La malattia del ricordo
di Phong Nguyen, Cambogia
(traduzione di Rita Balestra)



Sto seduto in una classe di ragazzi, gli avambracci poggiati sui banchi a forma di elle, il divisorio eretto. Ho le dita ripiegate nel palmo, tese, e ho la manica arrotolata fino al gomito, come se aspettassi una dose di adrenalina. Ecco quello che sta dicendo Prof: «Il vostro cuore è grande quanto il vostro pugno».

Le ragazze sono sedute in file ordinate nella stanza accanto, a imparare le funzioni del loro corpo da un proiettore sopraelevato. Riesco a sentire il ronzio del ventilatore e il fruscio del registratore attraverso il sottile tramezzo. Per i ragazzi, i professori hanno deciso un approccio più interattivo. La loro idea è che siamo studenti attivi e abbiamo bisogno di percepire lo spazio tridimensionale per credere a quello che vediamo. «Ecco come siete all’interno», dice il Prof, aprendo la parte anteriore di un modello in plastica di anatomia umana.

«Mmm», dice Chuck Wonicki, seduto accanto a me, mentre alcuni ragazzi ridacchiano. Si è fatto i capelli a spazzola e profuma di acqua di colonia. Tiene lo zaino sul banco per tutta la lezione, come se stesse per tagliare la corda in qualsiasi momento.

~

Avevo undici anni quando ho assistito alla mia prima esecuzione. Era quasi l’alba, tornavo dai combattimenti, le giunture tremanti, la faccia inebetita. Non riuscivo a piegare le dita. Le truppe vietnamite avevano respinto i soldati Khmer con un fuoco continuo, catturando quasi la metà di noi, e quando le raffiche cessarono, l’attesa della morte diventò ancora più insopportabile nella notte silenziosa e profonda. Là a Chau Doc(1), nessuno era in grado di dirci perché ora c’era un uomo inginocchiato per terra, con i capelli in un’orgia di sangue, coperto di mosche. Nessuno disse perché gli avevano estratto le interiora, svuotandole per terra come zuppa rovesciata. Era una lezione di qualcosa, ma nessuno sapeva di cosa.

~

Gli organi ora davanti a me, sapientemente costruiti e patinati, erano niente in confronto al versamento di sangue e viscere che fuoriuscivano da quell’uomo. Apparivano puliti e colorati e discreti, come se il corpo umano fosse fatto per essere contrassegnato da etichette.

«Se il vostro intestino fosse steso, in modo da esporne tutta la superficie, farebbe il giro del mondo», dice il Prof, sorreggendo un diagramma del sistema digestivo che mostra le creste dei villi e microvilli lungo le pareti intestinali. «Potreste percorrere tutta la strada fino in Cina sul vostro intestino». Ride. Alcuni dei ragazzi si voltano nervosamente verso noi quattro.

«Che guardi, scemo?», dice il mio amico Sen. Indossa una visiera e gioca con un orecchino a forma di teschio che ha comprato al mercato delle pulci. «Non vengo dalla Cina».

~

Prima di essere portato al campo di rieducazione, vivevo in un villaggio vicino al confine con la Thailandia dove gli scontri erano rari. Mio padre era un insegnante di musica, si era ritirato in campagna dopo l’internamento di mia madre, perché non poteva più sopportare di vedere i propri figli giocare per strada con i figli dei malavitosi. Non poteva prevedere, allora, che la nuova malavita sarebbe emersa dai villaggi come il nostro – che noi saremmo stati i nuovi malviventi.

Pazientemente, passava le serate a insegnare a me, il figlio maggiore, a suonare il tro - un violino a due corde che riusciva a far suonare come flauti, tamburi e voci. «Una volta che hai imparato il tro», mi diceva «le tue orecchie saranno in sintonia con la melodia e anche gli uccelli e i cani sembreranno musica».

Le mie sorelle erano tutte cantanti, ma solo Teva imparò a suonare il tro insieme a me. Mio fratello Chann iniziò il khim, ma era troppo giovane e lo avrebbe dimenticato comunque. C’erano anche strumenti di altri paesi che mio padre riportava dai suoi viaggi in Europa. Dieci tipi diversi di violini e cinquanta libri di musica riempivano la sua casa – un luogo appartato dalla scuola e dai quotidiani fastidi della propaganda.

Nel 1975, l’inizio della storia secondo il calendario rivoluzionario, i Khmer Rossi decisero di affrettare le esecuzioni degli studiosi di lingue straniere. Bruciarono tutti i nostri libri e strumenti insieme al corpo di mio padre, appena morto. Quando anni dopo, in America, vidi un uomo in TV distruggere la sua chitarra elettrica, mi sentii male dalla rabbia.

~

Parlando in cambogiano, Arn sostiene che lo scheletro all’angolo dell’aula di educazione sanitaria è di un uomo bianco. Sen dice che un bianco si vergognerebbe di mostrarsi morto senza i suoi denti bianco perla. Io sostengo che l’intera struttura ossea è stata candeggiata, perché uno scheletro bianco è senz’altro più attraente di uno giallo-marrone.

Parliamo a turno, ognuno in ascolto del proprio momento seguendo il ritmo della conversazione. Quando sono arrivato qui la prima volta, l’ufficiale alla dogana fece un lungo discorso sugli usi locali; da allora, ho ascoltato spesso la gente, in TV e a scuola, andare avanti a lungo in questo modo. Forse è per questo che ci considerano gente tranquilla – stiamo aspettando il nostro turno per parlare.

~

Camminando sulla terra color paglia bruciata percorrevamo il perimetro recintato. Fumavamo, ma non potevamo parlare tra di noi. Loro ci parlavano dagli altoparlanti. Prima di combattere per la rivoluzione, ci iniziavano alla dottrina della nuova società. Uomini e donne sono strumenti dello Stato. Il libero arbitrio è un’idea controrivoluzionaria alimentata da generazioni di imperialismo. Tutti i titoli e le onorificenze sono vietati – anche le parole d’affetto, perché sono segno di favoritismo per la propria famiglia – e d’ora in avanti saranno tutti saranno chiamati mit, cioè compagno.

Se tua sorella sopravvivesse al nuovo regime, un amico mi disse, e la rivedessi dopo i campi, dovresti rivolgerti a lei chiamandola mit. Ma nessuna delle mie sorelle sopravvisse alle epurazioni.

Il Prof dice che ridere durante la lezione di anatomia mostra con quanto disagio viviamo i nostri corpi. Inoltre, è una mancanza di rispetto verso l’intera classe. Ma sono le parole che ci fanno ridere – come i nomi delle civiltà aliene: midollo allungato, giro angolare, tube di Falloppio. A cosa si riferiscano, per quanto ne so, è altrettanto misterioso come i nomi che portano.

Il senso dell’umorismo del Prof è del tipo: «So che questo vi piacerà, ragazzi». Indicando l’interno del braccio dice, «L’omero! L’osso che ha scritto l’Iliade». Conosciamo le ossa. Questa la sappiamo già.

Fuori dalla finestra, la squadra di atletica corre in cerchio.

~

Nei campi, c’era un nome per quello che ci affliggeva: “malattia del ricordo”. La famiglia e le comodità ossessionavano ancora i nostri pensieri. La decadenza ci distraeva dalla purezza della rivoluzione. I casi particolarmente difficili di “malattia del ricordo” erano considerati incurabili. L’infezione poteva essere stroncata solo con la morte del paziente. È una lezione che ci siamo portati in America. La comodità uccide.

Ma a quelli che guarivano venivano date le pistole e il privilegio di usarle contro i nemici dei Khmer. Giacevo in mezzo a loro ogni notte, ascoltando quelle melodie nel cervello, che ancora ne risuona. Le bombe erano la musica sulle nostre teste.

~

Intanto che il Prof srotola un preservativo sulla punta di una banana, la classe si è divisa in quindici conversazioni differenti, tutte inerenti, perlomeno, l’anatomia umana. Mentre il ronzio costante del proiettore continua nella stanza accanto, vedo che la resistenza del Prof viene meno. L’aspetto mi è familiare – le palpebre sembrano cappelli calati sugli occhi e il mento sorregge a malapena la mascella. Le spalle si piegano sempre più alla gravità. Le braccia perdono la loro vivacità.

Nel chiasso di trenta voci incrinate dagli ormoni, si porta in fondo alla stanza e accende il proiettore. Lo schermo mostra un medico che spiega pacatamente i meccanismi del respiro. Non esercitiamo alcun controllo consapevole sulla parte più essenziale del nostro cervello.

I cuori battono e i polmoni aspirano senza il vostro volere. Da questo aspetto, dice, siamo esattamente come macchine.

~

Durante la guerra, mio padre diceva: «L’America si impossessa della tua terra e ti dice che sei libero. La Cambogia arma metà della sua gente e dice che tutti sono uguali».

Al campo, un ragazzo più grande si sbagliò mentre ripeteva la massima del partito, usando accidentalmente il vecchio slogan francese “Egalité”. Gli spararono in un occhio. Penso a questo episodio quando sento la parola uguaglianza, non importa quanto ripeta a me stesso quello che dovrebbe significare. Avevo undici anni e la sola cosa che sapessi era che, se ci fossero state due uguaglianze, la mia uguaglianza sarebbe stata quella che impugnava la pistola.

~

Chuck Wonicki si gira verso di me nella semi-oscurità e fa: «Amico, tu puzzi». Lo guardo e gli leggo in faccia il finto disgusto. È un ragazzino che mette alla prova la sua durezza, per vedere cosa si prova a controllare un’altra persona. Voglio quasi metterlo in guardia. Un potere simile può essere molto logorante.

Invece, fisso il filmato come se fossi troppo preso dal sistema respiratorio per sbattermene di quello che dice.

«Perché non gli molli uno schiaffo a quello stronzo?», mi dice Sen. «Ti ha appena detto che puzzi, amico. Parla come se ti conoscesse».

«Lo so», dico scrollando le spalle.

«Amico, se non gli meni tu, lo faccio io, cazzo». Sen si alza in piedi. Parte della spalla e del colletto gettano un’ombra sullo schermo.

L’insegnante di anatomia, Mr. Merrick, un istruttore di ginnastica tre volte Sen, si comporta come se non ci fosse. È un ex-hippie, un fanatico salutista, che allena la squadra di rocciatori. Ma deve conoscere anche gli ex-veterani – uomini per cui uccidere è una routine, come l’aritmetica. Una semplice operazione di sottrazione.

Sen urla a Chuck in un cambogiano di strada: «Fa il morto, stronzo. Se parli, te ne darò tante che non ti potrai più muovere, perché i morti non dovrebbero parlare. Ma se te ne stai buono come un bravo cadavere, ti lascerò stare, perché sei solo un altro fottutissimo corpo».

Nell’asprezza di quel minuto, con il filmato sulla respirazione che scorre, tutti sono bilingue, capiscono le parole di Sen come se fossero indirizzate a tutta la classe, che supera il momento in silenzio e comincia a capire anche il nostro, di silenzio.

Per distogliere l’attenzione della classe, tiro fuori una Lucky Strike e l’accendo, risucchiandone il fumo acre senza filtro. La luce tra il proiettore e lo schermo diventa improvvisamente densa e visibile.

«Roth», mi dice Mr. Merrick con la voce più mite e professorale possibile, «va’ subito dal vice direttore Edwards. E butta quella sigaretta. Questa è l’ora di educazione sanitaria, porca miseria».

~

Per settimane perlustrammo il paese, pattugliando la frontiera e lasciando nei villaggi dei sovrintendenti dell’Armata Rossa. Ad ogni sosta, desideravo essere tra quelli lasciati di retroguardia, ma invece ogni volta venivo radunato con gli altri soldati. Eravamo ragazzi di campagna, tutti noi, e tutto quello che sapevamo fare era attendere al raccolto e badare agli animali. Sapevo come maneggiare un tro meglio di un fucile da guerra. Tutta la mia unità sembrava inseguire la morte, e solo per caso questo ci evitò la cattura per così tanto tempo.

Quando arrivammo a Chau Doc ci preparammo con tutte le nostre forze a una schermaglia contro i vietnamiti, ma trovammo la città già sgomberata. Era stata usata come avamposto militare, poi come stazione di rifornimento, e infine abbandonata. Ci insediammo lì perché ce lo avevano ordinato, ma una volta approdati cominciai a capire che forse inseguire la morte non era poi peggio che trascorrere le notti ad aspettarla.

Se la nostra truppa non aveva ucciso un vietnamita per diversi giorni, il comandante Meng trovava qualcuno vicino a lui da incolpare. Nemmeno l’Armata Rossa ne era immune. Chiamandoci a raccolta tutti insieme, urlava: «Chi tra noi è il più inutile? Chi impedisce la rivoluzione? Chi ha paura e non ce la fa? Chi posso uccidere senza rimorso?».

~

A Providence, ho imparato la virtù del sapersi distinguere. Più che essere felici, sembrava che tutti desiderassero essere notati. I ragazzi portavano distintivi e marchi. Le ragazze, lustrini e orecchini. Negli sport, tutti volevano eccellere, attirare l’attenzione ed essere eroi – il primo ad essere selezionato per la squadra. Nel mio paese d’origine, non ci tenevi a esser scelto dalla fila.

Oggi come oggi, non ho scelta. Ho ottenuto senza sforzi quello per cui qui la gente lotta. «La patologia dell’America», dice il mio insegnante di storia, «è desiderare ardentemente di essere diversi e, allo stesso tempo, disprezzare quelli che sono diversi».

Nell’ufficio del vicedirettore, mi tolgo lo zaino a tracolla e mi lascio andare su una sedia. Perlustro la stanza in cerca di una rivista o un opuscolo – ma non c’è neanche un poster. Per la noia, tiro fuori il libro per la lezione di inglese e comincio a fare i compiti – un libro intitolato Il Signore delle Mosche. Racconta di ragazzini abbandonati su un’isola che devono cavarsela da soli fino a quando arrivano gli adulti a salvarli. Nel frattempo, regrediscono allo stato selvaggio e tutto si trasforma in un inferno. È una lettura veloce ed è molto meglio della maggior parte della roba che ci costringono a leggere a scuola. Mentre leggo, però, mi chiedo cosa succederà dopo la fine. Tipo, cosa faranno dopo essere stati salvati dall’isola? Che succederà quando i selvaggi torneranno ai loro manieri inglesi?

~

Non potei fuggire, fino a quando non costruirono un muro. Finché il perimetro non era recintato, sembrava impossibile scappare, ma ora che potevo vedere la barriera, vedevo anche quanto fosse facile scavalcarla. Per molto tempo mi limitai a fissarla ardentemente, come se bastasse semplicemente il desiderio, per coronare la mia fuga. Ma all’inizio non pensai di farlo da solo, così dovetti affrontare la cosa con altri soldati, in maniera sottile e vaga.

Durante la stagione monsonica, avvicinai un ragazzo un po’ più grande di me che aveva un viso gentile, da ragazza, e una voce stanca della guerra. «Sembra che pioverà per un po’, compagno. Ti va di cercare un riparo?», gli chiesi, sebbene fossimo già al coperto dalla pioggia nel nostro recinto. Rispose con uno sguardo privo di espressione, tra il preoccupato e l’ingannevole. Poi guardò il posto di comando nella maniera in cui io stavo guardando il muro: ardentemente. Appena un movimento degli occhi, ma fu eloquente. Se mi avesse denunciato, sarebbe stato ricompensato e io ucciso. Ci sono due uguaglianze.

Se i missionari avessero ragione sull’esistenza dell’inferno, so che riuscirei a sopravvivere là. Devi immagazzinare tutto il tuo male e pentirti in seguito, quando non sei più assillato da tanto uccidere – e dalla paura di essere ucciso. Per il momento devi rimanere vivo abbastanza a lungo per conoscere una tranquillità simile. Alcuni peccatori si confessano sul letto di morte. Altri peccatori si confessano la domenica. Ma la maggior parte di noi convive con i tormenti cronici della coscienza come fossero emicranie. Tutto quello che so è che nessuno è senza peccato.

~

Il vice direttore Edwards irrompe con le mie Lucky Strike in una busta di plastica. So che farà solo una sceneggiata, ma non mi sono mai sbarazzato completamente della mia paura dell’autorità.

«Ehi, ragazzo, lo sai cosa hai fatto?». Sembra ancora più serio di quando parla all’auditorium. Ha la faccia rossa come i capelli.

Faccio di sì con la testa.

«Ragazzo?», dice. Di solito ha l’abitudine di chiamarti Signor Tal dei Tali, perciò pensavo che non ci sapesse fare con la pronuncia. Dopo qualche minuto di silenzio riesco a chiedere, «Cosa?»

«Lo sai cosa hai fatto?»

Un altro silenzio protratto, ho quasi voglia di vuotare il sacco, di sfogarmi con lui – non solo il mio momento da James Dean nel mezzo del terzo tempo, ma l’intera serie di momenti prima di questo: la pesantezza delle pistole nelle mani; il riso che sequestravamo ai compagni, i contadini; i sorrisi goffi che avevamo durante le esecuzioni, per dimostrare che eravamo immuni dall’indulgenza della comprensione.

«Ho acceso una sigaretta», rispondo alla fine.

«Hai infranto la legge», dice. «Non sei a Danang adesso, ragazzo. Non puoi fare semplicemente qualsiasi idiozia tu voglia».

«Chi è di Danang?», dico.

«Non farmi la lezione, figliolo», dice, facendo scorrere le Lucky Strike sul tavolo. Poi dice qualcosa di brusco in vietnamita, che mi manda una spira elettrica lungo la schiena e si ferma all’inguine, dove, e non conta quello che dice l’anatomia, un soldato avverte la paura della morte. Una moltitudine di ricordi indesiderati mi assale e io comincio a venir meno. La vista mi si offusca ai lati. Ma rimango stranamente cosciente.

Il vice direttore Edwards fa presto a riempire il silenzio con il suo castigo: sospensione obbligatoria di due settimane. «Fuma quella roba», dice, come se avesse un’unica battuta in un film e questo fosse il momento. Noto che ha lasciato il pacchetto sul tavolo, come se mi sfidasse a prenderne un’altra.

Appena lascia la stanza, mi raddrizzo sulla sedia e torno alla mia lettura. Potrebbe tormentarmi, ma quando mi guarda vedo che anche lui è tormentato. Questo pensiero mi rende meno solo.

~

Non parlo mai di quanto accaduto dopo il monsone, perché le cose che ricordo non sono cose di cui la gente parla. Se me lo chiederanno, parlerò invece del “trionfo sull’avversità”. Se indagheranno, racconterò di come “ho combattuto nobilmente” per la “libertà”, contro ogni aspettativa. Ciò che non farò, sarà parlare della lunga marcia verso l’America, perché c’erano bambini che giacevano, morti, lungo la strada e io ero felice di non essere uno di loro. E perché un giorno potrei dover scappare di nuovo e non voglio che sappiate in che modo potete catturarmi.



(1) Chau Doc: località del Vietnam sulle sponde del Mekong, al confine con la Cambogia

Testo segnalato da: Buràn
Link all'originale:
Qui