Appunti ceceni
di A. Mančuk, Russia
(traduzione di Manuela Vittorelli)



L'arrivo

Il treno si avvicinò a Chankala e si fermò in mezzo a un campo. In cielo passò un elicottero che sorvegliava la zona. I ceceni che si trovavano nel nostro scompartimento scrutavano ansiosamente attraverso il finestrino, in direzione sud. Là, in un avvallamento tra due colline, si estendeva un'enorme base militare: un complesso formato da edifici bassi, torri di guardia, radar e sistemi di comunicazione. Da Chankala si alzò in volo un altro elicottero, perdendosi nelle nuvole di fumo grigio-azzurro. Ci avrebbero poi raccontato che quel fumo veniva da uno dei pozzi di petrolio.

Fuori frinivano le cavallette. A circa duecento metri dai binari era visibile un cartello con la scritta "Campo minato". Più in là il campo era percorso da barriere di filo spinato. In mezzo a esse si snodava la strada, come un serpente, e per quella strada si muoveva un carro armato BTR, seguito da un grosso camion militare. Venivano verso di noi: era proprio loro che aspettava il treno fermo in mezzo ai campi. La scena ricordava uno di quegli assalti ai treni visti al cinema, condotti da un manipolo di uomini di Machno o da una banda di cowboy.

I veicoli si avvicinarono. Il carro armato si portò alla testa del treno. Il camion si fermò quasi accanto al nostro vagone. L'elicottero rombava da qualche parte, basso, sopra le nostre teste. Sotto quel rumore assordante, dal carro armato scesero alcuni uomini armati e in giubbotto antiproiettile, con elmetti e bandane sulle teste bruciate dal sole. Pochi minuti dopo erano nei vagoni, a verificare i documenti e a perquisire i silenziosi e ubbidienti ceceni. Soldati sani, baffuti, sui trent'anni; tutti mercenari. Le magliette sbiadite sotto i giubbotti antiproiettile mandavano un odore aspro. Uno di loro teneva tutto il corridoio del vagone sotto il tiro di un AK. Svolto il loro compito i soldati se ne andarono in fretta.

Il carro armato passò ancora una volta accanto al treno, ruotando di 180° la canna della mitragliatrice e puntandola verso i finestrini dello scompartimento. Furono portati sul camion due uomini, un vecchio. Gettarono sotto la tela catramata i loro bauli, poi li spinsero dentro. Ja-v disse che forse era un controllo di routine. O forse no. Il conducente del camion mise in moto e partì verso il fosco ammasso di Chankala. Il treno continuò ad aspettare, fermo in mezzo al frinire delle cavallette. Infine partì, quieto ed esitante, verso Groznyj.

Per un'ora costeggiammo la base militare di Chankala. Si avvicinava sempre più, con i suoi imponenti muri di cemento, le fortificazioni anch'esse di cemento, le torri con le mitragliatrici sopra le quali sventolavano sbiaditi tricolori, le attrezzature militari: ora immobile, ora fervente di attività nelle nuvole di fumo e polvere. Gli elicotteri sorvolavano l'area, i soldati di pattuglia guardavano indifferenti il nostro treno. Civili non ce n'erano. Un tempo nei pressi di Chankala sorgevano delle case, ma erano state abbattute per creare la "zona di sicurezza". La quale, del resto, non era per questo diventata più sicura. Laggiù sul campo minato era caduto un elicottero da trasporto ed erano morte più di cento persone.

Da qui, dalle rovine, cominciava Groznyij. Il treno entrò in città da est, cioè dalla sua parte più martoriata. Carcasse di edifici a più piani: interi quartieri, a sinistra e a destra, da entrambe le parti. Il caos delle macerie di cemento, le costruzioni trivellate di colpi. Sapevamo tutti che questa era la città delle rovine, l'avevamo visto alla televisione: ma la distruzione era onnipresente, schiacciante, e noi guardavamo ammutoliti la piazza "Minutka", una desolazione punteggiata da posti di blocco, i resti del palazzo presidenziale saltato in aria, il quartiere-dormitorio così tipico di tutte le nostre città ma ora trasformato in qualcosa di estraneo, che non assomigliava nemmeno alla desolazione di Pripjat' che io pure conoscevo così bene.

Tutto questo durò a lungo, molto a lungo, finché il treno si fermò in una piccola stazione stranamente bassa con una breve scritta: "Groznyj".



La prima notte

La sera arriviamo in una casa buia e vuota. L'elettricità mancherà per giorni. Le finestre orientate a sud si affacciano su giardini incolti, fichi e pruni selvatici, cresciuti come edera sulle macerie degli edifici morti. Mi avvicino alla finestra, lascio cadere la borsa e mi metto a guardare le colline e le loro propaggini che sfumano nell'oscurità. Da queste parti i crepuscoli sono rapidi. Lingue infuocate lambiscono la boscaglia: il gas che esce dai tubi colpiti dai proiettili. Fiamme vive ardono sulla terra ricca di petrolio degli adoratori del fuoco. Balenio di luce nel fogliame notturno, pipistrelli, grandi farfalle scure. Le farfalle sono anime, ha detto una volta Hasan. Era stato messo in guardia da un fruscio e, puntando la torcia, aveva trovato in un angolo un palpitante corpicino alato. Osservo come Hasan perlustra la casa disabitata, trova un posto dove il gruppo possa trascorrere la notte al sicuro. Si muove nel buio, tace a lungo, restando in ascolto e penetrando con gli occhi l'oscurità. Le farfalle sono anime.

Canta Murcuraev:


Quando su di noi si ispessisce la notte
E il muezzin manda il suo quieto grido
Con un volo inudibile
Giungerà l'anima di Shahid


Questa notte il dj muezzin per la prima volta ha cantato per noi alla radio locale, alle otto della sera secondo l'ora di Mosca. Una voce giovane, triste, viscosa. Lo ascoltava tutta la città distrutta. La quiete dopo la preghiera è stata spezzata dagli spari, si è illuminata la traiettoria dei proiettili traccianti. Suoni inoffensivi sono quelli dei petardi lanciati nei quartieri residenziali delle capitali in tempo di pace. Colpi in aria, quelli sparati da pattuglie spaventate.

Proprio questa sera è diventata visibile la vicinanza di Marte. Marte in grande opposizione. La stella rossa della guerra sfiorava la terra cecena e si sollevava sulle rovine, sui cortili bui illuminati dal bagliore delle fiamme. Un razzo di segnalazione stabilmente sospeso sul mondo. Rossa, per nemico: la lingua dei razzi di segnalazione ci viene insegnata la seconda notte. Rossa per "nemico", gialla per "attenzione", verde per "nostri". Chi sono qui i "nostri"? Una presa in giro. Le stelle ridono di noi.

Abbiamo ricavato un candeliere dall'elmo rotto di un federale. Lo abbiamo scovato nel cortile, tra ossa spezzate, bossoli di mitragliatrice, cartucce, valvole di lanciagranate e scritte oscene sui muri. Durante la prima guerra qui stazionavano i corpi speciali del SOBR, ecco perché la casa colpita è rimasta vuota a lungo. Il buco sul muro era stato fatto il giorno prima da un proiettile. Mentre mi assopivo ci ho appoggiato la testa, così piccola se paragonata a quel varco.

Il vecchio elmo si è trasformato in candeliere per puro caso. Non avevamo più niente sotto mano. La seconda sera ha lasciato colare la cera, perché di giorno lo avevamo usato come bersaglio dopo averlo appoggiato su un cocomero. La sera sedevamo attorno a quella luce fioca e ascoltavamo gli spari. A destra e a sinistra. A nord e a sud. Tutt'attorno. Ovunque. Ramzan suonava piano la chitarra e il suo ricetrasmettitore gracchiava, ora in russo, ora in ceceno, al ritmo di quel motivo caucasico improvvisato. Il mitra e la chitarra, fianco a fianco come fratello e sorella. Il mitra, arma familiare. Di giorno spuntava dalle porte aperte del vecchio autobus. Ramzan stava in piedi e durante il tragitto teneva la sua arma puntata sulle rovine. Khadzhi sedeva davanti, gli occhi fissi sul vetro, stringendo la pistola. Attraversavamo le macerie senza ancora sapere che questo era il centro della città. Passavamo oltre le tombe di cemento dei posti di blocco federali. Mentre controllava i documenti il mercenario si muoveva quasi a passo di danza, pronto a schivare la morte. Insolenza e vigliaccheria negli occhi del mercenario.

Prima notte a Groznyj. Me ne sono ricordato in seguito, quando abbiamo lasciato questo paese. In un giorno di sole, sullo spartiacque del fiume di frontiera Aksaj, vicino al piccolo caffè "Eden", incastrato tra le postazioni cecene e avare. Il ricordo mi ha chiuso gli occhi. Vedevo di nuovo il buio, io e Hasan scrutavamo ancora una volta la vellutata boscaglia notturna. "Questo giardino è inumano. È il giardino dell'Eden", diceva lui in un bisbiglio. "Non inumano, inabitato", lo correggevo bisbigliando a mia volta. Il sole accecante mi ha costretto a spalancare gli occhi e a puntarli sulla carcassa del carro armato bruciato sulla ripida sponda della terra cecena che si allontanava. Ecco Chasavjurt, città sazia, città del mondo bugiardo, arricchitasi grazie alla guerra vicina.

La notte, sul litorale inabitato del Caspio, carezzevole mare salato, ancora una volta si è alzata ardente la stella rossa. Lo zenit di Marte. Addio ai giardini oscuri, alle oscure notti della città di Groznyj.

Testo segnalato da: Buràn
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