Rusalka
di Catherynne M. Valente, USA
(traduzione di Jane Bowie)



(Questo racconto ha vinto il Million Writers Award 2006 per la miglior storia pubblicata online)

Il terzo giorno l'eremita ardente
Sedeva sull'incantata riva
Ad aspettare la splendida fanciulla
Mentre l'oscurità sul bosco si posava.
La luce fugò le ombre della notte:
Del monaco più nessuna traccia
Solo il fluttuare di una canuta barba
Alcuni bimbi scorsero nell'acqua.

Aleksandr Pushkin
Rusalka, 1819
(traduzione di Manuela Vittorelli)


I: La Chiocciola nel Guscio
Rybka, svegliati.
Di notte mi chiamava sempre rybka(1). Di notte, quando mi scuoteva per svegliarmi mentre giacevo nel mio lettino, e la finestra setacciava attraverso chiazze di sporcizia la luce delle stelle, punte e punte di aghi d'osso. Sussurrava e accarezza la mia fronte, e diceva: rybka, rybka, svegliati, svegliati. Mi strofinavo gli occhi e trascinavo le mie gambe pesanti per raggomitolarmi sul bordo del materasso ingrigito, lasciando cadere la testa dal bordo. Lei era sempre già lì con un grosso bollitore di rame e una bacinella di porcellana, delle poche nostre cose certamente le più preziose, le più belle. Era sempre già lì, e mentre guardavo in su attraverso la sporcizia e il ghiaccio spalmati sulla finestra, lei mi bagnava i capelli.
Era mia madre, era dolce, l'acqua era sempre calda.
Dal bollitore l'acqua e il suo vapore cadevano sulla mia testa, l'acqua vecchia come il sonno si diffondeva sui miei lunghi capelli neri. Le sue mani erano sapienti, e bagnava ogni ciocca - non li lavava, badate, ma col pettine tirava lungo tutti i miei capelli disordinati l'acqua giallastra uscita dal nostro rubinetto scricchiolante.
Rybka, mi dispiace, povero amore mio, mi dispiace tanto. Torna a dormire.
E girava come una fune i miei capelli scivolosi per disporli sul cuscino come sul ponte di una nave. E cantava per me finché non mi riaddormentavo, la sua voce come pietre che cadevano, cadevano, dentro un lago profondo:

Baju-bajuski-baju
Ne lozisja na kraju.
Pridët seren'kij volcok,
I ukusit za bocok (2)


Di mattina invece mi chiamava sempre per nome, Ksenija, e i suoi occhi mi guardavano dal loro contorno di piccole rughe di preoccupazione, e i suoi capelli cadevano bagnati. E mentre lei spalmava una fettina pallida, trasparente, di burro prezioso sopra la superficie di un pezzo di pane grezzo dalla crosta dura, io mi occupavo del bagno, riempiendo la vasca alta fino al suo bordo, che brillava. Mangiavamo la nostra colazione con i capelli unti dall'acqua, nella vasca tiepida, rannicchiate l'una dentro l'altra, chiocciola nel suo guscio, mentre l'acqua si versava sul pavimento della cucina. Che era anche il pavimento del salotto, e del bagno, e della camera di mia madre - a me lasciava la piccola nicchia che serviva da stanza in più.
Di sera, se c'era della carne, la friggeva lentamente, e insieme ci godevamo il profumo, per fare durare di più il pasto. E se non c'era, mi raccontava la storia di una principessa che aveva una ciotola che era sempre piena di dolci polli arrosto. Mentre io bevevo una magra e liquida minestra di cavoli e zucca e acqua tenuta dalla vasca. A volte, mentre mia madre parlava a voce bassa e dolce, la minestra verde sapeva di pollame con la pelle arrostita, ancora sfrigolante. Tutto il giorno mi bagnava a spugnate la testa, le gocce scorrevano e mi facevano solletico come fossero sudore. Il mio vestito si incollava, scivoloso, alla mia schiena.
Prima di andare a letto, mi teneva la testa sotto il rubinetto. L'acqua fredda cadeva sulla mia testa come tanti schiaffi. E poi la sveglia, sempre la sveglia, un'ora o due dopo la mezzanotte.
Rybka, mi dispiace, ti devi svegliare.
La mia infanzia era un mondo fatto di acqua e umidità, e io amavo il profumo dei capelli sempre bagnati e gocciolanti di mia madre.
Una notte lei non venne a bagnarmi i capelli. Mi svegliai da sola, il mio corpo una sveglia puntata da anni di bollitori e bacinelle. Le stelle erano cristalli di sale sospesi nell'oscurità della finestra. In punta dei piedi attraversai la mia camera e il pavimento gelato come la superficie di un lago d'inverno. Mia madre era a letto, dava le spalle alla notte.
I suoi capelli erano asciutti. Erano di un marrone giallastro, il colore di vecchi gusci di nocciole. Ero scioccata. Non li avevo mai visti chiari, non scuriti dall'acqua. Li toccai, ma lei non si mosse. Girai la sua faccia verso di me ma non si mosse al tocco della mia mano, non mi mormorò di tornare a dormire, non mi chiamò rybka - dell'acqua uscì dalla sua bocca e cadde sulle coperte. I suoi occhi erano scuri e giallastri.
Mamma, ti devi svegliare.
Con il bordo del lenzuolo asciugai l'acqua. Tirai mia madre verso di me; da lei uscì ancora acqua.
Mamocka, mi dispiace, ti devi svegliare.
La sua testa era appoggiata al mio braccio. Non urlai, non piansi, ma riempii la vasca nel buio, tastando l'acqua per cercare un filo di calore nel flusso freddo. Era difficile - ero sempre così piccola, così magra, allora! - ma tirai via mia madre dal letto e la misi nella vasca, con l'acqua che usciva, e le braccia che mi facevano male, e lei che non si muoveva, non si muoveva mentre io la trascinavo sul pavimento freddo. Che non si muoveva mentre la spingevo dentro la vasca. Lei galleggiò, e io le bagnai i capelli finché non furono di nuovo neri, ma i suoi occhi non mi arrivarono a nuoto nell'aria. Mi tolsi la camicia da notte, fradicia dell'acqua della sua bocca, e mi immersi insieme a lei, rannicchiandomi dentro il suo corpo come sempre, chiocciola nel guscio. La sua pelle era appiccicosa e spessa sulla mia guancia.
Rybka, svegliati. Mi devi bagnare i capelli.
C'era silenzio a parte il tintinnio dell'acqua che si muoveva e le stelle che gocciolavano attraverso la finestra. Chiusi gli occhi di mia madre e infilai la mia testa sotto il suo mento. Presi le sue braccia e le chiusi intorno a me come delle coperte. E cantai per lei, mentre si formavano delle perle sulla sua pelle, dove fiori blu lentamente si schiudevano.

Baju-bajuski-baju
Ne lozisja na kraju.
Pridët seren'kij volcok,
I ukusit za bocok


II: L'eremita ardente
Ho incontrato Artëm all'università, dove intrecciavo stretti i miei capelli per conservare l'umidità durante le lezioni di anatomia, di farmacologia, di sutura e di riduzione delle fratture. All'ora di pranzo aspettavo che se ne andassero tutti gli altri per poi infilare la testa nel candido lavabo dei bagni. Acqua pulitissima, incolore, mi accarezzava la testa come una mano colma di conforto.
Non ci sono dettagli che valga la pena di raccontare: gli facevo lezioni di tumori e cisti, uno dei tanti lavoretti che mi permettevano di fornirmi di bollitori di rame e minestra di cavolo. Questo non ha importanza. Quand'è che cominciamo a ricordarci? Un giorno non c'era, il giorno dopo la sua risata era lì, sulle mie spalle, costantemente. Un giorno io non amavo un uomo di nome Artëm. Il giorno dopo lo amavo, e tra i due giorni c'è soltanto dell'aria.
Artëm mangiava ogni giorno le stesse cose: pesce affumicato, pane nero, dei mirtilli racchiusi in un fazzoletto verde chiaro. Portava occhiali più adatti a un uomo molto più grande di lui e i suoi capelli erano di un marrone giallastro. Portava una barba piccola, magra, aveva un naso grosso e la sua cravatta era sempre in ordine. Una volta condivise il suo pranzo con me: i mirtilli erano amari, troppo morbidi.
"Quando ero bambina," gli dissi lentamente, "non c'erano dei mirtilli dove abitavamo, e non avremmo potuto permetterceli anche se ci fossero stati. Così mangiavamo la zucca, per prevenire i parassiti, per evitare che mi crivellassero lo stomaco dopo la guerra. Ho mangiato zucche finché non ne sopportai più nemmeno la vista, o il sentire quel profumo polveroso e umido. Credo ora di essere troppo vecchia per gustare i mirtilli, e troppo vecchia per vedere una zucca e non pensare ai vermi."
Artëm sbatté le palpebre. Il suo libro era aperto sulla sezione di una tiroide, il vento freddo soffiava dalla Neva e muoveva le sue pagine e la coda umida della mia treccia. Si riprese i suoi mirtilli.
Quando la cupola di Sant'Isacco si ricoprì di neve e gli zoccoli del Cavaliere di Bronzo calzarono ferri di ghiaccio, si sdraiò accanto a me sul suo materasso sottile e, maldestro, versò l'acqua dal suo bollitore di stagno sui miei capelli, raccogliendola poi in una vecchia pentola di ferro.
"Mi devi svegliare durante la notte, Artëm. È importante. Mi prometti che ti ricorderai?"
"Certo, Ksjusa(3), ma perché? Questa cosa non ha senso, e mi bagni tutto il letto."
Mi tirai su, mi appoggiai su un gomito, i miei capelli che cascavano come onde di fiume sul mio seno nudo; una goccia scorreva, trovando la strada sulla pelle verso il lino. "Se posso fidarmi che farai questa cosa per me, allora ti posso amare. Non è abbastanza importante, questo?"
"Se ti fidi abbastanza che io la faccia questa cosa, allora ti puoi fidare abbastanza per spiegarmi il perché. Non ti sembra ovvio?"
Era così dolce in quel momento, il suo petto così magro, le sue unghie così pulite. Le sue calze di lana e il suo tè troppo zuccherato. La sua anca con la curva tagliente, verso di lui. Glielo spiegai. E perché no? La mia testa fumava di vapore e lui mi accarezzava i polpacci mentre gli raccontavo di mia madre, di come la chiamavano Vodzimira, e di come da giovane, prima della guerra, abitava in un paesino negli Urali e amava un studente del seminario con le sopracciglia folte, di nome Efrem, e di come aveva schiacciato tredici fiori gialli con il suo corpo quando lui la fece sdraiare sotto i larici.
Mira, Mira, lui le disse, non mi dimenticherò mai come la luce sta sul tuo ventre in questo momento, la luce filtrata dalle foglie di larice e dai rami di betulla. Sembra acqua, come se tu fossi un piccolo torrente in cui sempre cado, sempre cado.
E mia madre gli mise le braccia intorno al collo e disse il suo nome e ancora e ancora sul colletto della sua camicia: Efrem, Efrem. Vide una farfalla notturna fermarsi sul suo cappotto nero di lana e strofinando le zampe lunghe e snelle, e fece una smorfia mentre il suo corpo si apriva per la prima volta. Fissò la farfalla finché il dolore non scomparve, e poi immagino che pensò che sarebbe stata abbastanza felice in una casa fatta di Efrem, della sua lana, e delle sue camicie, e i suoi larici e la sua luce.
Ma quando arrivò alla sua scuola e mise le sue mani sul suo grembo, quando sotto un cielo plumbeo e le campane di bronzo gli disse che era già incinta di tre mesi, e per favore potrebbe lui parlare col prete così da dare un nome al bambino, lui le fece un sorriso magro e le disse che non voleva una casa fatta di Vodzimira, e la sua acqua, e il suo ventre, che voleva soltanto la casa di Dio e qualche angelo con i piedi di vetro, e che lei non doveva più tornare alla sua scuola. Non voleva destare il sospetto che lui avesse a che fare con le ragazze del paese.
Mia madre era sola, e la sua disperazione le camminò accanto come una bambina dai capelli neri e lucidi con le scarpe pulite. Non poteva dirlo a suo padre o a sua madre, non poteva dirlo ai suoi fratelli. Non aveva nessuno a cui dirlo che l'avrebbe amata ancora, dopo che avesse finito di dirlo. E allora tornò alla foresta, ai larici e le betulle, e le farfalle notturne e la luce e in un piccolo lago ricoperto dai riflessi dei rami spogli, si annegò senza dire più una parola ad essere vivente.
Deglutii e continuai, la mia voce rauca. "Quando mia madre aprì di nuovo i suoi occhi, era buio pesto, e c'erano delle stelle sparse come gocce di pioggia nel cielo, e lei le vide da sotto l'acqua del laghetto. Lei era dentro il lago, e il lago era dentro di lei, e le sua dita si aprirono sotto l'acqua finché non ci fu più nulla salvo lei e l'acqua, da una riva all'altra, e lei si muoveva dentro, dentro l'acqua e dentro se stessa, come una marea. Lì mi partorì, sotto le piccole onde di lago, nel buio, e le sue levatrici erano i pesciolini d'argento."
Attorcigliai i miei capelli. Un po' di acqua uscì sulle mie nocche.
Artëm mi guardò serio. "Stai parlando di una rusalka(4)."
Mi scrollai le spalle, evitando il suo sguardo. "Non se l'aspettava. Non credeva neanche per un momento che sua figlia sarebbe entrata nel lago con lei. Quando nacqui nuotai felice come una piccola tartaruga, e respiravo l'acqua, e come per istinto chiamavo a me quanti vagavano con le mie piccole dita impudenti. Ma lei non voleva che io fossi così. Non voleva essere così neanche lei - sopprimeva ferocemente l'istinto, come una pietra che schiaccia il cranio di un uccellino. Mi portò in città e lavorava nelle lavanderie, le sue mani immerse ogni giorno nell'acqua saponata, così che io avrei avuto altro nella vita che un lago isolato da tutto e degli scheletri." Tirai i fili del materasso, mi rifiutai di guardare Artëm, di vedere il suo scompiglio. "Ma dovevamo essere sempre umide, sai com'è. È duro in città, è così facile seccarsi. Soprattutto di notte, quando il vento freddo ti congela la testa, attraverso i buchi nelle pareti. E anche d'estate, quando il cuscino assorbe tutta l'acqua."
Artëm mi guardò con i suoi pallidi occhi verdi, il colore del lichene su nelle montagne, ma io non riuscivo a tenere lo sguardo. Si grattò la testa e rise un po'. Io no, non risi.
"Mia madre è morta quando ero molto piccola. Ci ho pensato su tante volte da allora. Credo che dopo un po' fosse così stanca, ma così terribilmente stanca, e che una persona, persino una rusalka, si può svegliare soltanto un certo numero di volte prima di voler solo dormire, dormire un pochino di più, prima di essere così stanca che un giorno si dimentica di svegliarsi e si seccano i suoi capelli. E la sua bambina la ritrova con i capelli castani invece che neri, e non c'è acqua che la svegli più."
Le mie mani erano pallide, tremanti come erba secca. Cercai di ritirarmi da lui e di rannicchiarmi con le ginocchia al petto - ma certo che non mi credeva, come avrei potuto pensare una cosa simile? Ma Artëm mi prese in braccio e mi calmò e mi accarezzò la testa e mi disse di stare tranquilla, certo che si sarebbe ricordato di svegliarmi, il suo povero amore, che mi avrebbe bagnato i capelli se lo desideravo, che non era un problema, tranquilla, stai tranquilla.
"Chiamami rybka, quando mi svegli," gli sussurrai.
"Non sei una rusalka, Ksenija Efremovna."
"Fa lo stesso."
La brina sulle finestre era spessa come una pelliccia quando mi baciò per svegliarmi nel buio pesante di ore, una bacinella fumante tra le mani.

III: Sulla riva, innamorati
Ci sono volute diciassette notti, con Artëm munito di bollitore e bacinella, costante come una suora in preghiera davanti alle sue pallide candele, prima che cominciassi a dormire serena tra le sue braccia, in un sonno più profondo delle onde.
Alla diciottesima notte il mio respiro era veloce come una mosca di primavera sulla sua guancia, e mi cercò come fanno gli uomini - mi cercò e io c'ero, i capelli neri, bagnati, incollati ai miei seni, gocce d'acqua che scorrevano sul mio ventre. Io sorrisi nel buio, e la sua faccia sopra la mia era così dolce, dolce e morbida e bisognosa. Lui chiuse gli occhi - vidi alle loro estremità delle piccole rughe che un giorno sarebbero state le sue rughe da nonno. Quando finimmo di baciarci stava tremando, le sue labbra tremavano come se avesse appena toccato una Madonna di ghiaccio. Credo che di tutte le cose di cui mi ricordo di Artëm, sia quel piccolo, leggero tremolio che mi ricordo meglio, e più spesso di altre cose.
Io ero vergine. Sotto le ombre di Sant'Isacco e sotto una luce gettata dalla luna a sprazzi come mirtilli sull'erba, mi muovevo sopra di lui con più coraggio di quanto non provavo - ma qualcuno di noi doveva essere coraggioso. Lui mi guidò, ma le sue azioni erano piccole e spaventate, come se, dopo tutto questo tempo, non potesse comprendere o credere del tutto in ciò che stava succedendo. Mi sentivo una porta vecchia, bloccata nella mia struttura, che qualche spalla forte ed abbronzata abbatteva, sbattendosi contro il legno polveroso. Faceva male, l'allargamento delle mie ossa, il riordinarsi del mio corpo, anatomie in salita e in discesa, scivolando via da un lato e riunendosi in qualcosa di nuovo. Certo che faceva male. Ma non c'era sangue e baciai le sue sopracciglia invece di piangere. I miei capelli cadevano a drappo intorno alla sua faccia come tende inzuppate dopo un temporale, buttando ombre lunghe sui suoi zigomi.
"Ksjusa," mi disse, tenero e dolce, senza traccia di ironia, "Ksjusa, non mi dimenticherò mai come la luce sta sul tuo ventre in questo momento, la luce filtrata dai tuoi capelli e le finestre gelate. Sembra acqua, come se tu fossi un piccolo torrente in cui sempre cado, sempre cado."
Il mio petto fu tagliato a quarti dalle sbarre della finestra. Inarcò la sua schiena. Strinsi la sua vita tra le mie cosce. Queste cose non hanno importanza - alla fine nessun atto d'amore è molto diverso dagli altri. La cosa importante è questa: io non sapevo. Mi chinai sopra di lui, volevo baciarlo - e non sapevo che cosa sarebbe successo, giuro che non lo sapevo.
Il lago è uscito da me, vibrando, schizzando - la mia bocca si è aperta come una chiusa, e un'inondazione è uscita urlando da me, più acqua di quanto avessi mai visto, intrecciata con alghe, e scheletri di pesci e sassolini come gioielli di sabbia.
Sapeva di sangue.
Annaspavo, il mio corpo si irrigidì, con spasmi violenti di estasi, e l'acqua uscì ancora di più, fiondando dalle mie labbra, i miei capelli, le punta delle mie dita, i miei occhi, i miei occhi piansero un'alluvione sul corpo piccolo e magro di Artëm. Le finestre fermarono i getti e le gocce lì si gelarono in nodi duri di ghiaccio. Gridai ma uscì dalla mia gola soltanto altra acqua, ancora e ancora e ancora.
Le sue gambe si mossero a scatti, e io mi aggrappai a lui, cercando di liberare la sua bocca dall'acqua e dalle alghe verdi, ma già il suo corpo si contorceva sotto di me, sputava e annaspava, cercandomi nel lago sempre più profondo che era il nostro letto, le bolle d'aria che scoppiavano nel blu - il letto era una bacinella e l'acqua fumava di vapore e io gli bagnai i capelli, ma non volevo, non riuscivo a chiudere la mia bocca contro la forza del lago, non riuscivo a fermarlo, non riuscivo a spostarmi da lui e l'acqua ancora veniva, e veniva, e le sue ossa sotto di me si contorcevano nel fango, vidi il bianco dei suoi occhi, e Artëm mi dispiace, non lo sapevo, mia madre non me l'ha detto, mi ha detto soltanto di vivere meglio che potevo, non me l'ha detto che il lago lo trasciniamo con noi, un'ombra che annega, colorata di verde.
Vorrei ricordare che mi chiamò, che urlò che credeva che io lo potessi salvare. E se ci provo davvero, quasi quasi ci riesco, e c'è la sua voce nel mio orecchio come un'eco:
"Ksjusa!"
Ma non credo che lo fece. Credo che abbia gorgogliato e annaspato e tossito e sia morto. Credo che le alghe strangolanti siano passate sopra i suoi denti.
Non cercò di spingermi via, non cercò di tirarsi su. La sua faccia smise di muoversi. Le sue labbra non tremavano più. La sua pelle era pallida e viola. L'acqua fece delle piccole onde sulla sua barbetta magra mentre spariva lentamente, lentamente come il disgelo di primavera, dentro il materasso. C'era soltanto il mormorio della neve sul vetro.

IV: Guscio nella Chiocciola
Rybka, ti devi svegliare.
Si strofina gli occhi con i suoi ditini rosei e si gira verso la parete, dandomi le spalle.
Rybka, mi dispiace, ti devi svegliare.
Sbadiglia, stiracchia le gambe, e si tira sonnolenta verso l'orlo del letto. La sto aspettando in ginocchio sul pavimento con il nostro bollitore e la nostra bacinella di vetro. Io sono sua madre, io capisco lo scompiglio del risveglio, l'acqua è sempre calda. Guarda in su e attraverso il vetro della finestra fissa le stelle, come sale sulla pelle di un pesce nero, mentre io verso l'acqua chiara e pulita sulla sua testa. Con il pettine bagno ogni ciocca - ha i capelli morbidi, come foglie. Dopo ci sdraiamo insieme nel buio, il mio corpo rannicchiato intorno al suo come il guscio intorno alla sua chiocciola, e i nostri capelli bagnati si intrecciano lentamente. Canto per lei finché non dorme, e la mia voce torna in eco dalle pareti e dalle finestre, rivestite di brina, suonate dal grattare dei rami spogli:

Baju-bajuski-baju
Ne lozisja na kraju.
Pridët seren'kij volcok,
I ukusit za bocok


I suoi capelli sono di un marrone giallastro sotto l'umido, ma abbastanza bagnati da sembrare sempre neri come i miei. I suoi occhi sono così verdi che a volte fa male guardarli, come quando si guarda il sole. Nuota bene per la sua età, e chiede sempre di andare a fare le vacanze in montagna. È ancora troppo piccola per bere il caffè, ma quando vede che sono distratta ruba dei sorsi - dice che il caffè sa di terra bagnata.
Abbiamo i soldi per il caffè e per i bollitori, e polli dalla pelle arrostita, che ancora sfrigola. Dalle nostre finestra vediamo un pezzettino della Neva, scintillante e argentata, e le luci dorate del Ponte Liteyny. Una donna che sa sistemare un osso rotto non soffre mai la fame. Mi lavo le mani più che chiunque altro nel mio reparto - dodici volte al giorno spingo le mie mani sotto l'acqua e respiro il mio sollievo.
Prima di saper leggere, sapeva fare le trecce strettissime. Gliel'ho insegnato io.
Di mattina la chiamerò Sofija e le metterò davanti una piccola tazzina rossa dove dei mirtilli galleggeranno nella panna, e lei mi dirà che dopo il momento del bollitore ha sognato di nuovo quell'uomo dalla barbetta piccola e il naso grosso che si siede accanto a un lago e divide con lei il suo pranzo. Ha delle foglie di larice nel grembo, mi racconterà, e le dice che è bella, e poi anche lui la chiama rybka. La sua barba le fa il solletico alla guancia quando l'abbraccia. Io sottrarrò il mio caffè dalle sue dita ladre e le sorriderò meglio che posso. Mangerà lentamente i suoi mirtilli, gustandoli, togliendo la pellicina viola con la lingua prima di masticare la polpa verdina. Io riempirò la vasca per noi.
Ma ora, sotto le stelle che punzecchiano la finestra brinata come fossero tanti aghi, la stringo a me, le sue ciglia umide incollate l'uno all'altro, il suo respiro piccolo, veloce e regolare. Decido che la porterò in montagna. Decido che non lo farò.
Rybka, povero amore mio, mi dispiace, torna a dormire.
Attorciglio i suoi capelli intorno alle mie dita; goccine come lacrime ne escono e cadono sulle mie nocche.
Siamo contente per quanto è possibile, contente quanto ci permettono di essere l'inverno con il ghiaccio sulla scala e sui nostri cappotti, sempre bisognosi di qualche rattoppo, e i nostri capelli che si gelano sulle spalle, e il ricordo di palpebre ferme e immobili laggiù, laggiù, sotto l'acqua.
Non sono ancora stanca.



(1) Rybka: pesciolino
(2) ninna, bimbo, nanna
     sul bordo non dormir
     o il lupo grigio verrà
     e il fianco ti morderà
(3) Ksjusa: vezzeggiativo di Ksenija
(4) Rusalka: sirena




Testo segnalato da: Buràn
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