Dolor di patria
di Andrés Mauricio Muñoz, Colombia
(traduzione di Gaetano Vergara)
Oggi mi sono svegliato con un dolore di merda. Ci ho pensato su e credo che quello che mi fa male è la patria. Non è del tutto esatto parlare di oggi, perché il malessere è cominciato diversi anni fa, solo che adesso è diventato un dolore praticamente insopportabile. Nemmeno è giusto dire che è la patria a farmi male, quando non so neanch'io che cosa significhi esattamente questa parola. Sarebbe più sensato dire che è uno strano dolore e che ancora non ho potuto identificare il punto esatto in cui mi fa male; però oggi più che mai non è giornata di sensatezze e voglio dire che è la fottuta patria che mi fa male. Mi fa troppo male.
Inizialmente pensavo che tutto questo dolore si annidasse nella mia testa, perché a volte sento che rimbomba e si mette a girare come impazzita; ma non è da lì che viene fuori il dolore. Mi è stato più utile cercare di identificarne i sintomi: un po' di febbre; vista confusa, di fatto credo che i miei occhi facciano resistenza a guardare; in alcune occasioni mi viene una voglia improrogabile di cagare, e cago, anche se non so esattamente che cos'è che fuoriesce dal mio corpo; a volte ho nausea, e vomito, però non riesco a riconoscere in questo impasto di alimenti qualcosa di particolare a cui si possa attribuire il fatto che la patria fa male; e fa sempre male, ma, l'ho già detto, ancora non so bene dove.
Tutto è cominciato con uno strano formicolio; leggero, ma persistente. Al formicolio si è aggiunto un calore soffocante, che rendeva l'aria troppo densa per essere respirata. Di seguito è comparsa un'incipiente tachicardia che è andata aumentando poco a poco. Poi è venuto il dolore, pungente e penetrante, in un punto indefinito. Con i mesi e gli anni è aumentato. Con il tempo è riuscito a scombussolare anche i miei sensi. In certi momenti ho sentito con un certo sollievo e con ira che stavo imparando a convivere con lui, ma un senso di spossatezza di notte mi svegliava ed ecco che era ancora lì a molestarmi, a farmi più male che mai. Contro di lui ho intentato mille battaglie, ma il farabutto è forte. A volte sono uscito in strada correndo fino a sfinirmi. A volte ho gridato come un pazzo fino a perdere la voce. Mi sono preso a frustate. L'ho maledetto. Ho mandato alla malora tutto il mondo. Preso dalla disperazione ho fatto tante di quelle cose che ora mi sembra strano che ancora provi tanto dolore senza riuscire a capire dov'è che mi fa male. Mi pizzico il culo, e niente; mi strappo i capelli, e niente; mi masturbo fino a cadere steso al suolo, e niente; mi faccio uscire il sangue dalla lingua a furia di strofinare impetuosamente lo spazzolino, e niente. Se ne sta ancora lì questo dolore di merda che continua a sconvolgermi con la sua ostinazione. Poco a poco lui sembra mostrarsi vittorioso, in questa guerra. Sento che non ne posso più, che non posso vivere, eppure l'indolente si ostina a restare nel mio corpo come se fosse tutt'uno con il sudore, le lacrime, il vomito, il seme o la merda. Che disgrazia non sapere chi è il nemico. Che disgrazia non poterlo sterminare con un solo schiocco di dita. Che disgrazia condividere i propri giorni con lui. Che disgrazia, forse, non volerlo riconoscere perché ci sentiamo impotenti di fronte a lui. Che disgrazia sapere che il nemico è tuo fratello. Che disgrazia sapere che in lui si annida tutta la bestialità del mondo. Che disgrazia saperlo tanto potente.
Questo dolore che non mi lascia, ora, sembra aver trovato rifugio nel mio petto. In lui crede di trovare una fonte buona per molti anni. In lui crede di poter ricevere il massimo che la sua stupida esistenza possa concedergli. In lui gode e si raggomitola. Si deve tagliare dalla radice questo dolore di merda, mi dico; magari è proprio il cuore la sua stessa radice. Ho preso un pugnale per distruggere il mio cuore e la prima di undici pugnalate solo mi strappa un gemito; le altre dieci, spero, la finiranno una buona volta col nemico, con questo dolore che mi corrode e che ha fatto di questa massa inerme un corpo malnato.
Testo segnalato da: Buràn
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