La mano di Dio
di Stephen Mugambi, Kenia
(traduzione di Rossella Cirigliano)



"No!" disse Sara, svegliandosi di soprassalto e mettendosi a sedere sul letto, madida di sudore e ansimante. Era disorientata ma sollevata: sapere che l'enorme rettile a forma di serpente non era reale era più che sufficiente a compensare la confusione mentale di piombare da un incubo direttamente nel buio pesto. In fretta ma con cautela cercò a tastoni le coperte di lana che lei e suo marito usavano per tenere lontano il freddo di luglio.

La fortuna fu dalla parte di Sara: Kiambati, suo marito da cinque anni, non si era mosso. Era molto infastidito quando veniva disturbato nel sonno e non aveva reagito con gentilezza al fiume di incubi che ora la tormentavano e che di recente lo avevano svegliato più di sette volte, compromettendo seriamente il matrimonio.

Kiambati aveva rinnovato le sue minacce di divorzio - per difficoltà coniugali.

I pensieri di una vita da divorziata, che l'avrebbe in effetti trasformata in un'emarginata tra la sua stessa gente, turbinavano nella mente di Sara mentre tirava su attentamente le due coperte e, più delicatamente che poteva, le rimetteva sul marito.

Poi trattenne il respiro e, con movimenti lenti, si spostò nella sua metà del letto. Non si coprì subito. Affrontò il freddo tagliente per un po', per dare al marito il tempo di ricadere in un sonno profondo. In tal modo non sarebbe stato più disturbato quando si fosse coperta.

Il suo piano non funzionò; qualcosa nel respiro di Kiambati la turbò: forse non si era addormentato affatto.

"Te lo dico per l'ultima volta" Kiambati ringhiò, mentre si girava per guardarla. Posò la testa sollevata a metà sulle nocche del pugno sinistro, sprofondando pesantemente il gomito nella stuoia di agave.

"Ne ho abbastanza di vivere con una donna posseduta" disse. "Non dividerò il tetto, per non parlare del letto, con una donna per cui i nostri antenati sono chiaramente adirati. Ti do tempo fino alla Luna Nuova per essere sicuri che ti sarai purificata dai demoni, altrimenti ti mando dritta da Muga. O il tuo sangue è di Gesù o di Muga, o tornerai da tua madre e tuo padre".

Era la centesima minaccia di divorzio. A meno che non fosse guarita dagli incubi o non acconsentisse a vedere Muga - il dottore del villaggio e esorcista - Sara sarebbe stata, di lì a due settimane, una divorziata.

Chiedere aiuto a Muga non era un'ipotesi fattibile. Avrebbe preferito il divorzio. Non solo non aveva fiducia nel dottore del villaggio, ma consultare un guaritore tradizionale era contro gli insegnamenti della sua chiesa.
"Mi dispiace di averti disturbato" supplicò. "Per favore, parliamone domattina".

"Non c'è niente di cui parlare" disse Kiambati. "Quello che ho detto è definitivo, finché sono io il capo di questa casa". Si girò e riprese a dormire.

* * *

Sara aveva subito molte minacce di divorzio. Era stata messa sull'avviso per la prima volta appena un anno dopo il matrimonio, dopo che divenne evidente che aveva dei problemi di fertilità: erano passati 12 mesi senza che dalla sua unione con l'Ufficiale di terzo grado della Kings African Riffles derivassero conseguenze evidenti.

Fortunatamente per Sara, il tredicesimo mese il vento cambiò: il Signore le fece finalmente la grazia di rimanere incinta. Il matrimonio era salvo. O no?

I primi tre mesi di gravidanza sottoposero Sara a dure prove, come la nausea costante, che lei affrontò con coraggio e gioia. Dopo il quarto mese le indisposizioni pian piano passarono e la gravidanza proseguì senza ulteriori difficoltà fino al termine.

Sara passò le nove ore di travaglio che precedettero la nascita del suo primo figlio all'ospedale della missione di Meru, ai piedi del Monte Kenya. L'ultima delle nove ore - e praticamente per ogni minuto successivo - fu più dolorosa di quanto si fosse aspettata, ma il parto vero e proprio non presentò alcuna complicazione e alla fine il neonato diede in un sano pianto.

Qualche istante dopo nella mente di Sara iniziarono a suonare dei campanelli d'allarme. Il dottore ci stava mettendo un po' troppo a studiare l'area tra le gambe del neonato. E' sicuramente facilissimo distinguere il sesso di un bimbo appena nato, no? Cosa poteva trattenere l'attenzione del dottore?

"Maschio o femmina?" chiese il dottore, porgendo il bimbo a Sara perché lo esaminasse.

"Maschio" disse subito Sara, ma non senza qualche difficoltà. Non si era rimessa del tutto dallo sforzo. Era sconcertata. Il sesso del bambino era ovvio. Che razza di dottori assegnava l'ospedale della missione al reparto maternità?

"Maschio?" chiese il dottore.

Il dottore era matto o cosa? Certo che era un maschio. Credeva che essere madre per la prima volta la rendesse incapace di distinguere un maschio, quando ne vedeva uno? Non con quel piccolo membro virile che spiccava in bella vista in mezzo alle gambe.

"Sì" disse Sara. Ma aspetta un minuto. Meglio dare un'occhiata più da vicino. Sì, c'era qualcosa di un po' insolito intorno all'area sotto il pisellino. Sara si allarmò. Qualcosa non quadrava, e di molto. Il cambiamento nella sua espressione fece capire al dottore che aveva visto ciò che lui voleva che vedesse.

"Ha visto bene" disse. "Il bimbo non è un maschio. È una femmina".

"È una femmina?" chiese Sara. "Ma allora il…il…"

"Il piccolo pene?" il dottore finì la frase per lei. "Lo sembra, ma non lo è". Continuò. "Sembra di certo un po' strano in una femmina, ma non c'è nulla di cui preoccuparsi". Allungò il braccio sinistro del neonato all'infermiera, affinché gli mettesse la targhetta identificativa. L'infermiera quindi portò via la bambina per farle il bagnetto.

"Finiamo prima con le cose più urgenti" disse il dottore, riportando l'attenzione sulla madre. "Le spiegherò dopo del bambino".

* * *

Il dottore impiegò circa dieci minuti per spiegare la condizione del neonato. Fortunatamente per Sara, in quel momento suo marito era presente per ascoltare le parole del medico.

"Vostra figlia ha una rara condizione medica nota come ipertrofia genitale femminile" disse il dottore. "Alcuni definiscono questa condizione - e molte altre simili - come 'genitali ambigui', ma è fuorviante. Non c'è niente di ambiguo nell'ipertrofia genitale femminile".

"E per di più" aggiunse il dottore "…e probabilmente questa è la migliore notizia sulla condizione di vostra figlia, in quasi il cento per cento dei casi non presenta gravi conseguenze patologiche". Si interruppe per toccare giocosamente la guancia della bimba.

"Il fallo - come è nota la piccola crescita - può essere asportato molto facilmente" continuò il dottore. "Comunque, se viene tolto o no, la salute di vostra figlia non ne sarà influenzata. Tuttavia consiglio vivamente di toglierlo e di farlo prima che la bambina abbia tre anni".

Sara aveva evitato molte domande, ma doveva accertarsi di quello che il dottore aveva detto sull'età. "Scusi, cosa ha detto a proposito dei tre anni?" chiese.

"Ho detto che è importante asportare il fallo prima che la bimba abbia compiuto tre anni. Dopo non si ricorderà di averlo avuto. Ciò elimina anche la possibilità di sviluppare dubbi sulla sua sessualità più avanti nella vita. È noto che nella pubertà, o successivamente, le bambine nate con il fallo sviluppano dubbi sulla loro sessualità, ma solo se il fallo non viene tolto o viene tolto dopo i tre anni d'età. Tali dubbi talvolta portano a gravi disturbi psicologici…"

Sara stava già pensando che voleva che sua figlia, ora chiamata Kangai, o 'Dono di Dio', venisse operata presto…

* * *

"Vuoi che tua figlia venga operata?" Kiambati disse a Sara due mesi dopo. La domanda voleva metterla in ridicolo. Un debole cenno fu la sua unica risposta.

"Allora portala da Mtaani" continuò il marito. "O sei diventata così ignorante dei nostri usi che non sai più che solo Mtaani può toccare mia figlia nel modo che intendi tu?"

Sara era devastata. Mtaani era il circoncisore femminile. L'unica operazione che Kiambati avrebbe permesso su Kangai era la circoncisione. Come aveva fatto la semplice operazione del dottore a trasformarsi in quella pratica tradizionale sempre più disapprovata? Non avrebbe più sollevato di nuovo l'argomento dell'operazione.

* * *

Il ritiro di Sara nel silenzio andò bene per due anni e nove mesi. Poi sua figlia iniziò a fare delle domande davvero imbarazzanti.

Accadde per la prima volta mentre le faceva il bagno. Kangai si era appena tolta i vestiti e immersa nella bacinella all'aperto. Improvvisamente si piegò in avanti, indicò la piccola crescita nelle parti intime e chiese cosa fosse. Presa di sorpresa e senza una pronta risposta, Sara disse la prima cosa che le venne in mente.
"È solo un piccolo… un piccolo serpente" disse. "Un innocuo piccolo serpente. Non preoccupartene".

"Judy non ha un piccolo serpente" disse Kangai. Judy era la sua compagna di giochi.

"Alcuni ce l'hanno e altri no" disse Sara. "Potresti stare dritta? Non posso farti il bagno se sei tutta piegata come un bastone da passeggio".

Kangai non fece altre domande. Due giorni dopo portò Judy, la sua compagna di giochi, dietro la casa, il coltello da cucina della madre in mano. Qualche minuto prima aveva visto la madre uscire per delle commissioni. Avrebbero finito con il coltello molto prima del suo ritorno.

"Chiudo gli occhi e conto fino a tre" disse Kangai alla sua amica. Avevano ripassato il piano per due volte, ma temeva sorprese. "Quando arrivo a tre, dai un taglio netto".

"Okay" disse Judy, lo sguardo coraggioso ma il cenno del capo piuttosto incerto. Non era troppo sicura dell'intera faccenda. E se fosse uscito il sangue? La madre di Kangai non si sarebbe arrabbiata con tutte e due?

Kangai si arrotolò la gonna per svelare lo sgradevole 'serpente'. Sua madre aveva detto che era innocuo, ma lei non lo voleva. Avrebbe preferito non ci fosse. Nessuna delle sue amiche ce l'aveva… "Pronta?" chiese.

Judy annuì di nuovo e rinforzò la presa sul coltello da cucina.

"Okay" disse Kangai e chiuse gli occhi. "Uno…due…tre…" Niente. Solo il tocco freddo delle dita di Judy, e nient'altro. Poi, arrivò il dolore bruciante…

Judy si fece prendere dal panico. Non aveva mai sentito un urlo più forte. Kangai aveva promesso di non urlare. Aveva anche detto che non ci sarebbe stato sangue. Ora aveva sangue persino negli occhi. Fece cadere il coltello insanguinato e corse via.

Fu un vicino di casa a reagire alle forti urla. Trovò Kangai supina, che si contorceva dal dolore, la gonna e le gambe coperte di sangue. Cosa era successo? Si chiese. La bambina era stata sessualmente aggredita? Era stata morsa da un animale selvaggio? La prese in braccio e corse in direzione dell'ospedale della missione.

* * *

Due ore dopo Sara apprese cosa era successo. Prima che la madre arrivasse all'ospedale, Kangai era stata operata per togliere il fallo mutilato. Sara fu molto sollevata nell'apprendere che l'operazione era andata bene. Era anche sopraffatta dal senso di colpa. Era colpa sua. Le sue parole avventate… erano le responsabili dell'incidente. Quello fu il giorno in cui iniziarono gli incubi, la maggior parte dei quali vedevano lei combattere contro rettili crudeli, a forma di serpente, che attaccavano sua figlia.

Due giorni dopo Kangai fu dimessa dall'ospedale. Il processo di guarigione non presentò grandi problemi, a parte il cambio della fasciatura a pannolino di cui aveva spesso bisogno. Dopo due settimane i cambi di fasciatura ebbero fine, così come gli incubi di Sara.

Kiambati rimase confuso da tutto ciò. D'ora in poi avrebbe prestato attenzione ai consigli del dottore dell'ospedale della missione: mandare Kangai a scuola e concedere alla madre più voce in capitolo sul modo giusto per crescerla.



(Pubblicato per gentile concessione del British Council e del magazine Crossing Borders)

Testo segnalato da: Buràn
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