Hetero-Nomad
di Potash, Kenya
(traduzione di Gaia Bastianon)
Giovedì 31 maggio, ore 12:00
Ciò che ho fatto per le ultime sedici ore è stato bere. Adesso girovago con il pilota automatico inserito per evitare la tendenza a collidere contro il cespuglio più vicino, alla ricerca di un luogo dove schiantarmi.
Faccio scalo oltre il simu ya jamii (posto telefonico pubblico) di Mama Hannah.
“Wee Malaya ya mwanaume, leta pesa yangu!” (Ehi tu, figlio di puttana, dammi i miei soldi!), mi urla.
“Kubaff!” (Imbecille!) le rispondo.
In tutto le devo appena sedici scellini per una chiamata che ho ricevuto l’anno scorso, ma si potrebbe pensare che le devo un intero centone per essermi masturbato nella sua vagina.
Le svuoto nelle mani lebbrose tutte le monetine che ho in tasca. Il tutto ammonta a un grandioso totale di 23 scellini.
Oh, mi serve una scatola di fiammiferi. Riafferro tre scellini per comprarmi una scatola di finti Rhino Kubwas(1) da Jamo, il venditore di veve(2) alla bancarella accanto.
“We umbwa hii, Kwani umefilisika tena?” (Ehi, figlio di un cane, sei diventato povero di nuovo?) ricomincia Mama Hannah. Allungo la mano nella tasca della camicia e tiro fuori un pacchetto sano di sigarette. Accendo lento e facile, come se Potash fosse il secondo nome di James Bond.
Nel tirare fuori le sigarette, mi cade dalla tasca un pezzo di carta. Oh, merda, è un biglietto dell’autobus. Dovrei prendere l’autobus delle 13:00 per qualche posto. Accidenti, devo essermene dimenticato.
“Shika hii ununulie mzee suruali ya ndani ” (Prendi questo, e compraci delle mutande per il tuo vecchio) dico a Mama Hannah, mentre le getto un pezzo da cinquanta scellini e salto al volo su un matatu(3) che passa di lì.
“Moja moja mpaka tao” (Uno alla volta fino in centro). Do al kange(4) un soc(5) e gli dico di tenersi il resto. Sapete come funziona quando si hanno un po’ di soldi in tasca: si danno in giro.
13:45
L’autobus è in ritardo, ma chi se ne frega; questa è l’Africa – gli autobus partono quando partono. Il mio sedile è il numero… boh? “Wee kaa chini, Kwani Michuki ni baba yako… hapa tunabeba pesa; watu wanapanda ndege!” (Siediti, siediti, che importa se sei figlio di Michuki(6). Qui trasportiamo soldi, mica persone. Le persone prendono l’aereo!)
Cerco un posto libero, ma non ne trovo. Mi infilo a fatica fra due monumentali donne Luo(7). Un odore pungente arriva dalle loro ascelle e mi acchiappa il nervo olfattivo. Perdo i sensi.
21:30
Vengo svegliato di soprassalto dal conducente dell’autobus: “Wee Kwani unafikiri hii ni lodging? (Ehi, tu, hai deciso di abitarci, qui?)”
Strani suoni mi circondano, nuovi odori mi assalgono. L’aria è umida, come in una città di mare. Forse c’è un lago qui vicino… forse, eh(8).
Scendo dall’autobus. Mi abbatte il fatto di essere ubriaco. Gli unici due neuroni ancora vivi nel mio cervello mi dicono che sono sedici anni che non scopo. Sedici anni, per Dio! Ho bisogno di un trapianto cerebrale.
Un tizio alto e scuro mi fa segno con la mano: “taxi… taxi!”
Non sono neanche sicuro del perché sono qui. No, aspettate un minuto, non sono nemmeno sicuro di dove sono.
“Potas?”(9) mi chiede il tipo.
Ehilà, penso fra me e me. Ovunque sia arrivato, almeno c’è un comitato di accoglienza.
“Gari iko spande huu, baba” (L’automobile è da questa parte, signore), continua.
Lo seguo e penso: chiunque sia che devo incontrare, mi tratta da Dio.
La carrozza nella quale speravo non si vede da nessuna parte. Il tizio alto e scuro mi fa salire su un tuk tuk(10) sgangherato.
Cazzo. Persino Cenerentola può sognare fino alla mezzanotte!
21:56
Il tuk tuk raggiunge un buco nero e frena stridendo. Dappertutto intorno a me vedo ombre prendere vita. Potrebbero essere chiunque: Mungiki(11), poliziotti, oppure un’orda di altri mulini a vento che la mia immaginazione ebbra attacca lancia in resta.
Una porta si apre da qualche parte e illumina una parte del buco nero e, con esso, alcune sagome, come un raggio di luna attraverso un bel paio di gambe tornite. E forse c’è anche un paio di gambe, ma io non le vedo ancora perché finisco barcollando in un paio di tette calde e accoglienti, e, proprio mentre il loro profumo mi dà una strattonata alle gonadi, vengo trascinato nell’abbraccio di una stanza sontuosa.
Viene servita la cena. Preparata con un amore che vorrei apprezzare, ma certamente non con il mio palato barbaro. Finalmente arriviamo al sodo. Non il sesso, idioti… l’alcool.
Accidenti, è Malibu e Coca, per Dio! Che spreco – sapete, io sono stato svezzato a Napshizzle(12).
22:30
Una bottiglia di vodka si è materializzata dall’etere. Sono sdraiato su candide lenzuola di lino pulite, con un drink ghiacciato in una mano e una tetta calda nell’altra. Sono in paradiso. Nell’edificio affianco un disgraziato viene spedito all’inferno. Perché cazzo la gente continua a venire decapitata ovunque mi trovi?
* * *
Okay, sono stanco, dopo un lungo weekend sulla strada, e potrei non farcela a raccontarvi come ho fatto a ritrovarmi con un pacco di preservativi, del lubrificante e un manuale sul sesso anale. Oh, e poi c’è la lesbica che, anche se ha abbastanza personalità per trovarsi nel mio racconto, non compare in scena fino a domenica notte. Nel senso che la storia integrale di Hetero Nomad non verrà raccontata a meno che stanotte qualcuno non mi compri un fracco di birre e io mi metta a scrivere del mio lungo fine settimana sui due laghi.
Sarebbe carino menzionare due cose sulla lesbica: siamo usciti, a bere, fino all’una di notte, quando ci siamo accorti che non ci potevamo servire reciprocamente a nulla. Così ci siamo divisi, ognuno verso una notte solitaria di abusi autoinferti (Beh, almeno per quanto mi riguarda).
L’altra cosa su di lei è che martedì ce ne siamo andati in giro su un autobus polveroso di Nairobi. E, indovinate un po’, se pensavate di dover andare fino all’isola di Patos o su qualche montagna per trovare l’Illuminazione, allora non ci siete per nulla. Questa tizia ed io ci siamo bazzicati, o almeno questo lo dice lei perché io ero troppo ubriaco per tenere il conto, per ben settantadue ore prima di scoprire che avevamo una sola cosa in comune: a tutti e due piacciono le tette!
(1) Rhino Kubwas: marca di fiammiferi.
(2) veve: termine gergale per Khat, pianta che, se masticata, procura effetti psicotropi.
(3) matatu: mezzo di trasporto pubblico, solitamente con 14 posti a sedere. Il numero dei passeggeri supera sempre quello dei posti disponibili.
(4) kange: autista.
(5) soc: banconota da cento scellini. Cifra di molto superiore al normale prezzo del biglietto.
(6) Michuki: John Njoroge Michuki, figura autoritaria del governo keniano; qui il riferimento è alla sua riforma del trasporto pubblico con l’inserimento dell’obbligo delle cinture di sicurezza per i passeggeri e dei limitatori di velocità per i veicoli, allo scopo di ridurre l’alto numero di morti per incidente a Nairobi).
(7) Luo: etnia nilotica delle rive del Lago Victoria, nella parte ovest del Kenya.
(8) il riferimento è al Lago Victoria.
(9) Potas: l’influenza della lingua madre dei Luo è tale da impedir loro di pronunciare il suono sh nel nome del protagonista, Potash.
(10) tuk tuk: piccolo veicolo a tre ruote, sul tipo dell’Ape Piaggio, adibito a taxi. Il nome è un’onomatopea del suono di un piccolo motore da motocicletta.
(11) Mungiki: esponenti di una violenta setta politico-religiosa opposta al regime.
(12) Napshizzle: tipo di alcolico a basso costo.
Testo segnalato da: Buràn
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