I Ragazzi di Ferro
di Thomas Frick, USA
(traduzione di Jane Bowie)



Ricky sì. Ricky sì. Ricky l'ha fatto. Ricky sì. La prima cosa che quell'uccello mi ha detto, quel giorno. Non lo dimenticherò mai. Era il diciotto, o giù di lì. Ogni anno deriva da quell'anno lì. L'anno che gli uccelli hanno cominciato a parlare. Mi chiedo perché gli anni hanno numeri. Non mi pare che è sempre stato così.
Facciamo che era il diciotto. Aprile. Sto attraversando il campo su, oltre la discesa del tasso barbasso. Dove il Vecchio Jasper aveva la capanna per i sacchi di iuta. Una volta era per le pecore. Certo non si direbbe, ora. Tutto recintato. I muratori che trascinano dentro le sbarre di ferro e gli ingranaggi. Caldaie che sputano sporcizia e fango. Olio di motore dappertutto. Ora ogni mucchio di mattoni da cesso ha un sindaco e un giudice.
Beh, io lassù non ci vado più. Guardatemi. Non sono che un tronco schiacciato dentro un secchio, senza queste due ruote di ferro a girare e girare sotto il mio culo. Ma com'era bello però con due gambe girovaganti quando il mondo era giovane. Non che sono vecchio, ancora. Non proprio. Ma sappiamo come vanno queste cose.
L'aria profuma di torta appena fatta. Una giornata spensierata, e poi tutto d'un tratto un uccellino salta giù e si ferma su un ramo, qui accanto al mio orecchio. Dà dei colpetti con la codina e mi parla. Ricky sì. Ricky l'ha fatto. Ricky sì. Ricky l'ha fatto.
So cosa state pensando. Lo sto pensando anch'io. E quindi lo chiedo a lui. Chi è Ricky. Cos'hafatto. Chi è Ricky. Cos'hafatto. E quel piccolo pugno di piume strampalato butta da un lato la sua testolina gialla e rossa. Mi fissa con un occhiolino che è come un seme di mela e me lo dice. Me lo dice proprio in faccia, me lo dice. E forse no. E forse no. E forse no.
Beh, io non ho tempo per queste chiacchiere, proprio non ce l'ho. E così butto giù quell'uccellaccio dal suo ramo e porca miseria cade per terra più morto della mia bisnonna Becky. Manco un cip in più da lui. Neanche una parola. E così quel giorno non arrivano risposte alle mie domande. Tiro via una piccola piuma dalla sua ala per farmi da stuzzicadenti la prossima volta che mi si ficca una buccia di mela tra i denti. La creaturina secondo me, per quanto ne so io, poteva essere uno Schiacciapalline. O una Passera Solitaria o magari uno di quegli uccelli col colore nel nome, tipo un uccello Rosso Maggiore. Non so. Mai imparato i nomi giusti delle cose.
L'unico Ricky che io conoscevo allora era Pank House. C'era chi lo chiamava Ricky, non so perché. Non gli piaceva. Il giorno dopo mi sto già chiedendo cosa può aver fatto Pank per far parlare un uccellino.
Così passano un paio di giorni. Sto lavorando per George Withy come facevo allora. Non nella fabbrica vera e propria, faccio soltanto della roba in giro per lui. Dormo nella capanna dove si tengono i sacchi di iuta. Non c'è ancora la luce giusta che ti fa girare nel sonno e ti sveglia. Poi lo sento ancora. Un altro uccellino lì sulla soglia della finestra. Forse una Passera Muratrice stavolta, o un'Allodola. Punta in su il becco. Gola tutta gonfia, fiera. Fa cip cip, tagliente come lo scricchiolio della maniglia della pompa dell'acqua. Ricky l'ha fatto. Ricky l'ha fatto. Fatto fatto. Poi sta lì tutto zitto zitto. Muove la testa per guardarmi. Prima da un lato e poi dall'altro. È quella la cosa strana degli uccelli. Hanno due occhi ma non sanno decidersi.
È giusto l'alba, come ho detto. Quindi parlo con l'uccellino più piano che posso. Cerco di non svegliare nessuno anche se non si dovrebbe bisbigliare con un uccellino. Lui non ci capisce niente. Penso che lo incanterò con una rima. Uccellino bello. Che farai? L'ha fatto o no? Cosa dirai? Ora, ci sono delle signore che pensano che siccome è un uccellino allora è carino. Punto. Ma tra te e me, così come per le signore, ce ne sono di carini e ce ne sono proprio di no.
Comunque. Come dice il Libro Nero. Una gabbia piena di uccelli è una casa piena di bugie. Che sia carino o no, un uccellino ti racconterà venti cavolate prima di dirti una sola cosa vera. Così quando questo vola via io penso tra me e me che me ne sono liberato e meglio così, e mi sarei riaddormentato subito. Ma poi la sirena della mattina su da Withy mi mette il vapore tra le orecchie e i martelli della fabbrica cominciano a fare un baccano metallico come mai sentito prima, anche se non era che il solito tran tran quotidiano.
Dopo più o meno una settimana Pank in persona ha risposto alla mia domanda senza manco che gliel'ho chiesto. Siamo tutti al Green Lion bar. C'è la solita rissa. Tutta la gente dalla fabbrica sta a gironzolare. Pisciano la loro paga. Danno pugni ai tavoli. Pank è tutto chiuso dentro il suo cappotto. Io gli sto seduto accanto cercando di capire se gli hanno messo dell'acqua nella birra o cos'è che lo turba oggi.
Mai sentito parlare dell'esercito di Ned Ludd(1), mi chiede. Le sue labbra non si muovono quasi per niente, solo che si arricciano sulla R di esercito come per ringhiare. Il nome di Ludd è sulla bocca di tutti, dico io. Ci sono le petizioni, dice Pank. Le canzoni. Le lettere sul Notifier. Ned Ludd qui e Ned Ludd lì. Li sta incantando, dice Pank. Cominciano a chiamarlo re. O così dicono. Ma chi è che sta magicando, dice. Chi è che sta raccontando 'sta storia.
Poi Pank tira fuori un borsellino di cuoio. Più o meno grande come quelli che puoi nascondere in un pugno se devi farlo e hai il pugno abbastanza grosso. Qui dentro c'è seme, di ferro dice. Seme di ferro. L'hai mai visto, chiede. E cosa cresce se lo pianti, dico io. Mele di ferro, per forza.
Pank mi guarda come se io so qualcosa. Scuote il borsellino. Qualcosa lì dentro fa un piccolo tonfo. Tanti di questi semi seminati dappertutto, mi dice. Ogni campo, ogni prato, ogni giardino, ogni orticello, ogni posto verde lì fuori. E dappertutto spunta e cresce il fumo nero, fiorisce fuori dai camini delle fabbriche. Cosa te ne fai, gli chiedo.
Toh, dice. Tira fuori qualcosa dalla tasca interna del cappotto. Sembra un ferro di cavallo ma non più grande della lingua di un neonato. Quello, dico io, lo potrebbe calzare un pony grande come il mio cane. Certo non ho un cane da quando Jack Coda di Topo è scappato via e Pank lo sa. Vedrai, dice. Ora tira fuori un vecchio re di cuori. Mi dà il ferro di cavallo con le punte in su. Tienilo così, mi dice. Fa cadere un po' di seme di ferro sulla carta da gioco. Tanto quanto un paio di pizzichi di tabacco. Ora porta su quel coso piano piano, mi dice.
Quasi quasi cado dalla mia sedia. Il seme di ferro salta in giro come tante pulci. Come i nodi ondeggianti che si vedevano sul legno quando hanno segato via i rami da quel vecchio noce che prima stava fuori dal Lion. Occhi da Grande Wopper Nero li chiamavamo.
Pank dà dei piccoli colpettini col suo dito per far rientrare il seme nel borsellino. Beviamo per un po'. Ogni tanto mi fissa attraverso il tavolo come per farmi capire cosa sta pensando senza dirmelo. Dondola il borsellino di semi con la sua corda lunga quanto il pendolo di un orologio. Asciuga la bocca coperta di schiuma di birra con la sua manica. Tira via il ferro di cavallo dal mio pugno. Adesso siamo i Ragazzi di Ferro, dice. Gli uomini di Ned Ludd, quella è un'altra faccenda. Loro vogliono diventare dei clandestini. Noi diventeremo il seme. Noi lo facciamo con la calamita. Seminiamo una magia. Non c'è oro da queste parti, niente Età dell'Oro. Né d'argento. Poco ma sicuro. E allora l'Età del Ferro. Il nostro nuovo raccolto spazzerà via quello vecchio.
E questa era la prima volta che ne sento parlare. Non passa una settimana che Pank mi dà un borsellino di semi tutto mio con un piccolo ferro di cavallo e un fante di quadri. Come dice il Libro Nero, Ferro affila ferro. E così un uomo affila il viso del proprio compagno.
Qualche giorno dopo sono chinato in cerca di funghi champignon. Lassù nell'ombra verde ci sono le sorelle assonnate. Ecco come li chiamo io. Quegli alberi grossi e vecchi lasciati lì soli soletti quando hanno sgomberato South Pightle per fare la strada del carbone. Senza manco fare due passi ne potevi riempire due bisacce intere. Non so com'è, ora. Ma io sto raccogliendo i nuovi funghi bianco perla per la Vedova Dedoray che sta su a French Town. Ho una cotta pazza per sua figlia Silvy. Da un sei mesi o giù di lì. Io porto alla vedova delle robe scelte, delle choisie dice lei per prendermi un po' in giro. Vedi, lei viene dalla Francia. Bella roba. Non sembra darle fastidio se rimango un po' nel fienile con Silvy un giorno qui una notte lì. Non dà fastidio neanche a Silvy.
La vedova parla la nostra lingua giusto abbastanza per farmi dire un po' di cose, chiamarla Veuve e roba così. Lei e Silvy ridono e parlano insieme a volte finché non so nemmeno io cosa sto pensando con le mie parole. Mai capito quelle due. Il marito della vedova è rimasto ucciso da qualche parte. Sono arrivate qua dalle guerre in Francia e non so altro. Tanti francesi su a French Town. C'era un bel po' di movimento, allora.
Quella sera la Veuve ha cucinato quei funghi finché erano un bello stufato con burro. Avena cotta e fritta di contorno. L'idromele per far galleggiare il tutto. La Veuve mi versa l'idromele in un bicchiere alto, francese. Mai visto il colore brillare così prima di quel momento. Io mi bevo l'idromele in una tazza larga quando riesco a procurarmela, cioè quasi mai. Ma vedo il sorriso soddisfatto e penso tra me e me che forse quell'idromele è arrivato con un paio di bellimbusti dalla parlata a modo. Le guance di Silvy stanno arrossendo anche se non sta bevendo quasi per niente.
Non so perché ma di colpo mi sento stupido come un pezzo di legno seduto lì a succhiarmi le labbra. Sapendo perché ci sono venuto, con la mia bisaccia sporca piena di champignon. La Vedova diventa molle, triste. Dice il suo cognome più volte. Dedoray. Dedoray. Sembra una musica francese di lutto. Con la mano fa le carezze ai capelli di Silvy di continuo. Dico qualcosa, ma le mie parole si fermano piatte sulla superficie del tavolo.
Però non è colpa mia se mi sento tutto scaldato dentro. Faccio un sorrisino nella direzione di Silvy ma lei non mi guarda. E non per il rossore. Qualcos'altro, lo so. Tra poco arrivo al punto che con o senza di lei starei meglio fuori che seduto lì a guardare gli occhi tristi di sua mamma. Ti ci puoi perdere lì dentro a quegli occhi perché sono un paese straniero. Le auguro la buona notte e porto la mia bisaccia alla capanna. Prima di salire la scala mi fermo sulla mezza botte e stiro le gambe mentre preparo la pipa. La mia faccia sta bollendo tutta lucida per l'idromele e a dir la verità non mi sento del tutto fermo nei movimenti.
Verso quell'ora della notte quando non riesci a distinguere la cacca di vacca da una pietra per fare la conta arriva Silvy di fretta e mi passa accanto senza una parola. Con lei, timida spesso vuol dire furba e così cerco di afferrare il suo vestito, ma lei è già sulla scala davanti a me. Quando ci arrivo lei è sdraiata a faccia in giù sul sacco di iuta che una volta ho riempito di fiori di campo. Ormai è da tempo che l'abbiamo schiacciato per bene, e questo è poco ma sicuro. Sto pensando che sarebbe ora di riempirlo di nuovo anche se è un lavorone. La prima volta lei era come un piccolo fiore di campo. Gliel'ho detto. Quel tremolio forte ma delicato, intendo. Ma non sapevo se lo capiva granché a quell'epoca.
A dir la verità è in parte proprio quello che mi fa scaldare tutto, con lei. Bisogna dire tutto toccando qui e gesticolando lì. Un bacio qui e un assaggio là. Non c'è parola, che sia per il whisky o per l'acqua. O forse c'è una parola che non sappiamo, ma tutti e due facciamo finta di sì. E poi ci guardiamo e basta come per dire ma tu chi sei.
Ma ora il nostro nido è tutto appiattito e Silvy sta cercando di nascondersi lì dentro. Faccio camminare la mia mano su sotto il suo vestito sperando che poi lei si gira e sorride. Ma lei si tira su, si siede e fissa le assi della parete. Si chiude tra le sue braccia. Dondola e geme. Non so cosa dire o cosa può significare. Cerco di capire nella mia testa mettendo insieme la Vedova che mi guardava strano, che cantava il suo cognome francese e triste, Dedoray. Ma neanche quello l'ho capito. La birra mi sta ancora stordendo i pensieri e me li fa colare.
E così mi premo forte contro di lei e basta. Sento come respira, tremando e facendo piccoli salti con le ossa due o tre volte. Brucio dalla voglia di sapere cosa le fa tenere il suo singhiozzare dentro di sé in quel modo. Raccolgo un po' di paglia e faccio un piccolo mucchio, faccio un po' più gonfio il sacco dove si è sdraiata, sbottono il suo vestito e lo tiro via. Comincio, capisci, ma lei si divincola con una striscia lucente che scende da ciascun occhio.
Non posso più fare altro che farla girare pian piano. E poi siamo sopraffatti e la mia faccia si bagna della sua. Sto per scoppiare del tutto mentre dondolo forte lì con lei. Ma sai cosa. Ho un male da ferro dentro di me da qualche mese ormai, un male da lì giù. Proprio dentro, lì sotto dove divento duro, sai. Non saprei dire esattamente. Potrebbe anche preoccuparmi ma gli unici momenti che lo sento non mi sento invece per niente di fermarmi e preoccuparmi.
Denti contro denti, come si fa, e ci spingiamo contro. Lei fa dei piccoli ptou ptou. Lei rideva così e gocciolava saliva nella mia bocca. Io sono lì pronto e so a che punto è anche lei. Non c'è nessuna sensazione come quel sapere e lo sapevo con lei meglio che con chiunque altra. Le sue unghie nella mia schiena. La mie mani che la alzano. E noi facciamo a capitomboli giù per quella discesa ripida ripida dove in fondo stai lì sdraiato con la testa che gira sbocciando fiori di sudore e cercando di respirare.
Poi Silvy si mette a tremare e così si veste e io anche. Sta lì seduta, e brilla, e sembra d'argento e glielo dico. Non so perché mi sorprende sempre questa cosa. È una ninfa dell'acqua e figlia della luna e tutte quelle cose d'argento. Con la sua mano morbida mi accarezza il mento. Che a me sembra duro come stoppa di segale. Deve essere stato ruvidissimo sulle sue guance di seta.
Non so perché mi è venuto in mente proprio in quel momento ma tiro fuori il mio borsellino di seme e il ferro di cavallo e il fante di quadri e le faccio vedere tutto. Uno sguardo che non avevo mai visto attraversa la sua faccia mentre guarda quelle piccole particelle. Sono soltanto degli occhi del Grande Wopper Nero, dico. Perché lei ride soltanto a sentirmi dire Grande Wopper Nero. Ma lei dice no. Non bene, non bene. Mi fa riporre il seme di ferro nel borsellino e mi raccomanda di non far cadere neanche un granello. Poi fa un doppio giro con la cordicella come fosse la borsetta di una signora. Lo mette via nella mia tasca. Ci preme contro con la mano come per dire tienilo nascosto per un altro giorno ma qualsiasi cosa accade non tirarlo mai più fuori. Così mi sembra. E poi Silvy si stringe di nuovo tra le sue braccia da sola e trema e fa una faccia come se c'era passata sopra una nuvola nera.
E lecco via le sue lacrime asciugate e bisbiglio che la porto a casa. La accompagno anche dentro, se vuole. Anche se dopo non ero mai entrato dentro casa sua, prima di quel giorno. Lì alla porta la tengo da dietro e seppellisco la mia faccia nei suoi lunghi capelli che profumano come un dolce venticello che soffia intorno a tutti e due. A tentoni muove la mano dietro di lei e mi tiene dove ora sono sgonfio. Quel pulsare nero che ho detto prima comincia a bruciare come carbone nella fornace. Poi lei entra veloce dalla porta ma non vuole che la seguo, penso, o che faccio entrare il freddo. Non ho visto la sua faccia e non l'ho salutata.
A volte il dolore più feroce non mi fa male subito ma soltanto dopo. Cammino a lungo nella notte senza sentire i miei piedi. Arrivo a una collinetta che non conoscevo con due alberi di guardia. Arrotolo il mio sacco vuoto e lo poggio dietro alla mia testa e mi perdo tra le stelle. Risatine francesi d'argento. Veuve e Silvy che si parlano da dietro le loro mani. Quelle lingue sconosciute e robe bisbigliate gironzolano dentro di me. Ci saranno degli uccellini che parlano francese, mi chiedo.
Quelle stelle sembrano vicine. Ma tutti i passi umani sulla terra sono un numero immenso e sono solo in mezzo a tutti e la metà in questo momento sembrano i miei. E poi. Proprio in quel momento che ti senti la prima luce sulla faccia ma l'aria è ancora ferma, quel dannato uccellino torna. Che sto sognando o che sono sveglio, non saprei dire. Ma lui di nuovo c'è. Lui o un altro.
Ora piano. Attraverso il prato dove la mattina comincia già a gattonare sulla terra. Quel rumore taglia l'aria come un coltellino. Ricky sì. Ricky l'ha fatto. Ricky sì. Ricky l'ha fatto. Tengo chiusi gli occhi e bisbiglio come a qualcuno sdraiato accanto a me. O forse alle stelle. Se l'ha fatto Ricky lo faccio anch'io. Se l'ha fatto Ricky lo faccio anch'io. E giuro che lì fuori qualcuno mi ha sentito.



(1) Ned Ludd: operaio tessile da cui prese il nome il movimento del luddismo. La sua azione ispirò il personaggio popolare del "capitano Ludd" (conosciuto anche come "re" o "generale Ludd"), che divenne l'immaginario fondatore dei luddisti.

Testo segnalato da: Buràn
Link all'originale:
Qui