Club Fight
di Mr. Popular, U.S.A.
(traduzione di Emanuela Sotgiu)
Non mi piace fare a botte, eppure faccio il buttafuori. Sono grosso, più grosso di chiunque. E ho una T-shirt su cui c'è scritto "SICUREZZA". L'ho indossata la prima volta per gioco. Per Halloween, dopo aver appiccicato una "I" e una "N" davanti a quella scritta "SICUREZZA". L'ho usata pure per andarci in giro. Senza prefisso, ma con gran sfoggio d'ironia. Spesso mi è capitato però ugualmente che la gente mi chiedesse in che locale lavoravo.
Un tempo vivevo con una bellissima lesbica di nome Sarah. Era così incredibilmente e dannatamente adorabile che non ha mai dovuto pagare il parcheggio al Beverly Center. Fa parte d'un altro mondo. I miei genitori la adorano, e non perché guardino solo l'aspetto estetico. Oltre ad essere bella esteriormente Sarah è, come si suole dire, "bella dentro". Quando mio padre restò senza lavoro, perché alla Warner Bros detestano i cavalli, ma questa è un'altra storia, mia madre mi disse di chiedere a Sarah di trovarmi un'occupazione. E così un giorno lo feci, mentre stavamo prendendoci un caffè. Come risposta, Sarah, che a volte è molto strana, mi disse "Quanto sei alto?" e non ne parlammo più.
La sera ricevetti una telefonata dalla ex-ragazza di Sarah; mi disse che gestiva un locale e che stava cercando dei buttafuori. Per non mettere Sarah nei guai risposi che non avevo mai fatto a botte e che non intendevo farlo per 9,50 l'ora. "Non c'è nulla al mondo di cui mi importi meno di quel che succede in un locale per universitari e non farei mai a botte per una cosa del genere", risposi.
Lei chiese "davvero sei alto uno e novantanove?" Io feci "Sì", lei disse "Sei assunto."
E' così. Un metro e novantanove. Penso di incutere paura. Basta non aprir bocca. Il mio compito non è fare il cattivo. All'entrata del locale sorrido e controllo le carte d'identità nel lettore ottico. Ma sulla mia maglietta, proprio all'altezza degli occhi della gente, c'è scritto quel "SICUREZZA", e le mie braccia sono grosse come gambe. Sicché a nessuno verrebbe mai in mente che non mi piace fare a botte. Ma se qualcuno volesse una dimostrazione, be', mi spiace, perché non succederà proprio nulla. Non solo perché io odio fare a botte, ma anche perché sono diventato una specie di mascotte degli altri buttafuori, quelli che picchiano per davvero. "Non vi comportate male con me," vi avverto, "o gli altri ragazzi vi faranno un culo così." Eccome se ve lo faranno.
Nel mio bar ci sono buttafuori violenti. Ma proprio molto violenti. Uno di loro gioca a rugby e un altro sta in una banda protetta dalla mafia messicana. Lo so perché nel nome della banda c'è il numero 13 e la tredicesima lettera dell'alfabeto è la M, che sta per "messicano". O per "mafia". Probabilmente, se la mafia messicana ha un nome, quello comincia per "M". È una specie di codice segreto, ma non ricordo i dettagli. Comunque, il Rugbista è un tenerone. Porta un pizzetto da capra e ha una sorella che è completamente svitata. Il Mafioso è divertentissimo. E' uno che ha una sbronza del tipo "Vi amo ragazzi" e alle mie feste di compleanno porta un ottimo asado che ha dentro tutto l'orgoglio di una mamma.
Quando il Rugbista ripete "Continua così" per tre volte, significa che sta per prenderti a pugni. "Continua così. Continua così. Continua così." Poi parte.
Quando il Mafioso dice "tu non mi conosci" oppure "tu non sai da dove vengo" significa che sta per pestarti. A volte mi fa capire che sta seriamente prendendo in considerazione questa possibilità quando dice che c'è uno scemo che sta per essere picchiato. Mi piace quando il Mafioso dice che pesterà un pazzo. Mi diverte che un pazzo criminale come il Mafioso usi le stesse parole che dice Charlie Brown quando sta per prendere una batosta. Non credo che vi piacerebbe essere pestati dal Mafioso, non solo perchè secondo lui voi siete scemi, ma perché è molto probabile che non smetterà di farlo fino a che non sarà lui ad essere cotto a forza di darvele e non voi a forza di prenderle. E c'è anche il pericolo che qualcuno dei suoi amici - lui li chiama i ragazzi, ma sono i suoi amici - vi salti addosso nel vicolo dietro al bar. Così il Mafioso resta con le mani pulite e ci penseranno Chris Muso Pallido, o Cicciabomba o Tudy o un altro di quei ragazzi coi nomi divertenti che stanno nella Banda del West Side, a sistemare le cose. E uno scemo così le buscherà. Una volta, dopo il lavoro, Chris Muso Pallido mi disse, "Non farti dare mai una coltellata, perché non guarisce mai bene e ti pruderà sempre."
"Continua così", dice il Rugbista. "Non sai neanche il mio indirizzo", dice il Mafioso. E io non ho nulla da dire. Nulla che faccia pensare che voglia fare a botte. Non ricordo proprio di aver mai partecipato ad una scazzottata con coltelli o cose del genere.
Nella mia famiglia c'è una storia riguardo alle scazzottate nei locali. Per una notte e basta nella sua vita mio padre ha lavorato come barista. Scoppiò una rissa. Lui era quello più grosso, sicché poteva godersi la zuffa meglio di ogni altro. Quando tutto finì poi il proprietario gli chiese perché non fosse intervenuto per sedarla, magari dando pure qualche cazzotto. Lui rispose "Mamma Acker non ha insegnato ai suoi figli a fare a botte." Allora fu licenziato. Anche il mio cognome è Acker.
E mi è venuta in mente un'altra storia di famiglia. Molte generazioni prima che a Ellis Island il nostro cognome fosse cambiato da Achotsky in Acker, il mio trisavolo riuscì ad avere l'unico lavoro che poteva trovare. Lavorava per un proprietario terriero. Se non riuscivi a pagare l'affitto, il mio trisavolo ti gonfiava ben bene. Mamma Acker non ha insegnato ai figli a fare a botte, Mamma Achotsky invece sì.
Poi una notte, per tornare alla mia storia, fui iniziato anche io alle scazzottate.
Due fratelli persiani fecero una stronzata. Non sapevo esattamente quale stronzata, perché erano distanti da me. So che la fecero perchè vennero buttati fuori a calci dal locale. Di certo non da me, ma dal Rugbista e dal Mafioso. Io ero addetto all'entrata. E l'addetto all'entrata non lascia mai il suo posto, perché questo è un locale per studenti universitari e ci sono sempre dei minorenni che cercano di infilarsi dentro in ogni modo e in ogni momento. Per un ragazzino sveglio una rissa è un'ottima occasione. I ragazzini sono intelligenti e opportunisti e ciò che desiderano di più al mondo è prendersi una bella sbronza.
Sicché mi misi a sedere e mi godetti lo spettacolo, mentre il Rugbista e il Mafioso davano ai due persiani una sana vecchia tirata d'orecchie.
Ma quando questi, cinque minuti più tardi, infuriati tornarono urlando e cercando la rissa, passarono per la porta d'entrata. La mia porta. E io sono l'addetto all'entrata. Non ho potuto fare altro che agire. Credetemi.
Io non sono il miglior buttafuori del mondo. Sono tre anni che faccio questo mestiere e ancora non riconosco una carta d'identità falsa. Sono molto più ironico che duro. Confido nel potere deterrente di quella scritta che ho stampigliata sulla mia t-shirt. No, proprio non sono un buon buttafuori. Però non ho pensato "Ehi, questa è una rissa e non ci voglio entrare". Ho pensato "Vorrei che gli altri fossero qui." Ho pensato che la cosa sembrava tutto sommato eccitante. E poi ho pensato che avrei fatto meglio ad afferrare il più grosso. E così ho fatto. L'ho afferrato da dietro, stringendogli il petto con le braccia. L'ho tenuto stretto. Ho pensato che tenendolo… con la mia stretta? La mia presa, forse? Ho pensato che non l'avrei lasciato andare. E allora è successa una cosa incredibile e totalmente imprevista: il tempo ha rallentato, ed io riuscivo a percepire anche i minimi particolari, proprio come accade quando l'adrenalina ti va in circolo. Tutti i miei nervi percepivano quella rissa. Come se riuscissero a passare attraverso la maglietta. Perfino le terminazioni nervose. Era come se alcune parti del corpo di quel tipo - i muscoli forse - facessero dei piccolissimi, impercettibili movimenti, ed io inconsciamente facessi resistenza. Ho pensato, "Questo tipo è molto forte, ma non certo quanto me!"
Poi il tempo ha ricominciato a scorrere e ho visto l'altro, quello più piccolo. Non si era fermato dopo che avevo afferrato suo fratello. Si stava picchiando con Baldo, il mio collega più piccolo, il meno tosto di tutti. Non sono stato io a dare a Baldo il suo soprannome. Baldo non se la stava cavando bene e io avrei voluto aiutarlo, ma sapevo che non era il caso di lasciar andare il tizio che tenevo stretto per dargli una mano.
Allora sono rimasto lì a guardare, finché Baldo non ha avuto la meglio e ha trascinato fuori quell'altro, passandomi davanti. Allora mi si è accesa una luce nella mente e ho realizzato "Sì!" Ecco cosa si fa con uno che fa stronzate: lo si butta fuori. Non devi solo tenerlo fermo fino a che non si calma.
Così gli ho detto, "Stai calmo," l'ho sollevato da terra e l'ho portato di fuori. "Devi solo stare calmo." L'ho detto piano, come se quella fosse la cosa che dicevo sempre quando volevo che le persone si calmassero e si lasciassero portare fuori dove non potevano fare danno. E così è stato. Proprio così. Calmo. Tutto sommato non è che avesse molta scelta.
Si seppe poi che i due fratelli persiani facevano i buttafuori in un locale di Hollywood. Nella mia prima scazzottata avevo picchiato un vero e proprio buttafuori! Dove vai bella piumetta? Indovina un po'? Sul mio cappello? Dio lo sa amico mio! Hai proprio ragione!
Avevo l'adrenalina a mille, come se quella maledetta mi fosse esplosa. Volevo cavalcare l'onda, ma nessuno fece più nulla. Neanche una minima cosa. Neanche quando qualcuno mise i Journey al jukebox e io abbassai il volume dicendo "I Journey fanno schifo!" Probabilmente non farò mai più a botte. Però lo dico lo stesso che i fan dei Journey sono tutte fighette.
Quando il Rugbista racconta questa storia, e lo fa spesso, i due persiani diventano iracheni e io divento un eroe americano. Mica male!
Una settimana dopo, mentre prendevamo un caffè, raccontai a Sarah, la mia focosa ex compagna di stanza, la storia della mia prima rissa. È lei che mi ha fatto conoscere il sapore del caffè alla vaniglia francese, il migliore. Ma questo non c'entra nulla. Le raccontai tutta la storia della mia prima scazzottata, aggiungendo anche le parole del Rugbista e lei mi fece notare che in realtà non avevo fatto a botte con nessuno. Avevo semplicemente afferrato un tizio e lo avevo buttato fuori. Io penso che questa sia una buona via di mezzo tra l'insegnamento di Mamma Achotsky e quello di Mamma Acker.
Testo segnalato da: Laura Bevilacqua
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