All'ombra di Sendero Luminoso
di Ivan Loyola, Perù
(traduzione di Vanessa Figliomeni)
Arrivammo alla comunità contadina di Soccos prima dell'alba, dice Honorio, e intanto sorseggia il caffè.
Il suo sguardo si perde nel passato e io cerco di scrutare i suoi sentimenti, tentando invano di scoprire i segreti di quell'anima che ha visto gli orrori della guerra sporca, che si è affacciata sui precipizi della paura, che ha acquisito l'insensibilità di coloro che hanno combattuto, di coloro che hanno ucciso, di coloro che hanno visto morire le persone che amavano.
Allora? lo infastidisco, block-notes in mano, la matita che si agita fra le dita, ansioso di strappargli una storia preziosa.
Honorio abbassa gli occhi, li posa sull'oscurità tangibile del marciapiede, mette le mani nelle tasche della scadente giacca rossa e con un gesto mi fa capire che una volta arrivati, una volta dentro il bar, lì ti racconterò quello che accadde.
Il Funky è vuoto, il cameriere ci guarda e ci riconosce, sa già quale tavolo, il solito, attaccato all'angolo. Fumate, vero?
Porta i caffè, Honorio questa volta non vuole mangiare, no, non voglio la pizza, come un bambino si siede a mani giunte sulle cosce, come un bambino che confessa una monelleria. All'inizio il suo racconto è inespressivo, come una preghiera, senza cadenza, senza emozioni, solo parole che escono in fila, come se non stesse parlando ma scrivendo, come battendo dei tasti, come se fossero gocce di pioggia sul vetro di una finestra, tap tap tap tap.
Arrivammo prima dell'alba, non c'era nessuno per le strade, il freddo delle Ande, ricordo il vento, l'oscurità nera, nera come non l'avevo mai vista. Afferrammo tutti i comuneros, non ce ne scappò nessuno. Il capitano ci aveva detto che quelli erano tutti terrucos(1) e che dovevamo ucciderli. Io li vidi, li vidi bene, c'erano neonati, bambine, anziani, capii lì stesso che non erano terrucos, erano innocenti, ma non potevamo fare nient'altro che ubbidire al capitano e li frustammo come bestie, lì in chiesa. Quindi li rinchiudemmo tutti e fui io a chiudere le porte e a mettere il lucchetto alla catena, e già immaginavano quello che gli avremmo fatto, alcuni che erano scappati da altri paesi di sicuro gliel'avevano già raccontato. Allora uccidimi papay, uccidi me, ma lascia andare i miei figli papay, così piangevano i meticci, le meticcie, spingendo i loro figli verso di noi, inginocchiati, in lacrime. Credo che ormai fossero stati avvertiti, e alcuni erano andati via dal paese prima che arrivassero le nostre pattuglie, ma dove potevano scappare i vecchi e i bambini? Li rinchiudemmo proprio lì e incendiammo la chiesa, si udivano le urla dei meticci che bruciavano vivi, ad alcuni uomini che scappavano dalla finestra o dal tetto sparavamo, tutti bruciarono, neanche uno, te lo giuro, neanche uno scappò. Fu allora che non ce la feci più e disertai.
Mentre tornavamo verso Ayacucho con la pattuglia scappai nella notte, seguii un sentiero che saliva verso un ruscello e da lì mi orientai fino a quando arrivai a Huaytanà. Da lì è facile scendere verso la foresta, ci sono sentieri asfaltati, sembrano strade, e cercai mio cugino Shishaco, è un uomo della foresta, e con lui, che era già un compagno, mi unii al movimento, a Sendero. Per questo mi sono dovuto rifugiare qui in Canada.
Una volta ci mandarono a far saltare in aria torri elettriche vicino Lima e gli uomini del presidente Fujimoto catturarono Shishaco. Per poco non presero anche me. Ma mi nascosi a Yauyos, dove ci sono degli amici. Non mi feci vedere per settimane, mesi e mi raccontavano che a Lima la polizia e i soldati minacciavano mia moglie e i miei figli, li maltrattavano, mostravano il coltello, la rivoltella, ti uccideremo, così dicevano, a lei chissà cos'avranno fatto, avranno anche abusato di lei, era sola, Flora. Mi riempiva di dolore, mi riempiva di odio, ma se mi facevo vedere mi avrebbero fatto tornare indietro. Allora sapevo già che alcuni compagni erano andati a chiedere asilo all'ambasciata. Anche io me ne andai, presi i miei documenti e venni in autobus dal Perù.
Impiegai quasi un mese ma arrivai. Qui è stupendo. Le straniere non sanno ballare, sono sciape, io le faccio volteggiare ballando la salsa e loro si divertono, me le porto in camera facilmente. Il Canada è bello, ormai quasi non mi ricordo di quello che è successo negli anni Ottanta. Ma a volte, quando dormo, sento chiaramente le urla dei meticci che bruciano, l'ululato dei cani impazziti, che scorazzano intorno alla chiesa in fiamme, che riconoscono le grida dei loro padroni, lo scricchiolio delle travi di legno che bruciano, probabilmente avevo gli occhi chiusi e per questo ricordo ancora di più i suoni e le voci. Questi sono gli incubi di quella notte, a volte mi sveglio, in sogno i poveretti morti, bruciati, mi guardano e mi gridano, mi urlano in faccia, corrono, guarda come mi hai ridotto, guardami Honorio, così sogno che mi dicono.
Guardo Honorio ma i suoi occhi schivano i miei, sono offuscati, umidi, rossi, distanti. La sua mano si posa lentamente sulla bocca, sale fino al sopracciglio, lo strofina, lotta per contenere le lacrime, che non escono. Respira a fondo una, due volte.
Andiamo amico, dice, piano piano.
Per la prima volta lo vedo realmente perso nell'intensità di una tristezza che non gli avevo mai visto. Pago il conto e ci congediamo per la strada. Lo guardo allontanarsi nella debole luce del pomeriggio che si dissolve, le mani nelle tasche, le spalle strette, la giacca scadente e pacchiana che non lo protegge bene dal freddo canadese, lo vedo sempre più lontano e più piccolo sul viale, sotto la pioggia, lungo la strada solitaria dove iniziano già ad accendersi le prime luci.
(1) Terroristi, seguaci del movimento guerrigliero peruviano (N.d.T.).
Testo segnalato da: Buràn
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