Ritorno a Sion
di Tamar Yellin, Inghilterra
(traduzione di Ilaria Ciccone)



Mio padre, Odisseo, aveva brama di viaggiare, ma, dopo il matrimonio, mia madre Penelope insisteva che doveva sistemarsi. Da molti anni costruiva salotti in una fabbrica d'arredi, ma non aveva mai perso di vista i suoi reali desideri. Ogni sera spiegava le cartine geografiche progettando un viaggio straordinario: attraverso la Manica, per le pianure francesi, su per le montagne; giù per la costa dalmata, al di là dei campi di battaglia greci fino al porto di Atene; per l'Egeo fino al Vicino Oriente e alla Terra Promessa. Perché mio padre, Odisseo - e molti riconoscono che questo è un nome strano per un ebreo - aveva sognato tutta la vita di ritornare a Sion, anche se ciò che avrebbe fatto una volta arrivato lì rimaneva un mistero.

Sovente prometteva che io, suo figlio Telemaco, non sarei rimasto a casa. Esuli nel capanno degli attrezzi in uno spazio angusto e nell'olezzo del concime puntavamo le torce sull'itinerario designato, e non era importante se io non ero abbastanza grande da condividere i suoi viaggi. Il pavimento era un ammasso di mappe calpestate, le pareti una rotta di viaggio; ai piedi della finestra, dai gerani appassiti, giacevano grandi atlanti coperti di ragnatele. Dopo aver tracciato gli itinerari che ci sembravano i più diretti o i più battuti, facevamo a gara nel progettarne uno più lungo e più bizzarro: attraverso la Cina e il Polo Nord, le Indie Occidentali e il Rio delle Amazzoni; attraverso l'Himalaya e la cima dell'Everest, per le dune del Kalahari con un corteo di gechi al seguito. Viaggiavamo in treno, in roulotte, in groppa a un cammello e in macchina; su navi, su chiatte, su transatlantici e su giunche. Segnavamo sulla mappa il corso dello zatteriere per le rapide e della mongolfiera e, attraversavamo l'America con un Beechcraft(1) atterrando su una serie di piccole piste.

Le miglia che percorrevamo ci rendevano più abili. Eravamo diventati esperti in sopravvivenza, e conoscevamo bene ogni terra: studiavamo i rituali delle tribù e le usanze degli indigeni. Non saremmo mai stati alla mercé delle navi o del tempo, di strade sconosciute o di mappe sbagliate; di guide truffaldine o del lupo in agguato nel cuore delle foreste europee.

Così ci smarrimmo nel labirinto dei preparativi, in operazioni senza fine in cui ogni minimo dettaglio, dagli orari ferroviari alle previsioni del tempo, dai giorni festivi ai venti stagionali, era importantissimo, da imparare a memoria, notte dopo notte, i saluti convenzionali di popoli diversi, le precauzioni alimentari, la presenza dei serpenti. Sembrava che, semmai fossimo partiti, ci saremmo dovuti portare sulle spalle non solo una farmacia ma anche una biblioteca; questo era il motivo per cui mio padre insisteva nel redigere un compendio di tutte le indicazioni necessarie per mettere in atto il nostro viaggio.

Era possibile prevedere ogni cosa? Passavano gli anni: gli orari cambiavano, i traghetti venivano cancellati, cadevano i governi, anche il tempo subiva variazioni. Comparivano isole e scomparivano fiumi. Il nostro compendio era francamente un lavoro senza speranza, un'inutile scusa per guadagnare tempo.

Di tanto in tanto nelle sere estive sedevamo sui gradini nel retro della casa, Itaca, dove vivevamo; mio padre lanciava esche insetticide per le lumache in giardino e mi narrava la storia delle dieci tribù scomparse. Di Eldad il Danite(2) della terra di Cush nell'Africa orientale, e di Montezinus, che scoprì gli Indiani del nord America che parlavano l'ebraico; dei piccoli ebrei rossi al di là del fiume Sambatyon, e degli ebrei neri d'Abissinia: tutti israeliti scomparsi che sarebbero tornati a casa solo alla fine del mondo. Sotto un cielo di stelle luminose guardavo le lumache avanzare lentamente su per i muri della casa e ascoltavo la voce di mio padre, quella voce lenta che, ora me ne rendo conto, era oppressa da una grande malinconia.

Quando sopraggiungeva l'autunno indugiavamo accanto al grande fuoco di foglie che preparavamo in giardino e mio padre parlava della Terra Promessa. Di fiumi di latte che scorrevano e di rocce spaccate a metà colme di miele. Di alberi di fico e d'aranci, di vigneti e di boschetti d'olivo, della prima pioggia e dell'ultima pioggia e della moltitudine di fiori che spuntavano ogni anno nel deserto. Della risplendente Gerusalemme e del Tempio ricoperto d'oro battuto.

"Sia resa gloria a Salomone", diceva mio padre, arricciando le rughe intorno agli occhi; e ci rimettevamo ad aggiornare il diario di bordo e a tagliare a fette lo strano formaggio a forma di cervello che mio padre chiamava Testa Macedone.

Nel frattempo mia madre Penelope sedeva in cucina e discuteva di unguenti con il signor Larry Cohen della Farmacia Afrodite. Con la valigia di campioni al suo fianco, le applicava diverse creme sulle mani e gliele massaggiava; dalla finestra della cucina si sarebbe potuto pensare che si stavano scambiando una promessa di matrimonio, ma i frammenti della conversazione erano alquanto innocenti: "Ora questa è una leggera, molto leggera…" "Ha un profumo di magnolia…" "In verità è a base di essenza di rose…" Mio padre entrava, le mani fetide di sostanze tossiche e, nei capelli, moscerini, e il signor Cohen, informandosi del suo dolore alla schiena, gli consigliava gli oli essenziali da massaggio più recenti. Poi se ne andava, e solo in sua assenza mia madre dava voce ai suoi molti malcontenti, perché niente le ricordava le manchevolezze di mio padre quanto l'ossequiosa presenza del signor Cohen.

O quanto la generosità di suo fratello, il signor Cyril Cohen dell'Agenzia di Viaggi Mercurio, che regolarmente le faceva visita con i suoi depliant. Il suo obiettivo era di attrarre mia madre con un viaggio alle isole Bahamas e nelle città europee e, lo confesso, quelle immagini piene di luce catturavano anche la mia fantasia. Mio padre ritornava esausto dalla fabbrica, e il signor Cohen gli parlava delle ultime proposte di viaggio in Terra Santa. "Nessun viaggio organizzato", replicava mio padre, stancamente, e il signor Cohen: "Ma ciò di cui ha bisogno, signor Waxman, è una vacanza. Dopo tutto…" e a questo punto faceva l'occhiolino a mia madre "anche la signora Waxman ne ha bisogno."

Mio padre non voleva niente di tutto ciò. Il posto più lontano dove era andato in compagnia di mia madre era la spiaggia, dove sedeva sulla sabbia con scarpe e calzini e leggeva il giornale. Non avrebbe mai fatto una crociera, o un viaggio in pullman, o volato con un jumbo in una capitale straniera.

"Lo capirai", mi diceva; "quando sarà il momento", mentre studiavamo gli atlanti nel soffocante capanno, e sgranocchiavamo caramelle ripiene di noccioline. Aggiornava il nostro diario di bordo e la sua scrittura assomigliava al viaggio di un ragno distratto; e io non avevo mai sospettato della grande futilità dei nostri progetti. Nel frattempo mia madre andava qua e là con i suoi numerosi corteggiatori, ma mai cercò di spezzare il legame che la univa a lui.

Sera dopo sera ci sforzavamo di tracciare il viaggio definitivo. Fissavamo scadenze e le cancellavamo, le rifissavamo e le cancellavamo di nuovo: il nostro calendario era un groviglio di giorni segnati con croci. Passavamo tutto l'inverno in letargo nel capanno scricchiolante; e quando entrava la pioggia rattoppavamo il tetto con la plastica. In estate i muri si deformavano e la porta si curvava. Andavamo avanti con difficoltà, mentre il nostro progetto di viaggio crollava intorno a noi.
Talvolta, quando mio padre si chinava ad indicare qualcosa, mi rendevo conto di quanto le sue mani stavano invecchiando, la pelle era nodosa per le vene varicose; e quanto il suo alito, ogni volta che aveva fame, fosse maleodorante come l'alito di un vecchio. Smarriva continuamente gli occhiali sotto il cumulo delle mappe, innumerevoli volte venivano spazzati insieme al pavimento. Aggiustava la montatura con il nastro adesivo, ma non riusciva a vedere: accusava intere città di scomparire, smarriva la strada nella visione confusa di itinerari diversi. Quanto a me, spesso sentivo il peso di una noia gigantesca. Qualche volta mio padre, con un'espressione malinconica, usciva di casa dalla porta della cucina, ma io non lo seguivo; e quando veniva a cercarmi, al mattino presto, fingevo di dormire.

Stava diventando vecchio; le sue mani erano tremolanti; si trascinava a fatica in giardino in pantofole e con una canottiera logora. Alla fabbrica d'arredi sgomberò il tavolo da lavoro e l'armadietto che aveva da trent'anni e tornò a casa con un orologio in tasca, che non mise mai al braccio perché aveva paura del passare del tempo. Mangiava frittelle in cucina e leggeva giornali; parlava di costruire uno yacht, di imparare a volare. Tenne L'Arte delle Navi accanto al suo letto tutta l'estate, e dimenticava sempre di rinnovare il prestito bibliotecario dei libri sulla navigazione. Trascorreva interi giorni nella serra e la serra fioriva di cardi. Le digitali(3) invadevano il giardino come un grande mare. Il legno della fabbrica, le vele di tela, i chiodi e i recipienti pieni di catrame erano dappertutto; martelli, seghe, e la pialla dall'impugnatura scintillante.

Fu un'estate di tempeste, e spesso mentre guardavo la pioggia, mi domandavo se lui, come Noè, fosse a conoscenza di qualcosa che noi ignoravamo. Ma dopo, il cielo si schiariva ed era di nuovo ricoperto di stelle.
Camminavo nella notte acquietata e sfiancata, calda ed umida dopo la tempesta, e fermandomi sui gradini nel retro guardavo le luccicanti lumache, ora a dozzine, ora a centinaia, che strisciavano su per i muri sgretolati della nostra casa.

Mia madre sedeva in cucina con il dottor Arnold Cohen, fratello dei fratelli Cohen: nutriva simpatia per i professionisti. Gli aveva raccontato dei lancinanti mal di testa di mio padre e della sua vista annebbiata. Il dottor Cohen esaminò mio padre attraverso la finestra della cucina mentre lei ne descriveva i vuoti di memoria, il disorientamento e le crisi notturne. Il dottor Cohen disse che si trattava di una diagnosi difficile, che mio padre soffriva evidentemente per qualcosa di funesto che si trovava nella sua testa, sì, per una strana cosa nel cervello. Il vento mutò direzione e il tempo cambiò. I cardi fiorirono e la lanugine volò via.

Fu l'estate della barca di mio padre, di quella strana, inadeguata barca senza prua che prendeva forma sul nostro prato. Una nave in un mare d'erba che non sarebbe mai andata in nessun luogo. Mi chiedeva di aiutarlo, con un sorriso cattivo, sapendo che ero spaventato, perché senza il mio aiuto la nave veniva su male, aveva delle falle e, siccome si era ispirato a una dozzina di differenti disegni, aveva la forma di una stella. Un giorno aveva costruito un ponte e il giorno dopo lo aveva smantellato; aveva cominciato dalla prua ed era stato distratto dalla poppa. Seduto sui gradini nel retro con il tremendo mal di testa fumava sigarette contemplando la barca.

Fu l'estate della barca di mio padre, della cosa strana che cresceva nel suo cervello, delle tempeste e del caldo e di notti che brulicavano di ardenti stelle. Io preparavo bevande per la fiumana di corteggiatori che sedevano al tavolo di mia madre e le tenevano la mano, le tenevano la mano durante la notte mentre aspettavamo mio padre. Osservavamo la luce che si muoveva nell'oscurità del giardino: l'incandescente punta della sigaretta che si muoveva tra i cardi. Sentivamo lo stridore meccanico della sega, i colpi del martello; i vicini bussavano alla porta e protestavano. Appena spuntava il giorno si recava nei negozi là intorno e smarriva la strada. Gettava gli scontrini e i soldi nel bidone della spazzatura.
In tasca portava l'orologio regalatogli per il pensionamento che gli diceva quanto fosse tardi; una notte deve aver ceduto alla tentazione e deve averlo guardato. Fuori, nel buio, lo udimmo maledire la propria incapacità. Scagliò il martello contro la serra. Aggredì il capanno degli attrezzi con il piccone e la sega. Al mattino presto fece un enorme falò del capanno e di tutto il suo contenuto, e in cima vi gettò lo scheletro della barca.

Poi alla fine il letto lo accolse e mio padre si addormentò.

Per sette notti e sette giorni rimasi seduto sulla sponda del letto ad ascoltare il suo lento respiro. Gli leggevo storie: del rabbino Aaron Valevi(4), che si era messo alla ricerca delle dieci tribù scomparse attraverso un mare di fuoco e di fumo, e di Baal Shem Tov(5), indotto con l'inganno a seguire un itinerario più rapido per Gerusalemme attraverso le sabbie mobili. Sommessamente, in modo che nessuno ascoltasse, gli cantavo la canzone degli esuli babilonesi:

Quando il Signore ci ha ricondotti a Sion
ci sembrava di sognare
Poi le nostre bocche si riempirono di sorrisi
Le nostre lingue di canti gioiosi
Poi si diceva fra i popoli:
Il Signore ha fatto grandi cose per loro
Il Signore ha fatto grandi cose per noi
Eravamo felici

Il letto di mio padre era una barca su cui lui stava veleggiando via, salpando via; mi domandavo perché lo avevo lasciato solo in quel viaggio. Volevo dirgli che, ora, sarei andato con lui. Ma i suoi occhi erano chiusi, non sentiva nulla; stava veleggiando via, era un viaggio tranquillo. Fermo a poppa non salutava nemmeno. Gettava le sue cose in mare dietro di lui: un tornio, un'ascia, una sega a mano; un libro, una tazza, un paio di scarpe.

Riportaci indietro oh Signore
Come i ruscelli nel Negev(6)

Giù in cucina mia madre, seduta con i tre Cohen, parlava delle stravaganze di mio padre. Tutti e tre i Cohen scuotevano sconcertati la testa.

"È il sangue che preme sul cervello", sentenziava il dottor Arnold.

"Si è trascurato troppo", pensava il signor Larry.

"Ma perché, per amore di Dio, non ha preso un aereo?", si chiedeva Cyril.

Mia madre con la faccia da santa addolorata mi prese la mano e bisbigliò: "Quando sarà tutto finito, andremo via insieme".

Pigramente sfogliai il mucchio di depliant colorati con cui lei aveva provato a distrarsi. America, Australia, Africa, Asia, Europa, Estremo Oriente… li gettai via uno dopo l'altro. Nessuno di essi suscitava in me il minimo entusiasmo, e all'improvviso mi colse il panico al pensiero di un mondo che si era così rimpicciolito da non offrire più alcun luogo dove fuggire, alcun luogo da scoprire.

Mia madre Penelope beveva vino con i suoi corteggiatori.
Questa è una storia vera.



[il brano è pubblicato per gentile concessione della Marotta & Cafiero Editori (http://www.marottacafiero.it/), che inserirà il racconto in un'antologia di prossima pubblicazione dal titolo Migramondo]



(1) Il Beechcraft è un aereo di addestramento statunitense impiegato fino ad oggi. (N.d.T.)
(2) Si tratta di personaggi che appartengono alla storia delle dieci tribù scomparse in seguito alla distruzione del regno di Israele da parte degli Assiri nel 734 a.C. (N.d.T.)
(3) La digitale è una pianta erbacea con fiori grandi e penduli simili a una campanula, riuniti in lunghe e fitte infiorescenze, spesso usata in farmacologia. (N.d.T.)
(4) Aaron Halevi, nato a Gerona in Spagna nel 1235, fu un rabbino medievale (N.d.T.)
(5) Baal Shem Tov, il cui vero nome è Israel ben Elezier, fu un mistico e guaritore ebreo del XVIII secolo (N.d.T.)
(6) Il Negev è il deserto che fa parte dello stato d'Israele (N.d.T.)


Testo segnalato da: Buràn
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