza di sonno; la sua mente affaticata dai falli che aveva visto nei suoi incubi; il suo corpo infiacchito dall’aver dormito sul divano per una settimana.

All’improvviso il pensiero ritornò alla sua inabilità, le paure del suo cuore affogarono nel canto del muezzin. Si alzò in piedi e iniziò a pregare: “Che i miei nemici oggi restino delusi e vengano gettati nella vergogna, o Allah!”. Levò le braccia in aria, con una faccia piena di autocompassione. “E a quanti dubitano della mia virilità, o Allah”, continuò, “dimostra che ogni potenza viene da te. Dammi la forza di affrontare questa prova, a cui vengo malignamente sottoposto!”

Chiuse la preghiera con la recita dell’Ayatul-Kursiyyu, il secondo verso più potente del Corano, che si dice faccia meraviglie nella risoluzione di ogni tipo di problema. Alla fine levò le mani nell’aria, si sputò sui palmi aperti e se li strofinò con gentilezza sul viso. Mormorò “Amen”, tornò a sdraiarsi sul divano e riprese ad accarezzarsi il pene.

Nel giro di poco, Rafique si era talmente perso in questa attività da dimenticarsi che era quasi l’ora della preghiera del “suba”. La voce del muezzin, distante, evocatrice, lo risvegliò dalle sue fantasie.

Ash-hadu al’a’ila’ha illallà!” (Testimonio che non c’è altro Dio al di fuori di Allah!), stava recitando la voce.

Come spinto da quelle invocazioni, il pene di Rafique cominciò a indurirsi.


Un minuto più tardi era eretto, solido come una banana acerba, storto e incurvato verso la coscia destra. Mai prima, in trentotto anni di esistenza, il suo pene era stato così duro. Rafique era sconcertato. Spostò le natiche di traverso e allargò le gambe, in modo da fare spazio alla protuberanza. Riempito da una gioia segreta, Rafique fu quasi spinto da un desiderio improvviso di introdursi nella camera della moglie ed entrare a forza dentro di lei. Ma un ripensamento gli disse che era meglio di no, e così decise di attendere la prova, “sotto gli occhi di quella vecchia lafiree e dell’intera strada. Allora mostrerò a mia moglie e a tutti i miei nemici che sono un vero uomo”.

Poi gli venne in mente che le preghiere del mattino stavano per iniziare. In un unico movimento si alzò dal divano e si infilò l’abito della preghiera che nascondeva il rigonfiamento negli ampi pantaloni. Infilò i piedi nei sandali di gomma e guizzò fuori dalla stanza in un’alba ariosa e profumata di rugiada. All’esterno si raccoglievano alcuni galli ritardatari, svegliatisi solo allora. Il signor Rafique corse dritto fino alla moschea, mormorando il dhikr(2).

Zulaikha, sua moglie da otto mesi, era già al palazzo quando, alle quattro, Rafique arrivò. La moglie si trovava nell’ufficio dell’alkali, dove gli anziani e la vecchia scelta per assistere alla prova le impartivano le istruzioni. Era stata accompagnata al palazzo da due donne di mezz’età della sua famiglia. La aspettavano sedute in un’ampia sala d’attesa dai soffitti alti. Molto prima del giorno della prova, il signor Rafique aveva deciso che tutti quelli che credevano alle affermazioni della moglie erano suoi nemici; e, siccome sapeva per certo che le accompagnatrici di Zulaikha non solo le credevano, ma avevano anche sostenuto la sua richiesta di divorzio, le ignorò completamente.

“Ipocriti”, sussurrò. “Ecco cosa sono, tutti, nessuno escluso! Si comportano come se ti volessero bene, e invece non fanno altro che attendere la tua rovina!”. Trovò una panca libera e ci si sedette, in attesa che venisse il suo turno per vedere l’alkali.

L’incontro con gli anziani fu molto breve, non più di cinque minuti. Mentre attraversava l’atrio che conduceva alla stanza dove si sarebbe svolta la prova, il signor Rafique vide almeno tre dozzine di volti e più di un paio di occhi che lo scrutavano attraverso le molte finestre della sala d’attesa. Non erano solo gli abitanti di via Zongo ad osservarlo, ma anche l’intera città di Kumasi, in trepida attesa del suo fallimento. Rafique ignorò gli sguardi ed entrò nel lungo, ampio corridoio che conduceva al secondo cortile dell’edificio.

Ora che la prova si avvicinava, l’angoscia mentale ed emotiva che aveva tormentato Rafique scomparve, egli era determinato a riscattarsi sotto gli occhi dei suoi nemici, a “gettarli nella vergogna, col volere di Allah”. Allora comprese che la presenza della lafiree avrebbe, di fatto, giocato a suo vantaggio, perché Zulaikha, che non avrebbe voluto essere considerata al pari di una prostituta, sarebbe “rimasta immobile ad accogliere suo marito”, come si addice a una donna sposata. Questo aumentò la sua eccitazione. Mentre si avvicinava alla stanza della prova, Rafique sentì il sangue affluire al suo pene semieretto.

La vecchia e Zulaikha si erano recate direttamente nella stanza, alla fine di un corridoio lungo e stretto che si trovava nella parte del palazzo aperta agli ospiti. La stanza adibita alla prova aveva l’unica finestra che si affacciava su un cortile quasi vuoto. L’interno era ben illuminato da un lungo tubo al neon. Un letto matrimoniale di kapok(3) era disposto nell’angolo a sinistra e vicino ad esso c’era un piccolo tavolo. La sedia della sorvegliante era posta di fronte al letto in modo tale che la vecchia avrebbe avuto una chiara visuale di quanto sarebbe successo.

Mentre raggiungeva la porta, Rafique si fermò. “Assalaamu Alaikum!” disse e attese una risposta. La vecchia socchiuse la porta e fece capolino. Nonostante le lentiggini che le ricoprivano il viso rugoso, la lafiree portava bene i suoi sessantotto anni. Il sorriso garbato, che rivelava due fori al posto dei denti davanti, sembrò falso a Rafique, che la vide semplicemente come un’altra dei suoi nemici.

In risposta al sorriso caldo e accogliente della vecchia, Rafique ghignò di cattivo umore.

“Entra”, disse la lafiree, conscia del suo malanimo. “Chiamami quando siete pronti a iniziare. Io aspetto fuori”, e gli passò davanti con un sorriso. Rafique entrò nella stanza. Nel frattempo, fuori dal palazzo si era raccolta una vera folla. Gruppi di persone si erano scambiati pettegolezzi sulla prova. Molte donne, che vendevano noccioline, patate dolci e bibite allo zenzero, si erano radunate davanti ai cancelli del palazzo. Una chiacchierona, che affermava di essere la migliore amica della madre di Zulaikha, stava dritta in mezzo alle venditrici, e, nonostante non avesse cibarie, aveva catturato ugualmente la totale attenzione delle ambulanti con la sua storia.

“La madre della ragazza mi ha confidato che la spiritista che hanno consultato ha detto che l’arnese del marito è stato cucinato e mangiato dalle streghe molto tempo fa, nel corso di uno dei loro festini settimanali”. Il piccolo pubblico della donna era incantato. “E ci credereste se vi dicessi che non è stato altri che la madre dello sposo a portare l’affare al festino? E questo non fa altro che dimostrare che anche lei è una di loro”. La donna abbassò il tono. “Non c’è da stupirsi se ha dormito in un letto d’erba per nove anni! Però, non dite a nessuno che sono stata io a raccontarvelo, va bene? È un segreto!”. Poi descrisse alle venditrici (con profusione di dettagli) come il pene di Rafique era stato tagliato, preparato e mangiato dalle streghe. Le donne sussultarono e si domandarono come la chiacchierona fosse riuscita ad avere queste informazioni. Ma nessuna osò chiederlo, temendo che la donna avrebbe interrotto il racconto.

Intorno alle venditrici si era riunito un gruppo di giovani uomini fra i sedici e i ventitré anni. Anche loro si interrogavano sulla prova di virilità. Uno di loro giurò di aver visto Rafique mentre entrava nel palazzo e che “il suo pene dava proprio l’impressione di voler sfondare i pantaloni. Vi dico, gente, tanto era duro!”, disse il giovane. Poi sfidò i suoi uditori a scommettere cento cedis(4) a testa se dubitavano che Rafique avrebbe superato la prova. Nessuno mostrò interesse alla scommessa, nonostante tutti tifassero per Rafique, così come la maggior parte delle donne e delle ragazze per strada tifavano per Zulaikha.

Gli occhi di Zulaikha incontrarono quelli del marito che entrava nella stanza. Non lo vedeva da quando, quella mattina, era uscito per andare a lavorare. Zulaikha abbassò la testa e si spostò imbarazzata verso la fine del letto. Rafique rimase in piedi, immobile, senza dire una parola. Zulaikha sollevò lo sguardo, e i loro occhi si incontrarono di nuovo. L’uomo scrollò le spalle muovendo su e giù le sopracciglia, per dire, o meglio indicare, che era arrivato il momento di iniziare quello che erano venuti a fare. Zulaikha si sentì al pari di una prostituta, e, per dirla tutta, anche di quelle da pochi soldi, visto che l’intera città di Kumasi sapeva quello che lei e suo marito stavano per fare. E il fatto che fuori dal palazzo si fosse radunata gente in attesa di sapere il risultato, la faceva sentire ancora più da poco.

Dentro di lei comparve l’odio, non nei confronti di Rafique, ma verso la gente del quartiere. Timidamente guardò negli occhi incavati del marito, e provò per lui un’improvvisa, immensa tenerezza. Si biasimò per tutte le disgrazie di Rafique, e sentì che lei, o almeno il fatto di averlo sposato, non gli aveva portato altro che rovina. Era piena di tristezza al pensiero della disgrazia che lo attendeva, una volta che la prova fosse terminata. “Se solo sapessi cosa fare per aiutarlo a cavarsela”, disse a se stessa. Pensò di dire alla vecchia che aveva mentito sulla virilità del marito, ma al tempo stesso sapeva che era troppo tardi per cambiare le sue parole.

Poi le cose presero una svolta inattesa e misteriosa. All’improvviso Rafique si intenerì, non fra le gambe, come si poteva pensare, ma nel petto, dentro al cuore. In un improvviso risveglio spirituale comprese che la sua incapacità non dipendeva né da lui, né dalla moglie. La attribuì alle macchinazioni maligne dei suoi nemici del quartiere e alle vecchie streghe che, da lungo tempo, si erano messe in testa di distruggerlo, anche se i loro cuori malvagi non l’avrebbero mai visto accadere!

Mentre questi pensieri gli balenavano nella testa, i suoi occhi incontrarono ancora una volta quelli di Zulaikha. E nello sguardo dolce di lei vide tutte le qualità che lo avevano attratto sin dal primo momento: la personalità e la forza insolita, che l’avevano spinta a fare cose veramente non comuni per le donne di via Zongo. Era incantato dal suo fascino e dalla sua sicurezza. In quel momento, gli occhi grandi e seducenti di Zulaikha erano pieni di compassione. Mentre li guardava, Rafique provò per lei una passione ancora più intensa di quanto non avesse mai provato prima, era una sensazione gioiosa e dolorosa insieme, che gli riempiva il cuore d’amore.

Qualcosa dentro Rafique gli disse che l’unico modo per conservare per tutta la vita il suo amore per Zulai era dividersi da lei, “separarmi dall’incantesimo che l’Amore getta sulle persone… amarla con l’anima, e quindi completamente”. In quel momento rinunciò sia al matrimonio che al sesso e decise di concedere a Zulaikha il divorzio che essa chiedeva. Attese l’ingresso della vecchia, per annunciarle le sua decisione.

Nel frattempo, Rafique esplorò gli angoli più remoti della sua mente e del suo cuore, nella speranza di trovare la causa del suo cambiamento. Gli sembrò che qualcosa che faceva parte del suo intero essere, sebbene molto più grande di se stesso, lo aveva condotto a questa decisione. E anche se non era in grado di immaginare che cosa fosse veramente quel qualcosa, Rafique visse il resto della sua esistenza felice del nuovo sentiero che aveva scelto. “Questo è l’unico modo che ho per mantenere la mia dignità”, pensò, e desiderò di poter dire a Zulai esattamente quello che aveva in testa. “Ne sarebbe lieta, ci posso giurare”, si disse.

“Siete pronti?”. La voce della vecchia gracchiò dalla porta.

“Sì”, rispose con calma Rafique.

Zulaikha sembrava confusa e, non sapendo cosa dire o fare, tenne gli occhi ben lontani dalla porta mentre la vecchia entrava. La lafiree, che si aspettava di vedere molto più di quello che vide, reagì con stupore, ma non disse nulla. Sembrava delusa del fatto che Rafique non fosse sopra la moglie.

“Ho cambiato idea”, disse Rafique, evitando lo sguardo di Zulaikha.

“Che cosa stai dicendo?”, urlò la vecchia, afferrandolo per un braccio.

“Mah, per quanto mi riguarda, non lo farei neanche se tu lasciassi la stanza”. Fece una pausa, guardò la moglie e continuò. “Qui le concedo il divorzio, tre volte, tre volte, tre volte!”.

“Aspetta Rafiku”, disse la vecchia. “perché vuoi farti questo? Lo sai che cosa diranno gli zongolesi, vero?”

“Sì, lo so! Ma per parte mia, possono dire quello che vogliono! Il mio cuore mi dice che sto facendo la cosa giusta. Ecco cosa mi importa veramente, e non quello che può pensare uno zongolese”.

La lafiree rabbrividì alle parole di Rafique. Zulaikha, che avrebbe dovuto gioirne, rimase seduta, rigida e con gli occhi socchiusi, come se avesse appena ricevuto notizie luttuose. Rafique fece un passo verso di lei. Abbassò la testa, e con il palmo della mano sinistra sul cuore, stese il braccio destro verso di lei, in un gesto d’amore e rispetto. “Maassalam”, disse educato, poi si voltò e uscì dalla stanza. Le due donne si guardarono e poi rivolsero lo sguardo alla sua schiena, ancora incapaci di capire quanto era avvenuto.

Non appena il signor Rafique attraversò i cancelli del palazzo, per strada si sparse la voce che aveva fallito. Il giorno dopo, c’erano una mezza dozzina di nuove storie sulla prova di virilità, ognuna con una leggera variante, che venivano salate e condite da ogni nuova bocca che le raccontava. Alcune voci dicevano che Rafique aveva effettivamente superato la prova, ma immediatamente dopo aveva pronunciato la formula del divorzio, per vendicarsi della moglie. Una giurava che “la penna di Rafique aveva finito l’inchiostro” nel bel mezzo della prova. Un’altra sosteneva che aveva fallito miseramente, e che, tanto per cominciare, “non era stato capace di farlo alzare”; che Rafique non era mai stato un vero uomo, e che, dopo tutto, Najim era figlio di qualcun altro, un figlio che gli era stato imposto dalla “madre puttana”, perché il vero colpevole aveva negato la responsabilità della gravidanza.

La lafiree, che evidentemente aveva notato la protuberanza nei calzoni di Rafique quando era entrato nella stanza della prova, lo difese. Giurò sui suoi molti anni e sulla forza del marito morto che “Il giovane Rafique è un vero uomo! Ho visto la patta dei suoi pantaloni con i miei stessi occhi, e, credetemi, so riconoscere un vero uomo quando ne vedo uno!”.

E questo è tutto quello che c’è da dire sul tentativo della vecchia di raccontare la verità su quanto aveva visto. Le canaglie del quartiere la soprannominarono “Signora-vero-uomo”. E, con suo profondo disappunto, il soprannome accompagnò la povera donna fino alla tomba.



(1) Kumasi: città del Ghana, capoluogo della regione dell’Ashanti, a 250 km dalla capitale Accra

(2) Dhikr: preghiera composta dalla ripetizione dei 99 nomi di Dio o di alcuni versetti, attraverso cui si raggiunge uno stato di trance estatica

(3) Kapok: albero tropicale che raggiungere i 40 metri d’altezza; per estensione, l’ovatta ricavata dalla lanugine che ricopre i suoi frutti

(4) Valuta del Ghana


Testo segnalato da: Buràn
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