Tichafataona dorme
di Blessing Musariri, Zimbabwe
(traduzione di Rita Balestra)
Sto in ascolto per sentire il rumore di passi furtivi nella notte, ma la casa tace.
Il letto accanto a me è vuoto, come negli ultimi tre anni da quando Cornelius, svegliatosi una mattina e pronunciando con gravità le sue parole, mi disse che se ne andava e che non sarebbe tornato.
"Non ce la faccio più, Eustina. Devo andare, altrimenti una mattina mi sveglierò e non mi alzerò più dal letto. Non mi resta altro da fare per continuare a vivere".
Non c'era niente che potessi dire. Provavo la stessa cosa ma io non potevo andarmene. L'agire di Tichafa mi incatenava a questa casa.
*
Quando mio fratello tornò a casa dalla guerra per la prima volta, dormì per tre giorni senza svegliarsi. Il quarto giorno si svegliò talmente affamato e minaccioso, che avrebbe ingoiato anche noi, insieme all'abbondante piatto di sadza(1) e stufato che divorò. Quel giorno si riempì lo stomaco con i polli che mia madre aveva ucciso, ma la fame non lo abbandonò mai. Gli aveva lasciato profonde fosse negli occhi e di notte gli faceva tremare il corpo, da non riuscire a dormire. La guerra lo aveva rinchiuso in una prigione dalla quale non poteva scappare.
"Tichafataona" - "Quando moriremo, avremo visto molte cose". Mi piace pensare che il suo nome racchiudesse la speranza di grandi cose ma, come si rivelò, accaddero solo cose gravi.
Non riesco a ricordare l'ultima volta che ho dormito tutta la notte. Forse avevo appena svezzato mio figlio minore quando Tichafa venne a vivere con noi portando con sé la sua pena e l'insonnia che divennero altrettanto nostre. Non c'era un posto dove potessi mandarlo a stare; i nostri genitori erano morti entrambi, non c'era più niente per noi in campagna; uno zio aveva rilevato la fattoria e con una famiglia di sei persone a cui provvedere, non c'era posto per un uomo adulto ossessionato dagli incubi in pieno giorno. Inoltre, essendo la parente vivente più prossima, dovevo la mia vita a Tichafa: era il minimo che potessi fare per aiutarlo a ritrovare una parvenza di sé.
Era il 1976, quando feci quella che ho sempre considerato la mia breve incursione nella guerra. Lasciai la casa a notte fonda per assistere a un punge(2) nei paraggi e per ritornarvi solo quattro mesi dopo in un altro stato. Infiammata dallo zelo rivoluzionario dei compagni, mi offrii volontaria per andare in Mozambico ad addestrarmi. Non dissi niente a mia madre e a mio padre, perché sapevo che avrebbero cercato di dissuadermi.
Un mese di addestramento, il nostro accampamento fu attaccato da ricognitori nemici. Ci avevano addestrato su cosa fare e dove andare in caso di attacco, ma ero ferita e presto non ebbi più la forza di continuare a correre. Mi trascinai sotto a dei cespugli e attesi la morte. Trascorse del tempo mentre giacevo sulla terra dura sotto di me, oscillando tra la veglia e l'incoscienza, credendomi fuori pericolo, quando udii battere nel sottobosco. Rumore di passi e respiro pesante. Nonostante la debolezza, il cuore aveva ritrovato un'improvvisa energia e cominciò a battermi forte nel petto, come se cercasse di suonare l'allarme a suon di tamburo. La saliva pungente come metallo in bocca, dovevo tener chiuse le labbra con la mano per paura che il respiro, all'improvviso accelerato e sonoro, mi tradisse. Degli stivali marroni consunti si fermarono ai miei piedi e un AK(3) aprì il fogliame che mi nascondeva. Per non avere più paura si deve raggiungere il culmine della paura. Trapassa muscoli e ossa come un laser, lasciandoti tramortito e rassegnato al tuo destino. Decisi allora che sarei morta guardando in faccia il mio nemico, così alzai lo sguardo. Non c'è un modo per descrivere quella sgradevole mistura di terrore, confusione e sollievo. Ebbi conati di stomaco e vomitai il suo amaro contenuto, quello che ne restava dopo uno o due giorni senza cibo. La voce di Tichafa mi raggiunse da molto, molto lontano.
"Eustina! Che ci fai qui? Amai non riesce a mangiare perché vuole sapere cosa ti è successo. Devi tornare a casa".
Che cosa incredibile! Ricordo di aver pensato che si trattava solo di un sogno prima di morire, che delle centinaia di persone che si spostano clandestinamente nel segreto della prateria del Mozambico, mio fratello era l'unica persona che potesse trovarmi. È tutto ciò che ricordo finché mi non mi svegliai alla vista del volto ansioso di mia madre. Tichafa mi aveva riportato a casa al sicuro da solo. Me ne andai di casa due anni dopo, quando Cornelius mi chiese di diventare sua moglie, e me ne andai con lui in città. Avevo assaporato la mia porzione di guerra. Non sarei più stata capace di lavarmela via di bocca.
"Figli di puttana!"
Quest'urlo ruggente annunciava l'arrivo dei demoni di Tichafa. Arrivarono da noi tramite lui, ma adesso vivono in un recesso buio dentro di me, dove un vento freddo fischia senza ritorno. La sua sorda e persistente disarmonia li mantiene in uno stato di letargia, ma non dimentico mai che stanno lì. Non li dimenticherò mai. Li trattengo per un riscatto che nessuno potrà mai pagare.
Nel 1985 ci trasferimmo dalla zona sovrappopolata di Mufakose alla periferia di Mabelreign, in una nazione nuova, libera e riconciliata, soddisfatti della nostra nuova casa di tre stanze con spazio sufficiente per il prato, gli alberi e le aiuole nel cortile antistante, e con un orto piuttosto grande sul retro. A quell'epoca, mio figlio Alois aveva cinque anni e sua sorella Sekai quasi tre. Un anno più tardi, Tichafa venne a vivere con noi e lo sistemai nel piccolo cottage vicino all'orto.
Una notte, circa un mese dopo che Tichafa si era trasferito da noi, fui svegliata da un picchiettare furtivo alla finestra. Anche Cornelius lo aveva sentito ed era andato a sbirciare con circospezione all'angolo della tenda per vedere chi ci fosse. Esclamò qualcosa sommessamente, tenendosi ben ritto e si mosse per aprire la finestra.
"Chi è, Cornelius?"
"È Tichafa. Che succede, sekuru(4)?" Lo udii chiedere da dietro le tende.
"Apri la porta amico. Ho una notizia importante".
Prima che potesse rispondere, Tichafa aveva già fatto il giro della casa e aspettava alla porta della cucina. Il cuore mi rotolò nel petto come un masso che staccatosi rotola giù da una montagna. Cosa poteva essere? Il mio primo pensiero fu che potesse essere accaduto qualcosa ai bambini, ma come poteva saperlo Tichafa? Andai a controllare comunque. Stavano bene. Poi pensai che forse Tichafa aveva sorpreso dei ladri, così andai in cucina per informarmi e fui sorpresa di trovarla al buio, ma potei udire un parlottare sottovoce. Accesi la luce e Tichafa scattò verso di me prima che potessi allontanarmi. Spingendomi da parte, ci immerse nuovamente nel buio.
"Vuoi farci uccidere compagna?", sussurrò rabbioso. "Il toro del vecchio Shoko sta muggendo fuori casa mia da una quindicina di minuti. Sta succedendo qualcosa. Dobbiamo muoverci. Compagni! Subito!", disse.
Aveva una tale urgenza che anche se avessimo accarezzato l'idea che si trattasse di uno scherzo, fummo presto convinti del contrario. Afferrò la mano di Cornelius e lo trascinò verso la porta.
"Non c'è tempo per le scarpe, compagno, o stanotte moriremo tutti".
O si dimenticò di me o diede per scontato che li avrei seguiti, fatto sta che non tornò a prendermi e a trascinarmi con sé. Guardavo le loro sagome indistinte guizzare di cespuglio in albero, Cornelius trascinato senza tregua, finché non riuscii più a vederli. Rimasi lì, la gola serrata, gli occhi aridi e in fiamme, il pugno stretto al collo della camicia da notte, senza sapere cosa pensare. In quell'attimo di luce avevo visto un sguardo feroce e risoluto negli occhi di Tichafa che mi diceva, senza alcun dubbio, che Tichafa era altrove. Un luogo che era entrato e uscito dalle nostre vite, ma i cui fantasmi erano tornati a reclamarlo. Per un momento pensai che avrei dovuto chiamare la polizia, ma che cosa avrei detto? Che mio fratello credeva di essere tornato nella macchia, a combattere per la libertà e che aveva preso in ostaggio mio marito nel giardino? Che avrebbero fatto? Niente, ne sono certa, proprio come feci io quella notte, ferma ad aspettare sulla porta della cucina, senza avvertire la strisciante insensibilità nelle gambe. Senza sentire il dolore che si irradiava dai lombi o il graduale arrossamento degli occhi mano a mano che la notte cedeva alla luce.
Cornelius barcollò fino a casa, madido di sudore, respirando a fatica. Mi guardò, la mia mano ancora attorno alla gola, le domande negli occhi e lui scosse il capo, prima di puntare le mani sulle ginocchia piegate per recuperare fiato.
"Abbiamo corso", riuscì a dire finalmente, "e corso. Nei paraggi qui intorno, correre e nasconderci… e poi correre ancora". Allora scosse di nuovo la testa, si lasciò cadere sul primo gradino, con la schiena poggiata alla porta, la testa tra le mani.
Cornelius, poco più giovane di Tichafa, non aveva visto molti scontri, dal momento che aveva passato la maggior parte del tempo a lavorare per le ferrovie in città, facendo su e giù solo quando era necessario portare messaggi avanti e indietro agli operativi. Quando la guerra si intensificò, fu arrestato e messo in carcere per presunta collaborazione con i terroristi. Lo rilasciarono un mese dopo perché non erano riusciti a trovare le prove contro di lui. Tornò al villaggio e dopo ci sposammo e tornammo in città. Anche Cornelius aveva i suoi demoni, ma erano più benevoli perché gli concedevano lunghi periodi di pace. Ecco perché, penso, riconosceva i fantasmi di Tichafa e sapeva non combatterli. Non toccava a lui sfidarli.
Gli fu diagnosticata una schizofrenia paranoica da tenere sotto controllo con farmaci. Riuscimmo a farglieli prendere con l'inganno solo per un po', prima che cominciasse a saltare i pasti. Cornelius diceva per scherzo di essere quasi pronto per le gare di fondo notturne ma vedevo che era stanco. Proprio quando mi decisi a far sottoporre Tichafa a sedute psichiatriche, subì una trasformazione. All'improvviso, come quando cala la notte in inverno, il male scomparve dalla vita di Tichafa e fu di nuovo lucido. I bambini erano felicissimi, amavano il loro zio ma erano sempre stati intimoriti dai suoi cambiamenti repentini. La pace tornò a regnare in casa nostra soltanto per due settimane e, come ogni ospite beneducato che desideri ogni volta una buona accoglienza, non si trattenne oltre.
Era un pomeriggio di settembre, esattamente lo stesso giorno di quattro anni fa, quando Tichafa si strinse una corda attorno al collo e tentò di impiccarsi all'albero di jaracanda nel cortile sul retro. La corda si spezzò ed egli sopravvisse. Non poté mangiare per giorni, la gola aveva subito un brutto danno. Deperiva, le guance scavate nascoste dalla barba incolta. Gli occhi erano grandi e venati di rosso sul volto stanco. Cornelius fece a pezzi l'albero dicendo di non volere che gli ngozi (5) del clan di Mugazdi punissero i figli per le colpe dei padri.
Desiderai che mia madre fosse ancora viva. Lei avrebbe saputo cosa fare. Cercai di parlargli, ma le cose che diceva erano incomprensibili e la maggior parte delle volte rispondeva a persone che poteva vedere solo lui. Un giorno, in quello che io credetti un momento di lucidità, mi guardò dritto in faccia e disse: "Handzvadzi, questo posto non è sicuro per noi. Verranno e trucideranno i bambini perché non possano imbracciare le armi contro di loro quando saranno uomini e donne adulti".
Come potevo mai sapere che era un avvertimento di quello che sarebbe poi successo?
(Pubblicato per gentile concessione del British Council e del magazine Crossing Borders)
(1) Sadza è il nome in lingua Shona dell'alimento principale in Zimbabwe, a base di farina di mais cotta, una specie di polenta. È la principale fonte di carboidrati e il piatto più comune tra gli indigeni. (N.d.T.)
(2) Dal fiume Pungwe (lungo 400km, nasce nelle Eastern Highlands in Zinbabwe e sfocia in Mozambico), luogo di incontri clandestini dei ribelli in riva al fiume. (N.d.T.)
(3)AK sta per Avtomat Kalashnikova, ovvero un fucile mitragliatore, progettato nel 1947 da Mikhail Kalashnikov, allora sottufficiale dell'Armata Rossa dell'Unione Sovietica.
(4) "Sekuru", in lingua Shona "nonno", qui si può tradurre con "zio". (N.d.T)
(5) Ngozi, in lingua Shona, sono gli spiriti della vendetta (N.d.A.)
Testo segnalato da: Buràn
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