Khmer Rouge
di Mardi Seng, Cambogia
(traduzione di Sabrina Calandra, riduzione di Buràn)



Il mio nome è Mardi Seng. Sono nato in Cambogia nel 1965. Mio padre, Im Kao, era un insegnante di scuola media anche se aveva appena finito la nona classe. Mia madre, Chen Id Seng, era una sarta.

Alla fine del 1968, la guerra del Vietnam iniziò a sconfinare in Cambogia. Gli americani bombardarono il confine tra Vietnam e Cambogia. L'allora sconosciuto gruppo ribelle dei Khmer Rossi acquistò consenso e prese il controllo di molti villaggi dell'interno. All'inizio del 1970, la Cambogia venne coinvolta nel conflitto; nell'aprile di quell'anno il Generale Lon Nol succedette al principe Sihanouk in un colpo di stato supportato dagli Americani.

Mio padre fu arruolato nell'armata di Lon Nol. A partire da maggio 1974, mio padre, la sua compagnia ed altre tre compagnie furono poste sotto assedio dai Khmer Rossi per 11 mesi. Un giorno della fine di marzo 1975, i Khmer Rossi abbandonarono l'assedio per unirsi ai loro compagni e conquistare la capitale. Quattro giorni dopo, mio padre si riunì a noi a Phnom Penh. Era stato ferito. Non vedeva più dall'occhio sinistro.

Nell'aprile 1975, i Khmer Rossi rovesciarono il regime di Lon Nol e iniziarono a far evacuare la gente e svuotare tutte le città e cittadine della Cambogia. Dissero alla gente che gli americani avrebbero bombardato le città, e così tutti dovevano partire. Le strade erano un mare di volti. Si viaggiava lentamente; tutti erano in cammino. Mio padre era debole a causa della ferita. Mia madre portava il mio fratellino di cinque mesi; i miei altri due fratelli ed io aiutavamo i miei nonni e tre zie a trasportare i nostri averi.

In quattro ore avevamo percorso solo mezzo miglio. La mia famiglia era silenziosa e ansiosa perché ci muovevamo lentamente. Mentre eravamo immersi nei nostri pensieri, un soldato Khmer strisciò dietro di noi e scrollò mio padre per un braccio.

"Sei un soldato di Lon Nol?" chiese minaccioso.

Il mondo si fermò durante quegli eterni tre secondi di attesa. "No, sono un insegnante" rispose mio padre con esitazione.

"Cosa è accaduto al tuo occhio, perché questa medicazione?" domandò il soldato.

"Un razzo è atterrato sulla mia scuola e i detriti mi hanno colpito l'occhio" rispose mio padre. Mentre il soldato si allontanava, sospirò di sollievo. Mio nonno mi chiese di prendere dell'acqua per i miei fratelli. Mentre mi incamminavo verso una casa, vidi un bambino non più grande di me. Indossava un'ampia camicia militare, verde mimetica. Non era la camicia a essere grande; era il bambino troppo piccolo per una camicia militare. Un soldato Khmer si avvicinò al bambino, lo afferrò per il collo, puntò la pistola contro la testa del bambino, e sparò.

20 aprile 1975. Molte cose erano avvenute negli ultimi giorni, oltre a dormire nelle strade e fuggire dalla morte. La propaganda dei Khmer Rossi richiedeva che i professori, gli impiegati del precedente governo, gli uomini e le donne istruiti e gli ufficiali dell'esercito si unissero al nuovo regime per fare della Cambogia una nuova Utopia. Avendo sperimentato abbastanza sofferenze, molti cambogiani risposero a questo nobile appello. Per amore del suo Paese, mio padre si unì a migliaia di altri cambogiani in questo richiamo che pose fine a tutte le sofferenze: con la morte. Mio padre morì affinché la mia famiglia potesse vivere.

Nel novembre 1975, dopo aver camminato per 90 miglia, arrivammo alla fattoria dei parenti di mio padre in un piccolo villaggio. Il primo giorno alla fattoria, la sorella più giovane di mio padre portò me e i miei due fratelli ad accudire i bufali d'acqua della nostra famiglia. Nel campo, molti bambini vennero a salutare i nuovi venuti. Ero impressionato dal loro vocabolario. Erano tutti molto gentili ed educati; si chiamavano l'un l'altro "compagno".

Quattro mesi erano passati. I miei fratelli e io ci divertivamo, alla fattoria. Il senso di pace, tranquillità e contentezza ci sopraffacevano. Non c'era guerra né sofferenza, o fame o bisogni materiali. La vita era elementare e semplice. Ma nella vita, nulla è per sempre.

Nel marzo 1976, iniziò la stagione calda e secca. Un refettorio comune venne eretto in ogni villaggio. Angka ("l'Organizzazione" - come tutti chiamavano il governo dei Khmer Rossi) voleva provvedere a tutti i nostri bisogni. Ma era anche un metodo di controllo.

Da quando iniziammo a mangiare al refettorio, molte cose cambiarono. La gente lavorava più ore. I giovani (dai 15 ai 25 anni) lavoravano dalle cinque del mattino a mezzanotte. Avevamo meno cibo da mangiare, anche se avevamo appena fatto un buon raccolto. Non potevamo spostarci a piedi da un villaggio all'altro senza permesso - nemmeno al villaggio più vicino. Iniziarono a trattare male la "gente nuova" (i cittadini come noi). C'era preoccupazione e paura sul volto degli adulti.

Nel refettorio, a ogni tavolo sedeva un gruppo di dieci persone e in mezzo alla tavola c'era una zuppiera di minestra e una ciotola di frittura. La minestra consisteva prevalentemente di verdure e acqua. Non c'era carne. Di solito, il pranzo o la cena consistevano in due o tre polli per 500 persone. In un angolo della stanza c'era la "gente nuova" cinese. Si sedevano e mangiavano sempre insieme.

Nell'agosto 1976, iniziò la stagione delle piogge. L'acqua copriva gran parte del terreno. I campi di riso erano brulicanti di vita - rane e girini, pesci grandi e piccoli, mandrie di bufali d'acqua e bambini. I bambini erano responsabili della cura delle mandrie di bufali d'acqua e dei tori. In un campo lontano dal villaggio, mentre i miei due bufali si godevano la freschezza della vegetazione, io inseguivo una rana. Angka non voleva che pescassimo o cacciassimo rane per integrare la nostra dieta, ma io avevo fame. La rana tentava di scappare e saltò in una buca appena scavata. Io non feci molto caso alla buca, ero troppo interessato alla mia potenziale cena. Ci saltai dentro dietro alla rana. La presi.

Uscire dalla buca non fu facile perché il bordo era sopra la mia testa. La buca era di forma rettangolare - era circa 2,5x2 metri. Non mi ricordavo di averla vista il giorno prima.

Nel refettorio, due giorni più tardi, notai che non avevo più visto alcuni tra i cinesi. Chiesi a mia madre dov'era andata questa gente, ma lei non lo sapeva. Il giorno seguente, tornai a quella buca nella speranza di catturare un'altra rana, ma la buca era stata riempita. Non era più una buca e neppure una semplice tomba - era una montagna di corpi. Puzzava terribilmente; da 15 a 20 persone stavano marcendo in quella tomba semplicemente perché erano cinesi.

Due delle sorelle di mia madre si sposarono a metà 1977. Una zia si trasferì con suo marito in un villaggio vicino. L'altra coppia viveva con i miei nonni in un altro villaggio. Angka non gradiva quelli che erano arrivati dalle città perché la "gente nuova" era stata "corrotta dall'imperialismo americano e doveva essere purificata". La famiglia dei miei nonni e i loro parenti acquisiti erano l'unica "gente nuova" rimasta nel loro villaggio. Ma perfino questo poteva cambiare, pensai.

Gennaio 1978. I Khmer Rossi, indietreggiando dal fronte, si erano accampati nel mio villaggio. Un giorno, nel tardo pomeriggio, i miei due fratelli e io tornammo dai campi. C'era molta gente a casa mia. Mia madre si avvicinò a noi e disse "Ci porteranno via stanotte". Ci esortò a mangiare, così che avessimo la forza di camminare. Era buio. C'erano circa 40 familiari venuti a dirci addio. Aspettavamo la morte con paura e tremore. Poi, quegli uomini vennero per noi. Due di loro legarono le braccia di mia madre sopra i gomiti e dietro la schiena. Io portavo in braccio il mio fratellino di quattro anni, Dar; Sina teneva la mano di mia sorella mentre Lundi portava dei vestiti di ricambio. Mio nonno, mia madre, i miei fratelli e io fummo condotti nell'oscurità da quattro uomini armati. Era noto a ogni cambogiano in quei tempi che essere portati via durante la notte significava la morte certa.

Camminammo per due ore e ci fermammo presso un recinto. Con nostro sollievo, non potemmo vedere alcuna fossa aperta. Non riconoscevamo l'area perché era troppo buio. Il recinto era una prigione. Ci incatenarono insieme per le gambe in uno dei tre edifici presenti. Eravamo fisicamente ed emotivamente esausti per l'ordalia e dormimmo molto profondamente.

Quello successivo fu un mattino incredibilmente bello. Eravamo vivi. Il sole splendeva; respiravamo ancora. Come posso spiegare come mi sentivo?

Mentre i miei fratelli e io ispezionavamo la zona, ci accorgemmo che dappertutto c'erano fosse ricoperte di terra. Alcune erano vecchie; il terreno era un po' affondato. Alcune erano nuove; il terreno era rialzato e il sangue ne trasudava fuori a causa del caldo intenso del sole tropicale. Con dolore, notammo che alcune fosse non erano ricoperte affatto.

Vivemmo nel campo di prigionia per cinque mesi. Durante quei mesi fummo testimoni e sperimentammo eventi disumani. Qualche centinaio di prigionieri arrivarono per non partire più. Pochi cercarono di scappare ma furono fucilati e lasciati a marcire in campo aperto. Persino in mezzo a tali evidenze, continuavamo a sperare di essere salvati da qualche evento soprannaturale.

Una sera del tardo giugno 1978, una pioggia monsonica era passata e aveva lasciato un'enorme quantità di acqua nei campi. Un gruppo di guardie carcerarie camminava pigramente verso i nostri edifici.

"Mardi. Sina. Lundi. Venite con me" chiamava la nostra guardia. "Andiamo al villaggio vicino a cercare i bufali che sono rimasti impantanati". I miei fratelli ed io sapevamo che non era vero perché avevamo contato i bufali due ore prima; tutti e 112 rispondevano all'appello. Mia madre sapeva cosa stava accadendo; cercò di mettere a dormire mia sorella Theary e il mio fratellino più piccolo, Dar. Una guardia tolse le catene a Sina, a Lundi e a me e ci condusse via dal campo.

Sina mi sussurrò, "Hai visto, c'era un sacco di guardie con corde, fucili e pale fuori dal recinto della prigione". Capivo i suoi pensieri. Le lacrime scendevano giù dai nostri occhi ma non gridavamo. Ci fermammo in un villaggio vicino per la notte. Lì dicemmo a Lundi cosa stava accadendo giù alla prigione. Cercammo di confortarlo. Nel nostro silenzio, pregavamo che Theary e Dar non si svegliassero mentre portavano via nostra madre. Ci sentivamo (e ci sentiamo ancora) colpevoli perché nostra madre moriva e noi vivevamo.

Il mattino dopo ci affrettammo a tornare al campo con la speranza di vedere almeno Theary e Dar. La prigione era insolitamente vuota. Con sollievo, trovammo mia sorella e mio fratello. Piangevano urlando mentre cercavano disperatamente la mamma. Sina e io li prendemmo in braccio e dicemmo loro che sarebbe andato tutto bene. Un prigioniero mi disse che avevano pianto ogni tanto a partire da metà nottata perché non avevano trovato la mamma al loro risveglio. La stessa mattina, una guardia ci disse di tornare al nostro villaggio.

Nel gennaio 1979, i vietnamiti fecero cadere il regime dei Khmer Rossi e insediarono in Cambogia un governo fantoccio. Cogliendo questa opportunità, la madre di mia madre ci prese insieme alla sua famiglia e fuggimmo in Tailandia. In attesa di una sponsorizzazione(1), abbiamo vissuto nei campi profughi per un anno e mezzo, per andare poi in America, dove da allora abbiamo vissuto.

Ma i miei incubi continuano ancora oggi.



(1)Sponsorizzazione: negli Stati Uniti per avere un visto di ingresso da alcuni paesi occorre uno sponsor (un datore di lavoro, un'associazione, una società), che faccia da garante e che sia contattabile dalle autorità. (N.d.T.)

Testo segnalato da: Buràn
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