Il bambino che non voleva smettere di piangere
di Tolu Ogunlesi, Nigeria
(traduzione di Rita Balestra)



Ancora. Torno a casa e sia il barbiere sia il negozio di CD stanno pompando la loro musica orrenda. Dopo tutto il rumore al lavoro (le stazioni di polizia non sono certo i luoghi più tranquilli del pianeta), credo di meritarmi un'esistenza senza reato a casa mia. Il rumore è reato. Ma non posso lamentarmi. Direbbero che cerco di intimidirli servendomi della Legge.

Beh, in quanto sbirro, sto sempre attento a non dare nell'occhio. Soprattutto da quando vivo in una comune - un edificio in cui ognuno vive in faccia all'altro, venti alloggi su ciascun lato di un corridoio curvo. Un gabinetto. Un bagno. Un milione di abitanti. Cento milioni di pettegolezzi. Un miliardo di storie false, calunniose. E un solo proprietario, naturalmente.

Cosmas è il mio vicino sulla destra. Vita frenetica, voce suadente, un figlio di diavolo dagli occhi iniettati di sangue. Invece di essere vicini di casa, dovremmo essere vicini di stanza alla centrale - io nel mio ufficio, lui nella cella accanto. Ma questa è la vita. Lui non sembra preoccuparsi del fatto che vive accanto alla Legge. Di tanto in tanto bussa alla porta per chiedermi con una smorfia "Come butta?", e fa un paio di battute sul mio lavoro.

Daisy, Shade, Nneka, Isioma… ho perso il conto del numero di ragazze che mi ha presentato. Quel numero è solo la punta dell'iceberg, dal momento che me le presenta solo se ci incontriamo nel corridoio, quando entro o esco di casa. Non mi soffermo quasi mai nel corridoio per nessun motivo. Bado ai fatti miei, in piena autonomia.

Eppure, ogni volta che sono tentato di chiedere a Cosmas cosa fa per campare, mi blocco. Non ci riesco. Se non fossi uno sbirro, glielo chiederei. Ma essendo un poliziotto, mi riesce impossibile assumere quello sguardo non sospettoso, del tipo come va?, che mi fornirebbe informazioni. Se il novanta per cento delle domande che fai in tutta la tua vita sono interrogatori a criminali incalliti, capisci quello che voglio dire. L'ultima ragazza a cui ho chiesto di uscire mi ha detto che avevo il tono di uno che si aspettasse una deposizione.

Forse. Sono cresciuto a Oshogbo. Mi sono lasciato alle spalle il passato. Niente amici a Lagos. Due sbirri non possono essere veri amici. Forse mi sbaglio. Ma ho bisogno di prove concrete per cambiare idea.

Giusto ieri sera, mentre tornavo a casa, sono diventato un piccolo eroe. Ero in uniforme. Ho allungato al conducente i soldi del biglietto. Ha sgranato gli occhi e ha continuato a prendere i soldi dagli altri passeggeri. Io ho insistito. Mi fissava con nervosismo, chiedendosi cosa fare. Ha studiato le facce degli altri passeggeri, cercando un consiglio che non è arrivato. Ho deciso di sorridere. Gli ho chiesto di non preoccuparsi, che desideravo pagare. Ha concluso che fossi matto. I poliziotti non pagano i biglietti a Lagos. Né gli ufficiali dell'esercito. Di fatto, nessuno con l'uniforme. Sono considerati parte del personale. In cambio della corsa gratuita, assicurano protezione all'autobus a ogni posto di controllo.

Hey, il caldo fa impazzire. Il ventilatore da soffitto dell'ufficio sul retro ha smesso di funzionare la settimana scorsa. Uno sbalzo improvviso della corrente, lo stesso problema che ha danneggiato il frigo e la macchina da scrivere elettrica. Inspiegabilmente, la cella è più fresca. Persino con una finestra sola, e strasbarrata, per giunta. Credo che sia la vendetta della prigionia sulla libertà. O altrimenti come te lo spieghi che una stanza senza ventilatore, con una finestrella e con il tetto in cemento è più fresca di una stanza ampiamente ventilata e piena di finestre.

Intendo far pagare al prossimo "sospettato" la riparazione del ventilatore, come parte delle condizioni per la cauzione. Non ci sono soldi per la riparazione, ecco quello che ha detto il Dipartimento. Dopo quattro lettere esaurienti sui disagi nell'adempiere alle funzioni di polizia in quelle condizioni. Il nostro budget è stato ridotto del 40%, eppure il bilancio non ne ha giovato.
Ultimissime: L'Ispettore Generale ha appena acquistato delle fiammanti Peugeot 406 a tutti i 36 Comandanti della Polizia di Stato.

James Ugah è stato appena destinato al mio comando. È un agente. Labbra carnose, una lieve balbuzie, si trascina nervosamente. Straordinariamente alto. È un bel tipo, con la battuta sempre pronta. Non conosce il significato della parola "silenzio".

Kappaò. Ho riso tutto il giorno ascoltando le storielle di James. La faccenda del ventilatore da soffitto gli ha dato lo spunto per raccontare la storia del bambino che era nato piangendo. È normale, no? Ma il succo della faccenda sta nel fatto che questo bambino non voleva smettere di piangere. Né il seno della madre, né ogni genere di tappabocca riuscivano a farlo stare zitto. Chiamarono la migliore ostetrica della città, il miglior psicologo infantile, la miglior bambinaia. Tutti si torcevano le mani dall'impotenza. Non avevano mai visto una cosa del genere in tanti anni di professione.

La soluzione piove dal cielo con l'arrivo di un sedicente professionista di medicina naturale. Lui sa qual è il problema del bebè. È molto semplice. Ma lo dichiarerà soltanto alla televisione di Stato. Sei pazzo, gli dicono, Va all'inferno. Il padre del bambino si rivolge al tribunale per ottenere un'ingiunzione che obblighi Newsline, uno degli show più seguiti in TV, a dedicare un'intera puntata all'uomo. La corte accorda l'ingiunzione e l'uomo può schiarirsi la gola davanti a trentacinque milioni di Nigeriani, per pronunciare la sua cura per l'indisposizione del bebè.

Martins, il bebè che frigna, non è anormale. Il suo disturbo è davvero semplice. Il bambino ha bisogno di essere trasferito in America o in Gran Bretagna. O anche in Ghana, o nel confinante Togo. I trentacinque milioni ridacchiano. Trentacinque psichiatri cercano il nome di questo nuovo disturbo.

Niente affatto scomposto, il naturopata spiega che il bebè è un abiku. Un già-nato in una vita precedente, in Nigeria. Non solo in Nigeria, ma di fatto in quello stesso ospedale dove è appena ri-nato.

Ogbanje. Così gli Igbo chiamano gli abikus. (Abiku è una parola Yoruba). Martins è Igbo. L'Ogbanje è un fondamento nella cultura Igbo. Gli Ogbanjes nascono, muoiono e ritornano sulla terra tante e tante volte. Semplicemente non riescono a decidersi se restare o andarsene.

Protestare. Ecco cosa sta facendo Martins. Nato nello stesso ospedale come la prima volta, capisce subito dove è capitato. Riconosce il luogo dal ventilatore sul soffitto. Era stata la prima cosa vista quando aveva aperto gli occhi quella prima volta. Con la stessa scritta polverosa. Ricorda la vita infernale vissuta nei sei anni della sua vita passata. Vivere in Nigeria è un inferno. Un inferno in Terra.

Questione. Restare o non restare. Il dilemma in cui Martins si trova. Ciarlatano. La definizione che la maggior parte degli spettatori dà al "medico" tradizionale. E poi che accade? James non ce lo dice. Balbetta vivacemente e dice che continuerà la storia un altro giorno. L'attesa uccide. Lo so. L'attenzione di James si sposta su qualcos'altro. Gli viene in mente la foto che ha in tasca. La estrae, maledice la tasca per averla sgualcita e comincia a spianarla. Vuole raccontarci un'altra storia. È una foto di sé con i suoi amici.

Raymond, James, Cosmas, Cervello e i Gemelli - da destra verso sinistra. Cosmas? Gli strappo la foto di mano e la guardo. Raymond, James... Cosmas. Inconfondibile. È lui. La foto ha almeno dodici anni, fu scattata il giorno in cui James e i suoi amici davano l'ultimo esame di primo livello all'Immaculate College di Jos.

Stesso Cosmas. Dodici anni avevano a malapena lasciato il segno sul suo volto. Persino nella foto ha l'aria di un professore che posa con i suoi studenti. Sembra più grande degli altri di almeno cinque anni. Gli altri hanno tutti i sorrisi incerti e gli sguardi luminosi degli adolescenti, quello sguardo che rivendica la certezza che in realtà la vita può solo essere migliore, più divertente, più fortunata. Cosmas non sorride allo stesso modo. Il suo sorriso era cauto, il suo sguardo, gravato da una consapevolezza della Vita di cinque anni in più.

Toh, ecco il mio vicino, dico a James. Indico la faccia di Cosmas e gli passo la foto. L'alloggio alla mia destra. James urla. Sto scherzando. Mi sbaglio. Non può essere! Cosmas vive negli Stati Uniti. Si dice che spacci droga, laggiù. Prima stava in Spagna, ma è stato espulso per attività criminali. Lo guardo con stanchezza. Cosmas vive accanto a me. È lui. Non sembra uno che se ne sia mai andato dal Paese. Ma credo alla parte di storia sulle attività criminali. I tipi che vedo con lui - uomini e donne - non hanno l'aspetto di gente che abbia mai fatto qualcosa di decente neanche in un milione di vite.

Uniformi svestite, James non mi crede finché quel giorno stesso non andiamo a casa mia e incontra Cosmas di persona. Appena entriamo nel cortile, sentiamo una voce. "Oga, poliziotti!" È Cosmas. Vuole sempre arruffianarsi. Ci voltiamo. Sorride, poi vede James. I muscoli facciali eseguono movimenti degni del recupero di una memoria vecchia di dodici anni. Si muovono l'uno verso l'altro a grandi passi, si stringono le mani e si abbracciano.

Volumi di sfottò, perle di informazioni concrete. Ecco la mia conclusione, mentre resto in piedi ad osservare. James non sembra accorgersi del disagio del suo amico. Non si vedono da quella foto, perciò l'eccitazione di James è comprensibile. Le storie scorrono. Strette di mani. Pacche sulle spalle. È il modo di fare di James.

Wow! Mi limito a starmene ai margini della realtà mentre osservo giocare due amici che si sono ritrovati dopo tanto tempo. I luoghi comuni; gli aspetti nuovi, genuini. Resto del tutto in disparte. Gli interpreti. James è James. Cosmas è il Delinquente. In un'alternanza di ruoli e racconti. Non so se il poliziotto che è in James riesce a vedere attraverso l'amico.

'X', ovvero un perfetto sconosciuto è la definizione che mi si addice meglio, mentre sto fermo lì, la testa un ronzio. Un Maggiolino Volkswagen fa il suo ingresso nella scena rombando a gran velocità nel cortile, aggira pericolosamente il pozzo e si ferma di colpo accanto al tosaerba rotto. Scendono quattro uomini. Si scambiano occhiate tra loro. Uno di loro stringe una birra scura. Due fumano Target. Ma riesco a sentire odore di erba. Tutti e quattro sono mezzi ubriachi.

Yuh, mi avete salvato la vita, spiega Cosmas in seguito. I quattro uomini erano venuti per portarlo via. Era rimasto coinvolto in un affare con loro. L'accordo era saltato. Pensavano che li avesse imbrogliati. Erano venuti per portarlo via. Non è che ogni volta che prendono qualcuno, quel qualcuno ritorna. Cosmas non è un idiota. Come si sono avvicinati, li ha salutati con slancio. Rapidamente ha presentato loro il suo vecchio compagno di scuola, "l'agente James Ugah". E mi ha chiamato per venire a conoscere i suoi "soci in affari". Mi ha presentato come il "Sergente Toye, è il capo della stazione di polizia." I soci si ritirano "sorridendo". La paura della polizia fa cambiare umore alla gente.

Zigzagare via. Ecco quello che ha fatto il Maggiolino. Svignarsela, ecco cosa fece Cosmas poco dopo. Sedevamo nella mia stanza, mentre ci spiegava come gli avevamo salvato la vita. Qual era l'affare, o come era saltato, non ce lo disse. Ci disse che doveva andare a fare un paio di telefonate. Quando un'ora dopo non era ancora tornato, seppi che se l'era svignata. Mentre accompagnavo James alla fermata dell'autobus, il suo telefono squillò. Era Cosmas. Pieno di scuse. Disse che doveva trovarsi in città. Urgentemente. Un ultimo tentativo per vedere se riusciva a salvare l'affare. Rideva e farfugliava. Gli chiese se poteva rivederlo. Disse che sarebbe andato a Est per qualche giorno. Sono passate due settimane. Non lo vedo da allora. Mi manca il colpetto alla porta, mi mancano le sue ragazze. Ho notato il Maggiolino fuori nel cortile un paio di volte. Ma Cosmas si trova all'Est.



(Pubblicato per gentile concessione del British Council e del magazine Crossing Borders)

Testo segnalato da: Buràn
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