Il ratto sul muro
di Stephen McRandall, Irlanda
(traduzione di Jane Bowie)
1967. Manus aveva undici anni. Stava seduto, silenzioso, sui gradini più bassi della scala. Con le nocche racchiuse sotto il mento, stava incastrato perfettamente dentro un raggio di sole che attraversava la finestra dai vetri colorati sopra la pesante porta di legno, e penetrava l'entrata buia. Nei quattro anni da quando era morto suo papà, la casa nascondeva sempre un'aria crudele, pesante. I momenti sicuri, quelli che portavano un po' di calore, un po' di luce, erano fragili, dal passaggio veloce.
Le bambine erano già uscite per andare a scuola, e la casa era vuota, tranne che per la presenza di Manus e sua madre. Lei stava approfittando dell'attimo di riposo prima di iniziare la sua solita giornata di duro lavoro. In quel momento Manus sperava con tutte le sue forze di riuscire a non farsi mandare a scuola.
C'era stato un periodo in cui un insegnante aveva deciso che era suo compito raddrizzare i difetti del carattere di Manus. Aveva cominciato a dare regolarmente calci e pugni al bambino con tutta la forza dei suoi muscoli da adulto. Manus aveva dovuto andare al Pronto Soccorso e sua madre, mortificata all'idea che i medici potessero pensare che era stata lei a usare violenza contro suo figlio, si era lamentata con i frati che gestivano la scuola.
Loro avevano risposto che l'insegnante in questione era vecchio, che presto sarebbe andato in pensione, e che insistere con la protesta sarebbe stato una pugnalata alla schiena dell'educazione cattolica. Qualcosa che nessun bravo cattolico avrebbe mai fatto.
Manus era sopravvissuto al maestro, ma odiava la scuola.
Come supplica, finse una tosse gracchiante, che però ebbe come risposta da sua madre soltanto un esasperato, esausto: "Se mi devo alzare dal letto per farti andare a scuola, ti spezzo tutte e due le gambe."
Manus si trascinò con passo lento e pesante lungo Blackwood Street, graffiando di proposito la punta delle sue scarpe, che erano costate così tanta fatica e lavoro a sua madre. I suoi sforzi per non andare a scuola erano stati inutili, e adesso era in ritardo. Avrebbe subito di nuovo la punizione che spettava ai ritardatari, ma in fondo la situazione aveva il suo lato positivo. Le strade erano sgombre, gli scolari e i lavoratori erano già arrivati alle loro destinazioni e alle loro fatiche, e a parte due donne al piano inferiore, il pullman a due piani era vuoto. Manus aveva il piano superiore tutto per lui.
Come suo diritto, prese il posto davanti da dove poteva dominare con lo sguardo tutte le stradine, i negozi, la gente per la strada. Il pullman proseguì la sua lenta corsa per Ormeau Road, dove la puzza della centrale del gas si insinuava attraverso i finestrini del pullman; poi attraversò la zona del mercato fino a Cromack Square, dove rallentò per girare a sinistra in May Street.
Proprio sull'angolo di May Street, dove il pullman era più lento, Manus saltò giù in strada. Passò davanti al tribunale e girò in Town Hall Street fino alle carceri, prima di girare di nuovo a sinistra per trovarsi davanti ai muri alti della caserma della polizia. I cancelli enormi erano aperti quella mattina, e permettevano a Manus di sentirsi colpito dall'enorme cortile a ciottoli.
Il vicolo che serviva anche come entrata posteriore alla sua scuola elementare era limitato da un lato dal muro della caserma, e dall'altro da un magazzino di frutta fresca e da un mulino. Dentro il mulino, una macchina senza custode, che serviva per caricare i sacchi di farina sui camion, girava ancora. Gli operai erano tutti in pausa, e a parte il ticchettio della macchina solitaria, c'era un silenzio insolito. Normalmente il vicolo brulicava di bambini che urlavano e giocavano a hurling, a calcio gaelico o a pallamano, ma quella mattina era deserto.
Manus pensò che fosse arrivata la fine del mondo, e che non rimaneva nessuno a parte lui. Il rumore solitario delle sue scarpe sul fondo di cemento del vicolo gli tornava addosso come una minaccia.
Era tentato di scappare, sopraffatto da un panico cieco, infantile, ma poi lo vide sul muro; il ratto, come l'ottava meraviglia uscita da un fumetto Marvel per bambini, sfidava la forza di gravità e si aggrappava a un metro da terra all'angolo del muro della caserma. Mai in vita sua Manus aveva visto un ratto così da vicino. Era coperto da una peluria marrone, gli occhi come palline brillanti, e il corpo parallelo ai mattoni.
Bambino e ratto si osservarono per un breve istante prima di correre in direzioni opposte. Il ratto tornò dentro il mulino, e Manus salì la larga scala in ferro battuto che portava dal cortile al piano superiore della vecchia scuola di pietra. Era strano come edificio. Massi di granito grossi e grezzi formavano il piano superiore e facevano da tettoia a una parte del cortile della scuola. Il cortile era chiuso, come nelle vecchie case fortificate. Costruita accanto al fiume nel diciottesimo secolo, ora la Scuola dei Frati era circondata da edifici protestanti fatti con più soldi, ed era considerata uno scempio cattolico.
Manus cercava di sedersi invisibile sulla lunga panca di legno in fondo all'aula, ma la tozza figura del frate vestita di nero lo chiamò. Il frate si abbassò davanti al camino per piegare la sua cintura di cuoio sopra il fuoco a carbone, che bruciava nel centro della stanza divisa in sezioni. Manus rimase in piedi, senza aria di sfida ma con la rassegnazione annoiata di chi sta davanti all'inevitabile. "Ho perso il pullman" provò a dire, ma la scusa gli sembrò così patetica che aggiunse: "E poi mi sono fermato a guardare un ratto sul muro nel vicolo."
"Non ci sono ratti nelle vicinanze di questa scuola," affermò secco il frate.
Gli altri scolari guardavano divertiti il bambino e il frate, e forse fu per questo motivo che Manus decise di porre la domanda, "Ma se non ci sono ratti nella scuola, come mai lei ha messo del veleno per topi negli armadi giù di sotto?"
Questo piacque parecchio al suo pubblico, ma meno al frate.
"Non ci sono ratti nelle vicinanze di questa scuola," ripeté, e ordinò a Manus di stendere le mani davanti a sé per farsi punire per il ritardo. Picchiò con una violenza insolita, così da lasciare un gonfiore rosso a ogni colpo.
Dopo tre colpi su ciascuna mano, Manus credette che fosse finita. Incrociò le braccia per poter infilare le mani ferite sotto le ascelle, e cominciò a girarsi per tornare al suo posto, ma il frate gli diede uno schiaffo leggero in faccia, e con un sorriso sadico gli ordinò di stendere di nuovo le mani. Questa volta sarebbe stato punito per le bugie sui ratti.
Frate Andia non era di Belfast, ma di uno dei ventisei paesi dell'ex Impero Britannico. I suoi anni di servizio come preside di una scuola sotto pressione in uno Stato settario gli avevano insegnato l'assoluta necessità dell'ubbidienza cieca, ed era questo il messaggio che stava cercando di impartire con ogni colpo di cintura. La scuola cattolica dei frati di Oxford Street era una buona scuola, pulita, senza macchia, senza problemi, e senza ratti.
Il frate continuò a colpire il bambino. Il bambino piangeva. La sua mancanza di furbizia, oppure la sua testardaggine ottusa e naïf lo portavano ad insistere, ad insistere per la sua versione dei fatti.
C'era un ratto sul muro.
Testo segnalato da: Buràn
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