Il sogno delle farfalle
di Edwidge Danticat, Haiti
(traduzione di Emanuela Sotgiu)
Ogni mattina, Marie Micheline si svegliava al suono dei colpi d'arma da fuoco che risuonavano per tutta la bidonville dove viveva. Ormai avrebbe dovuto esserle familiare, quel rumore che si quietava bruscamente quando su Haiti scendeva la sera, per poi riprendere ancora allo spuntare dell'alba. Ma non era così. Proprio no. Il suono assordante delle raffiche di mitragliatrice e la pioggia di pallottole continuavano a risvegliarla di soprassalto.
A questo segnale saltava su dal misero materasso di paglia su cui dormiva insieme ai suoi due figli. Quando gli spari esplodevano, afferrava i bambini e si precipitava in un angolo della baracca con il tetto di latta. Abbracciava i figli e cercava di ripararli con il corpo ossuto. Loro stavano acquattati sotto di lei, con il viso premuto sul pavimento nudo e freddo. Aspettavano immobili che la sparatoria finisse.
Mentre ascoltava quel rimbombo, Marie pensava al tempo in cui viveva in una fattoria sulle colline di Leoganne. Il suo piccolo villaggio natale sembrava essere lontano secoli dal ghetto tormentato dalla violenza e afflitto dalla povertà che lei i suoi figli chiamavano casa. Le cose non erano andate bene a Leoganne. Lo doveva ammettere. Le montagne verdi si erano trasformate in giganteschi blocchi di pietra color avorio. Gli alberi e gli animali avevano iniziato lentamente a scomparire già quando era ragazza. Tuttavia - almeno lì - non si sentivano i colpi delle armi da fuoco.
Lì, lei e i suoi bambini si erano sempre svegliati al cantare dei grilli o al suono acuto di altri piccoli animali. Lì potevano vedere la rugiada la mattina e i tramonti la sera. Lucciole, lampade al cherosene e stelle cadenti erano le uniche luci che illuminavano notti nere come la pece. A Leoganne c'erano anche le farfalle. Milioni e milioni. Erano di tutti i colori, di tutte le forme e di tutte le grandezze. Alcune erano rosso cremisi. Altre erano nere come la notte. Altre ancora erano gialle, verdi e arancione. E alcune erano dorate. Ce n'erano perfino con ali che racchiudevano miracolosamente tutti i colori dell'arcobaleno.
Ai bambini piacevano le farfalle. E anche a lei.
I figli conficcavano le unghie nei suoi fianchi nel tentativo di aggrapparsi con più forza al suo vestito consunto. Non riusciva a vedere le loro facce, premute contro il pavimento di terra battuta.
Poteva solo immaginare quello che avevano in testa. Sia il maschio di cinque anni che la femmina di dieci conoscevano storie di bambini che erano stati uccisi mentre stavano distesi a terra in attesa che la sparatoria finisse. Anche se erano stati molto attenti - mettendosi lunghi distesi per terra - una pallottola li aveva comunque colpiti in un braccio, in una gamba o in testa.
Marie non sapeva cosa dire ai figli. Non c'era nulla che potesse far svanire le loro paure. Nulla ad accezione di quello che aveva sempre detto loro.
"Fèmin gé nou é pi révé papiyon yo. Chiudete gli occhi e sognate le farfalle. Sognate le farfalle, amori miei. Sognate le farfalle."
Sentiva che i corpi dei bambini avevano iniziato a tremare sotto il suo.
"Mamma" piagnucolò il piccolo. "Ho paura."
"Lui ha sempre paura" protestò la ragazzina. "Ma che uomo sarà se ha sempre paura?"
"E' un bambino" disse Marie, carezzando con le dita i capelli neri e ispidi del figlio. "Non è un uomo. E' solo un bambino."
"Ho paura" gemette il ragazzino.
"Andrà tutto bene" disse Marie. "Andrà tutto bene."
"Ho paura" insistette il bambino.
"Ssst" sussurrò Marie. "Ricordati che se fai il bravo ti comprerò un regalino al mercato."
"E io?" chiese la figlia.
"Non mi compri mai niente" disse imbronciato il piccolo. "Dici sempre che mi farai un regalo. E poi non mi compri mai niente."
"E io?" insistette la bambina.
"Anche a te" Marie li cullava. "Anche a te."
Una pioggia di pallottole cadde su un tetto lì accanto. I tonton macoutes(1) sembravano avvicinarsi. Le grida acute erano diventate più forti. Le urla di quelli che stavano per strada si erano fatte più strazianti. Si sentivano ormai distintamente le voci che imploravano il cessate il fuoco; l'ultimo grido di un musicista infelice che tornava a casa da una festa notturna o la voce di una venditrice di uccelli che di buon mattino andava cantilenando per strada i prezzi della sua merce.
Marie ebbe l'impressione che i soldati stessero fuori dalla sua porta.
"Vigliacco!" gridò uno di loro, strillando per far uscire qualcuno da una delle baracche segnate dalle intemperie.
Il frastuono delle mitragliatrici riecheggiò con forza, spezzando il silenzio ormai perduto dell'alba. Per un brevissimo istante, un urlo coprì il suono dei colpi. Un'altra povera anima se n'era andata.
I bambini iniziarono a battere i denti per la paura.
"Mamma" singhiozzava il ragazzino. "Ho paura."
"Stai tranquillo" gli ordinò la sorella. "Altrimenti non avrai il tuo regalo."
"Non ce l'avrò lo stesso" gemette.
Il baccano delle mitragliatrici era insopportabile. Marie stese le braccia tentando di riparare le orecchie dei figli. Il figlio si dimenava tra le sue braccia, lottando per scappare via.
Lei si alzò, lo afferrò e lo inchiodò a terra. Sentì una fitta penetrante al petto.
"Mamma" gridò il piccolo.
"Non avrai il tuo regalo" gli urlò la sorella.
"Mamma, dille che non è vero."
"Fèmin gé nou" disse Marie tossendo.
Tentò di non far uscire il sangue dalla bocca.
"Fèmin gé nou" mormorò, mentre la sua voce si spegneva lentamente. "Fèmin gé nou. State fermi e sognate le farfalle."
I bambini tentarono di alzare gli occhi. Usò tutte le sue ultime forze per tenere giù le loro facce.
"Fèmin gé nou" disse pianissimo. "State fermi. Sognate le farfalle."
(1)I Tonton Macoute erano la milizia haitiana composta da fedelissimi del dittatore "Papa Doc" Duvalier
Testo segnalato da: Buràn
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