Notte di mezz'estate
di Juhan Jaik, Estonia
(traduzione di Rita Balestra)
Un altro solstizio d'estate era arrivato. C'erano sempre grandi festeggiamenti, a Võrumaa. Quando il sole man mano calava e i boschetti - lontani e vicini - si scioglievano in un tenue color bluastro; quando la bruma si alzava dai laghi, avvolgendoli teneramente nel grigio della notte. E allora il cielo cambiava. Diventava di un rosa denso, mentre a ovest gridava ancora di rosso. L'incandescenza notturna del cielo di ponente rischiarava i pinnacoli e la facciata della chiesa di Rõuge, mentre a Tõrvapalu le cime degli abeti scintillavano, come se le foglie acuminate avessero graffiato, fino a farli sanguinare, gli stormi di cornacchie che volteggiano in alto, e ora quelle gocce di sangue brillavano sui rami come perle delicate. Anche le colline alte come imponenti piramidi, con le cime e le chiazze di foresta sovrastanti tutto il resto, rilucevano misteriosamente al tramonto. Era come se un pennello distratto avesse tracciato, colpendolo con forza, una grossa chiazza rossa su un tronco di betulla bianca, data come in preda a furore e agitazione, tanto da schizzare di vernice le foglie di betulla e gli aghi di pino.
Poi l'oscurità si faceva spessa. Fuochi apparivano sulle cime delle colline. Migliaia di fuochi, in lontananza e in prossimità, alti sulle foreste e quasi a toccare le nuvole, finché non si vedeva più la collina su cui bruciava il falò. Le luci brillavano a lungo, l'intera Võrumaa restava accesa tutta la notte, perché c'erano più falò che stelle in cielo; brillavano enigmaticamente, come creature viventi che si strizzano l'occhio a vicenda in segno di amichevole riconoscimento.
Ma il falò di Munamägi era sempre il più grande di tutti, perché doveva essere visibile in tutta l'Estonia. Si accatastava un gigantesco cumulo di legname e quando le fiamme lo divoravano, il bagliore si rifletteva magnificamente nel vasto lago Peipsi, più luminoso dell'alba rossa che emerge dalle rive orientali. Il grande Peipsi era così limpido che la gente attorno ai falò poteva facilmente vedere i pesci sul fondo del lago agitarsi disorientati per lo spettacolo notturno. Potevano vedere anche immense colonne di fumo e fiamme fuoriuscire dal cratere Kaali sul Saaremaa e salire fino al firmamento, e le barche a vela scivolare sul mare blu come insetti infaticabili.
Le feste al falò di Munamägi erano gioiose. La gente si accalcava, provenendo da ogni dove. Era festosa il più possibile e quando un nuovo giorno albeggiava, tutte le strade brulicavano di gente che lasciava il falò.
Poche settimane prima del solstizio d'estate, un contadino di nome Tabi trovò un Diavolo in cattive condizioni nella foresta. La bestia era debole, viva per miracolo, forse lasciata indietro a morire dai suoi compagni. All'inizio Tabi fissò spaventato la creatura pelosa, ma quando vide la sua miseria e notò lacrime di amarezza nei suoi occhi, così simili a quelle di un qualunque uomo, il cuore del contadino si intenerì. Prese un cavallo e portò il Diavolo a casa sua.
Non osò invitare la creatura dentro casa. Trascinò un mucchio di avena tagliata di fresco nel fienile, cosicché il visitatore potesse stendersi su qualcosa di morbido, e poi chiuse la porta a chiave. Tabi gli diede latte da bere e patate da mangiare e dopo appena qualche giorno, il Diavolo era di nuovo in piedi. Quando vide Tabi, la moglie e i figli, la faccia gli si illuminò e borbottò qualcosa nella sua lingua diavolesca, muovendo la coda per spiegarsi meglio. Furono giorni meravigliosi, i figli di Tabi giocavano con il Diavolo e gli grattavano la nuca con un bastone, cosa che la creatura sembrava gradire.
Tabi non disse ad anima viva del suo nuovo inquilino, perché la gente non lo avrebbe visto di buon occhio. Ma il Diavolo non si fece gli stessi scrupoli. Ovviamente pensava che tutti fossero gentili come la famiglia di Tabi. I bambini gli insegnarono a cantare, e uno strano suono simile a un ronzio proveniva dal fienile giorno e notte. Aveva una voce spaventosa. Di notte, urlava le canzoni che i bambini cantano di solito quando sorvegliano il bestiame al pascolo. I cani del villaggio avvertivano qualcosa di alieno in quella voce e ululavano di rimando, per tutta la notte. Tabi fece del suo meglio per spiegare al Diavolo di stare in silenzio, ma inutilmente. Il Diavolo avrebbe finito col causare molti problemi a Tabi, così il contadino decise di riportarlo nella foresta.
Non fu facile. Quando Tabi condusse il Diavolo fino al cancello, questi si voltò di colpo, camminò fino al fienile e ricominciò a cantare. Una notte che il Diavolo russava sonoramente, Tabi lo fece rotolare su un carro e si addentrò nel fitto della foresta. Ma al mattino era ritornato.
Tabi non sapeva più cosa fare. Ora tutti nel villaggio sapevano che aveva un Diavolo in casa. La gente veniva per dargli un'occhiata. Passarono alcune settimane, poi le voci giunsero al Pastore del villaggio.
Egli sapeva come affrontare un Diavolo. Dopo tutto, era il solstizio d'estate. Una quantità enorme di legna era pronta sulla collina Munamägi. Questa volta, anche il Pastore voleva partecipare ai festeggiamenti. Una ventina di uomini si presentarono alla fattoria di Tabi, legarono il Diavolo mani e piedi, lo trasportarono a Munamägi e lo posero in cima alla catasta di legno per bruciare lo spirito maligno, una volta per tutte.
Ma non era ancora sera. Tutto il vicinato avrebbe presenziato alla morte del Diavolo. Perciò gli uomini lo lasciarono lì e misero delle sentinelle a guardia della catasta, così che la vittima non potesse scappare.
Una folla enorme si radunò sulla collina. Le cime degli alberi e la boscaglia erano pieni di gente e la voce si sparse. Arrivò il Pastore e fece un lungo discorso sugli spiriti maligni e il regno di Dio. Ma quando vide la luce del primo falò a una certa distanza, finì rapidamente e appiccò il fuoco alla legna.
Calò un silenzio profondo. Non volava una mosca. Uno di quei silenzi che solo al centro del lago Peipsi, solo in mezzo al mar Baltico si possono avvertire, quando i venti si placano nel cielo. Solo il debole sfrigolare delle fiamme crescenti e il crepitio del carbone erano udibili.
L'odore di bruciato raggiunse le narici del Diavolo. Un enorme starnuto provenne dalla pira, come un alce che sbuffa nelle profondità della foresta. Solo allora si rese conto del pericolo e un grido penetrante e straziante risuonò in lungo e in largo.
Chiedeva aiuto urlando e il lamento della creatura sotto tortura arrivò alle orecchie delle persone, alcune delle quali non lo poterono sopportare. Accusarono il prete di essere crudele, non vedendo alcun motivo di bruciare il Diavolo che viveva in pace nella foresta.
Alcuni uomini più audaci già strillavano: "Chi ha abbastanza coraggio da arrampicarsi lassù e salvare il Diavolo? Andiamo!"
"Fate presto o brucerà..."
"Prendete una scala e della corda, sennò non possiamo salire…"
Allora videro Tabi che già scalava la china scivolosa. Raggiunse la cima e sparì tra le fiamme. La gente guardava impaurita. La pira ardente lanciò una spessa pioggia di faville nel cielo. Il fuoco ruggì furiosamente e la colonna di fumo che si levò alta come un abete verso il cielo vibrò, e tutta la sommità della collina fu inghiottita da un denso fumo nero, da cui le feroci fiamme rosse si affacciarono appena per un attimo.
Tabi ebbe fortuna. Uscì subito dal fumo, trascinando con sé il Diavolo con la pelle tutta bruciata. Non c'era più un pelo sul suo corpo, neanche sulla testa attorno alle corna. Tremava morto di paura ed era mezzo asfissiato. Ma appena si fu ripreso un po', si librò improvvisamente verso il cielo, volò verso le fattorie e atterrò nella foresta al di là, da cui poi si udì distintamente un rumore sordo di passi in corsa.
Il gigantesco falò crepitante si stava estinguendo, ce n'erano innumerevoli altri tutt'intorno, come stelle nel firmamento, come lucciole nell'erba. Lontano sul Saaremaa, un'imponente colonna di fuoco si levò al cielo dal cratere Kaali. I festeggiamenti durarono fino al mattino. Solo allora la gente cominciò a tornarsene a casa.
Testo segnalato da: Buràn
Link all'originale:
Qui