Tornando a casa
di Ifeanyi Ajaegbo, Nigeria
(traduzione di Rita Balestra)



L'aereo toccò terra stridendo. La fusoliera tremò quando la gomma e l'asfalto si incontrarono in un abbraccio turbolento, alzandosi per un momento nell'aria prima di posarsi di nuovo a terra. Afferrai il bracciolo del mio sedile, sperando che tutto andasse bene, chiedendomi se fosse così che trascorrevano gli ultimi istanti che precedono lo schianto di un aereo.

Quando l'aereo, arrivato alla fine della pista, girò e arretrò verso la sala degli arrivi, mi resi conto che tutto era andato bene. Avevo solo avuto un attacco di ansia. Sentivo i palmi delle mani appiccicaticci e accaldati mentre dal finestrino guardavo gli edifici dell'aeroporto di Kigali offuscati dall'afa.

Ero tornato in Rwanda sei anni dopo averla lasciata all'apice della follia. Ero partito perché non riuscivo a sopportare lo spargimento di sangue, la vista dei machete macchiati di rosso, delle teste recise dai corpi e dei corpi privati delle proprie teste. Le strade erano ingombre di cadaveri, in quei giorni; alcuni erano così brutalmente mutilati da sembrare grossi tranci di carne tagliati da un macellaio per essere venduti. Ero partito perché non potevo sopportare le suppliche ossessionanti di quelli che morivano, le grida, il tanfo della carne bruciata, la vista delle case incendiate. Ero partito perché restare significava una sorte peggiore della morte corporale.

L'aereo si fermò davanti a un lungo edificio basso. Un cartello enorme a caratteri neri su sfondo bianco diceva "Arrivi". Il portello della cabina di pilotaggio si aprì e il pilota, insieme agli altri membri dell'equipaggio, vennero fuori. Sorrideva mentre dava il benvenuto a Kigali, e in Rwanda, ai passeggeri. La maggior parte dei passeggeri lo ignorò, indaffarati a recuperare il bagaglio a mano dal vano portabagagli soprastante. Quelli che avevano già recuperato i bagagli, si sistemavano le tracolle man mano che si trascinavano verso l'uscita, impazienti di incontrare chi li attendeva all'aeroporto.

Non feci nessun movimento per alzarmi dal mio posto, nessun movimento verso il vano portabagagli. Non feci niente, rimasi seduto mentre guardavo gli altri lasciare l'aereo. Respiravo profondamente l'aria fresca, fermamente deciso a placare la tormenta nella mia testa. Ma le domande sorsero, senza risposte.

Rosalie Gikondo era l'amore della mia vita prima che la follia avesse inizio, prima dei giorni dell'Inyenzi(1) e dell'Inkotanyi(2). Conobbi il suo amore prima che gli uomini chiamassero gli altri uomini "scarafaggi" da uccidere e da appendere agli alberi. Io ero Hutu. Lei era Tutsi. Eravamo stati compagni d'università a Kigali, dove il padre, il dott. Gikondo, insegnava nello stesso dipartimento di mio padre. Non solo insegnavano insieme, non erano solo colleghi, ma erano amici. Uno, un ardente Tutsi, cui ogni lezione era permeata di aneddoti sull'eguaglianza tra gli uomini, nonostante la razza, l'etnia e il colore. L'altro, un tranquillo Hutu, la cui visione della vita era arricchita da un'esperienza dell'Onnipotente avuta in gioventù. Quell'esperienza gli lasciò la profonda convinzione che tutti gli uomini erano uguali davanti a Dio. Erano amici. Bevevano birra e whisky insieme al circolo dei decani e spesso si ritrovavano a casa dell'uno o dell'altro per discutere non soltanto della politica del campus, ma anche delle attività di disturbo dei sostenitori del potere Hutu. Mio padre era quello che allora veniva chiamato un moderato, ovvero un Hutu che non desiderava uccidere i Tutsi ed espropriare i loro beni. Era un uomo gentile, come lo era il padre di Rosalie, a dispetto del suo ardore.

La follia che travolse il resto di Kigali dopo la morte del Presidente Habryamana, arrivò al campus una notte con le canzoni di odio dell'Interahamwe(3). Erano arrivati; dissero a bande di Hutu giubilanti, gente che avevamo conosciuto al campus prima della follia, di ripulire l'università dal tanfo degli scarafaggi Tutsi. Per fare ciò, dissero, gli scarafaggi dovevano essere schiacciati. Quella notte, gli Hutu che non se ne rendevano conto, danzarono sulle note dell'odio.

Unwamzi wa u n'ume        Abbiamo un solo nemico

Turamzi                             Sappiamo chi è

N'umututsi                        È il Tutsi.

Mio padre ed io prestammo ascolto ai canti appena la folla di sostenitori dell'Interahamwe svoltò per la via in cui abitavamo. Non fui molto sorpreso di scoprire che mio padre fosse molto più preoccupato per la sicurezza della famiglia del dott. Gikondo, di quanto non lo fosse per la nostra. Noi eravamo Hutu. Nessuno ci avrebbe toccato, sebbene alcuni degli altri docenti del dipartimento avessero accusato mio padre di essere troppo amico dei Tutsi. Non gli ci volle molto per decidere che il dott. Gikondo e la sua famiglia sarebbero stati più al sicuro con noi, a casa nostra, che nella loro.

Il dott. Gikondo, sua moglie Mahalia e le due figlie Rosalie e Shante si erano annidati nelle loro stanze, convinti che l'attesa della morte sarebbe finita quella notte stessa. Fu stupito del nostro arrivo e si rifiutò di venire con noi. Ricordò a mio padre che l'Interahamwe uccideva anche gli Hutu che aiutavano i Tutsi. Mio padre non lo ascoltò. Portammo il dott. Gikondo e la sua famiglia a casa nostra, nascondendoci lungo le basse siepi e attraversando come fantasmi il viottolo oscuro tra le due case. Io tenevo Rosalie mentre arrancavamo attraverso l'erba bagnata di rugiada e le foglie inzuppate che si accartocciavano sotto i piedi. Il suo corpo esile tremò vicino al mio, ma sapevo che non era per il freddo. Era una notte calda.

Raggiungemmo casa senza problemi, sebbene la notte fosse illuminata dalle fiamme delle case incendiate. Le case appartenevano a professori Tutsi, amici di papà e del dott. Gikondo.

Mia madre aprì la porta della cucina e ci infilammo in casa, grati per essere passati inosservati dalla gente nelle strade. Era stata in piedi alla finestra, in attesa che tornassimo con o senza il dott. Gikondo e la sua famiglia. Richiuse la porta dietro di noi e la sprangò. Poi ci seguì in salotto. I due uomini, il dott. Gikondo e mio padre, andarono alla finestra. Sbirciarono nella notte dai bordi delle tende. Non dissero niente quando si allontanarono dalla finestra, ma vedemmo la paura nei loro occhi e sapevamo che là fuori, nel buio della notte, regnava un'oscura follia.

Unwamzi wa u n'ume

Turamzi

N'umututsi.

Il cancelletto nella siepe sbatté, un rumore improvviso, insistente e violento. Poi udimmo dei passi, il rumore di gente che si affrettava nel nostro recinto, forse verso l'ingresso. Nessuno si stupì quando bussarono con un colpo che risuonò come un tuono, seguito da un ordine gutturale di aprire la porta. Mio padre fece cenno a mia madre di condurre il dott. Gikondo e la sua famiglia nelle camere. Guardai Rosalie. Anche lei mi stava guardando. Vidi la paura nei suoi occhi e cercai, senza parlare, di farle sapere che sarebbe andato tutto bene. Mia madre prese la mano di Mahalia e li condusse via dal salotto. Li guardai andarsene, pregando che scampassero a quella notte. Pregando che scampassimo anche noi a quella notte.

Mi voltai in tempo per vedere mio padre camminare verso la porta. Si fermò accanto ad essa e fece una pausa, come se ascoltasse gli uomini che sapevamo essere lì fuori. Di nuovo giunse quell'ordine gutturale. Mio padre tirò via i catenacci, girò la chiave nella serratura e aprì la porta.

Diversi uomini con il vestito variopinto dell'Interahamwe stavano in piedi davanti alla porta. Portavano foglie di banana sulla testa, sulla faccia e attorno alla vita. Impugnavano machete che gocciolavano sangue rosso vivo sul lastricato. Il primo di loro spinse mio padre dentro casa, per quanto non rudemente come avrebbe fatto se mio padre non fosse stato un Hutu e un uomo rispettato. Ci chiesero le carte d'identità. Mio padre gliele passò con estrema calma. Il capo le guardò, gliele restituì e disse a mio padre che avrebbero perquisito la casa per trovare i suoi amici scarafaggi Tutsi. Mio padre protestò, dicendo che non nascondeva scarafaggi Tutsi. Lo spinsero in direzione delle camere, facendogli capire che la morte di un Hutu che amava e proteggeva gli scarafaggi non significava niente per loro.

Trovarono il dott. Gikondo e la sua famiglia nella camera di mio padre. I volti degli uomini dell'Interahamwe erano trionfanti, mentre riconducevano il loro trofeo nel salotto, dove ero rimasto con mio padre. Mio padre insistette che non potevano portar via il dott. Gikondo. Invece portarono tutti fuori e accusarono mio padre di essere persino peggiore degli scarafaggi che cercava di proteggere. Ci condussero su tre camion, separarono gli uomini dalle donne, i giovani dai vecchi. Quella fu l'ultima volta che vidi i miei genitori, e l'ultima volta che vidi il dott. Gikondo, la sua famiglia e Rosalie.

Gli ultimi spari in Rwanda si erano sentiti più di sei anni prima. La pace, o qualcosa che le assomigliava molto, era tornata. Ma le ferite dovevano ancora rimarginarsi. Vedevo ancora le immagini delle carcasse accartocciate delle case incendiate, dei tumuli che straripavano dove la terra non riusciva più a contenere i corpi nelle fosse comuni. Sentivo che la gente aveva ancora paura di uscire la sera, che aveva ancora paura delle ombre divoratrici di carne e di vita come accadeva sei anni fa. La gente ancora spegneva la luce e sbirciava da dietro le tende all'avvicinarsi di qualche straniero.

Aspettai ancora a lungo dopo che l'ultimo passeggero fu sceso dalla scala, poi mi allungai verso il vano portabagagli. Tirai giù la mia piccola borsa. Issai la tracolla su una spalla e mi avviai verso la porta aperta. Avvertii l'afa nel momento in cui passai attraverso l'uscita sulla rampa. Ai piedi della scala, gli agenti dell'immigrazione esaminarono i miei documenti di viaggio. Li timbrarono senza rivolgermi più di un'occhiata. Il Rwanda dava il benvenuto ai visitatori, mentre cercava ancora di riprendersi dal genocidio e dalla guerra. A grandi passi superai gli altri impiegati aeroportuali, diretto alla sala degli arrivi, con il cuore che sbatteva contro le costole ad ogni passo verso il passato e il mio destino. Davanti, vedevo girovagare i bagarini dell'aeroporto. Avevano la reputazione di saper fare qualsiasi cosa, dal contrabbando al trasporto in taxi per Kigali e per altre destinazioni a sud. Oltre quella folla girovagante, Rosalie aspettava.

Mi chinai per passare attraverso la piccola entrata della sala d'aspetto degli arrivi, nel fresco benvenuto del sistema ad aria condizionata. Mi fermai proprio in mezzo al passaggio. Se Rosalie era venuta, era lì che l'avrei trovata. Scrutai la folla, scorrendo con lo sguardo da sinistra verso destra. La vidi in piedi accanto al chiosco dei giornali. Mi dava le spalle, ma sapevo che era Rosalie. Guardava una rivista, forse per ammazzare il tempo aspettando fino a quando sarebbe dovuta andarsene perché dopo tutto io non ero arrivato. Gli ultimi passeggeri sul mio aereo dovevano essere passati per questa sala d'attesa quindici minuti fa. La guardai di schiena, eretta e tuttavia esile nel lungo vestito di jeans che indossava. Guardai i suoi lunghi capelli lucenti, raccolti in quella coda di cavallo con cui mi piaceva giocare. Niente in lei era cambiato. Niente, tranne che al posto delle sue lunghe braccia affusolate, adesso c'erano dei moncherini.

Forse avvertì i miei occhi su di sé. Rosalie si voltò lentamente finché fummo uno di fronte all'altra. Il respiro mi si arrestò in gola quando vidi che era ancora più bella di come la ricordavo. Il tempo era stato benevolo con lei, anche se l'Interahamwe e la guerra non lo erano stati. La bocca di Rosalie formò una piccola O per la sorpresa quando mi vide, e cominciò a sorridere. Si allontanò dal chiosco dei libri nello stesso istante in cui avanzai, allontanandomi dalla folla che ruotava intorno a me. Il suo sorriso, benché luminoso, era imbarazzato, incerto, mentre mi veniva incontro.

Ci incontrammo a metà della sala, dirigendoci uno nelle braccia dell'altra come sconosciuti. Ci tenemmo stretti l'uno all'altra, cercando di scoprire quanto fossimo cambiati, e quando capimmo che eravamo sempre gli stessi, ci stringemmo forte come se stessimo per separarci di nuovo. Quando fui in grado di allontanarla da me delicatamente, notai le lacrime che le scendevano lungo il viso. Guardando dentro quegli occhi rivedevo le notti buie passate insieme tra le aiuole dei giardini dell'università e, afferrandola per i moncherini, compresi di essere finalmente tornato a casa.



(Pubblicato per gentile concessione del British Council e del magazine Crossing Borders)



(1)Inyenzi è un'abbreviazione di "ingangurarugo yiyemeje kuba ingenzi" che vuol dire, "il combattente dell'esercito Ingangurarugo che si è dato l'obiettivo di essere il migliore". (N.d.T.)

(2)Inkotanyi vuol dire "invincibile" , ed è l'appellativo dato all'esercito ribelle Tutsi. (N.d.T.)

(3)Interahamwe è la milizia rwandese più importante creata nel 1992 dai dignitari del potere Hutu. Significa in kinyarwanda: "quelli che combattono insieme". Furono responsabili di numerosi massacri durante il genocidio del 1994.


Testo segnalato da: Buràn
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