Il mercato di Bassora
di Nawar, Iraq
(traduzione di Ilaria Dal Brun)
Siccome le cose di cui ho bisogno sono così tante che sono giunte al punto di cominciare a influire negativamente sul mio umore, che non aveva certo bisogno di un ulteriore fastidio, alla fine mi sono decisa ad andare al mercato. Ignorando, anche se solo superficialmente, il pericolo e i problemi dati dall'uscire di casa senza velo per recarsi in un luogo come appunto il mercato. Per la prima volta ho indossato una gonna molto lunga e ampia... davvero ampia. E una camicia, larga e informe come la gonna, per di più con maniche lunghe e larghe, per cui l'effetto era quello di avere addosso un lungo jubah. E ho dovuto avvolgermi un hijab sulla testa, anche se faceva così caldo che la testa stava quasi per scoppiarmi. Ma il motivo potrebbe essere stato che ero irritata con me stessa per aver ceduto al volere altrui e forse anche perché credo che, facendo quello che dicono loro, li aiuto a rafforzare questo volere. Ad ogni modo è sempre meglio che essere molestata da qualcuno e, da quello che mi dicono, queste molestie possono assumere la forma di un coltello o di una lingua tagliente come una lama.
Il mercato, così come tante cose oggi, è molto diverso da quello che era un tempo. I negozi di abiti eleganti riuscirebbero a vendere la loro merce solo ai cavernicoli, considerato l'aspetto che hanno. Non sono nemmeno riusciti a spazzar via tutta la polvere. I prezzi sono così cari da far ridere, specialmente se paragonati ai tassi di cambio. Abu-Aswad, la principale via dello shopping, è piena di ambulanti che bloccano il flusso del traffico e nemmeno i taxi riescono ad attraversarla.
Questi ambulanti possiedono una gran varietà di merce, tranne il latte in polvere, che pare essere sparito dal mercato. Ci si trova di tutto, e da un sacco di luoghi diversi. Vari tipi di formaggio, verdure e frutta in scatola. Carne in scatola che non è possibile identificare, perché tutte le etichette sono state tolte. Bibite di varie forme e dimensioni. Mentre mi guardavo attorno, ho notato che la mia paura cominciava a sparire e mi sono rammaricata di aver indossato gli abiti che portavo. Ma mentre mi attraversavano questi pensieri, ho sentito un giovane dire a un altro accanto a lui che gli piacerebbe poter aggredire con un serpente queste donne senza velo. Subito mi sono sentita frustrata e irritata, e ho deciso di interrompere seduta stante la mia visita al mercato, anche se la sola cosa che avevo comperato fino a quel momento erano dieci pacchetti di "Frutti", un preparato in polvere per succhi di frutta.
Nonostante tutto il tempo e la fatica che ho sprecato nel tentativo di nasconderlo, nel tentativo di dire a me stessa che mi sbaglio e cercando occasioni per provare che mi sbaglio, penso sia giunto il tempo di rivelarlo, il tempo di essere sinceri.
Alla presenza di quella disperazione grande come una montagna, che ha già appesantito con le frustrazioni di tutti gli anni passati il mio cuore esausto solo per aspettarmi ora e farmi in mille pezzi difficili da rimettere insieme, voglio dire apertamente ciò che mi ha eroso con violenza dentro, così duramente che non mi passa nemmeno per la testa di biasimare me stessa per averlo tenuto dentro tanto a lungo. Voglio confessare che ti disprezzo.
Sì, ti ritengo responsabile di aver creato tutti questi squarci dentro di me. Ti odio per le sofferenze che il nostro popolo ha dovuto patire, per il rumore delle bombe e dei missili che le mie orecchie hanno dovuto udire. Ti odio per la distruzione che i miei occhi hanno visto, tanto quanto odio il sangue che è stato sparso, gli anni buttati al vento e le mie speranze perdute di un futuro. Ti odio per tutti gli iracheni che hanno dovuto emigrare, per i politici che hanno dovuto scomparire. Ti ritengo responsabile delle sofferenze nelle impietose notti umide e afose di Bassora, senza nemmeno le più elementari comodità materiali, ti ritengo responsabile di non riuscire a offrire neanche il più semplice divertimento nella mia città, la seconda per grandezza in Iraq, ti ritengo responsabile della strada di terra battuta che devo percorrere per arrivare all'università, proprio in centro città. Ti ritengo responsabile di aver perduto la voglia di vivere, del mio bisogno d'amore che si è perso in te...
Per tutto questo, mio carissimo Iraq, ti disprezzo. Ma ti prego, mio amato e odiato, cerca di capire la mia rabbia. Voglio che tu la smetta di rispondere alle mie domande sull'infanzia e sulla giovinezza sprecate dicendo che queste cose verranno dimenticate, perché se lo fai ancora dovrai anche permettermi di continuare a disprezzarti.
Testo segnalato da: Buràn
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