Il Balkan
di Blaze Minevski, Macedonia
(traduzione di Barbara Zappitello)



A Bobovo l'arrivo del cinema Balkan veniva salutato da tutti come un grande avvenimento.
I bambini si facevano fare il bagno fin dalle prime luci dell'alba, gli asini venivano rinchiusi nei recinti per evitare che ragliassero sul più bello, e il cortile e le strade intorno al circolo culturale Ano Balabanov venivano innaffiati con acqua di sorgente.
Quasi un'ora prima dell'inizio dello spettacolo la gente cominciava a raccogliersi silenziosamente nel cortile di fronte all'edificio, portandosi dietro sedie, panche e cuscini di ogni tipo.
La stanza dove veniva proiettato il film era infatti vuota, e ciascuno doveva portarsi qualcosa su cui potersi sedere durante la proiezione. Appena entrati, quelli che avevano sedie basse si sistemavano davanti, mentre gli altri, a seconda dell'altezza, si disponevano a partire dal palcoscenico verso l'entrata, e spesso fin'oltre la porta nel cortile.
Da là si poteva vedere solo un pezzo dello schermo, ma era sufficiente per riuscire a capire.

La maggior parte dei film che arrivavano a Bobovo erano molto vecchi, tagliati, bruciacchiati e scoloriti, e durante l'intera proiezione i sottotitoli camminavano per lo schermo e lungo la parete, e gli spettatori dovevano cercare le parole fin sul soffitto. Prima di mezzanotte rientravano tutti silenziosamente nelle loro case, ma si sentiva risuonare a lungo nella notte il rumore delle sedie che sbattevano contro le siepi, le cancellate scure e nei vicoli.
Le persone tornavano alla realtà, anche se, nell'oscurità, molti di loro, coricati sulla schiena, muovevano la testa alla ricerca dei sottotitoli che scorrevano sulle pareti.

Quelle erano le cosiddette programmazioni normali. C'erano poi anche quelle speciali. Una volta al mese il cinema Balkan arrivava all'improvviso, esclusivamente grazie agli sforzi e per volontà di Nono Besonov, il vecchio operatore e ubriacone. All'alba, appena arrivato, bloccava le ruote della sua jeep con alcune pietre, poi appendeva un cartello di cartone con scritto: "Balkan - Per i bambini". Insomma, voleva dire che il film era esclusivamente per i bambini, solo per loro.
Più tardi ho saputo che lui lo faceva solo per poter bere in libertà, e lanciare le bottiglie per la stanza. Poteva addirittura addormentarsi, se voleva. Poteva anche mischiare le pellicole, se voleva. Tanto i bambini si divertivano sempre, anche quando sullo schermo, anziché il film, vedevano le loro mani e le orecchie.

Le proiezioni speciali iniziavano nel pomeriggio e terminavano un po' prima del calare dell'oscurità. C'erano film che ci venivano proposti molte volte, e altri che ci sembravano nuovi solo perché Nono Besonov li proiettava alla rovescia dalla fine all'inizio, oppure capovolti. Comunque, lui non guardava mai cosa girava nel proiettore. Per due ore stavamo a guardare con il collo tutto storto i personaggi che camminavano sul soffitto, mentre ascoltavamo Nono che schiamazzava, stravaccato sulle bottiglie vuote di brandy. Spesso era così ubriaco da non riuscire a distinguere la parete dallo schermo. Questi erano i film più interessanti, per me. Dove gli eroi battevano in ritirata e le vittime dall'espressione impaurita si rilassavano, invertendo ruoli e paure.
Solo quando l'eroe di turno si fermava mentre la vittima si metteva nei guai, allora Nono cambiava velocemente le bobine, e tutto tornava ad essere come nei film normali. Allo stesso tempo si metteva ad applaudire nel buio e a urlare a squarciagola perché non avessimo paura delle sparatorie. "Tutti i film con sparatorie sono fatti dai vincitori! Andrà tutto a finir bene!" diceva, con una bottiglietta che gli penzolava dalla bocca come una pipa. Raccontavo sempre a mio nonno i film dove tutto era talmente mischiato e girato alla rovescia, da non sembrare affatto la realtà, e lui si inventava subito delle storie su Bobovo, scoppiando a ridere. Si toglieva la dentiera per dirmi che la vita era molto più piacevole, se vista attraverso il proiettore di Nono Besonov. Niente lì dentro poteva esser considerato realtà, eppure era vita. "Immagina" - mi diceva il nonno - "prova ad immaginare se la nostra storia finisse nelle mani di Nono Besonov! Ah! Come sarebbe bella e divertente!" diceva, mentre se ne stava appollaiato sull'albero di fichi, raccogliendone i frutti per la marmellata scura che preparava una volta all'anno per noi e gli ospiti.
Si struggeva dalla voglia di inventare una macchina nella quale poter mettere tutti i Balcani, per poi sedersi al buio, a guardare gli eserciti e i comandanti allo sbando che vagavano su per le colline.
Per il nonno tutte le guerre erano stupide.

Capitava talvolta che gli stessi bambini entrassero nei film di Nono Besonov, da una parte o dall'altra dello schermo. Mentre lui dormiva loro correvano nell'oscurità, ingoiando la polvere che, danzando nell'aria, si restringeva come un imbuto dallo schermo al muro, fino al foro della macchina nera da cui scaturiva la luce. Attraverso quell'imbuto di luce colorata si vedevano saltare molte mani che cercavano di afferrare conigli, gatti, guerrieri, asini e cavalli che correvano sulle pareti. Tutto questo mentre i bambini urlavano a squarciagola e le immagini parlavano come se fossero reali.

I bambini più piccoli muovevano e allungavano il collo magro per poter seguire il film che scorreva su tutte le pareti e sul soffitto mentre Nono Besonov dormiva, appoggiato al proiettore che sibilava e sprigionava tutta quella polvere nella sala.
Niente li disturbava. Ai bambini piaceva che in questi film, che Nono portava a Bobovo solo per loro, i morti improvvisamente si rialzassero. C'erano anche un sacco di uccisioni, ma nessuna era definitiva. Ecco perché la morte era divertente e si ripeteva all'infinito. Forse per rendere la vita interessante.
Anche se Nono Besonov, tenendo la bottiglia in bocca come fosse una pipa, ci diceva che tutto quello che vedevamo era stato disegnato, noi ovviamente non gli credevamo. "Chi può dipingere qualcosa che è vivo?" gli dicevamo, ridendo. Rideva anche lui, sbattendo i denti contro la bottiglia.
Nel buio, mentre lo spettacolo proseguiva sulla parete, Elena e io sedevamo sulla panca che il nonno aveva ereditato da suo nonno al tempo della rivoluzione dei Giovani Turchi. Sul lato destro dell'asse c'era la mappa di un qualche tesoro nascosto. Lei stava seduta proprio sulla mappa, mentre guardava il film, e soffriva del suo primo mal d'amore di ragazza. Pensava a Boris che, da quasi un anno, non veniva a Bobovo, nemmeno per i fine settimana. Lo amava così tanto da confidarmi spesso, in tutta sincerità, che sarebbe morta se Boris avesse smesso di amarla. Nel buio, le toccavo accidentalmente il palmo umido e lei tremava, scossa come se fosse stata toccata da uno sconosciuto eroe del film. Io avrei voluto abbracciarla per confortarla, ma lei era diventata troppo alta per me. Il mio braccio arrivava solo a metà del suo collo. Lei si spostava di lato e continuava a tremare mentre guardava il film. Sapeva che nei film di Nono Besonov nessuno moriva per sempre, ma ciò nonostante lei temeva per tutte quelle persone che la morte stava attendendo.

"Se solo potessi far tornare in vita tutte le persone morte che ho amato..." lei mormorava.
"Guarda che può accadere!" dicevo io.
"Se solo si potesse far scorrere tutto all'indietro e ricominciare daccapo" diceva.
"Guarda che può accadere! Ma io sarei ugualmente seduto qui con te?" dicevo.
"Senti, la giustizia non ha mai impedito che avvenissero delle tragedie. La giustizia arriva sempre troppo tardi" mormorava.
"Domani farò rivivere il Nonno" dissi.
"E come? Riuscirai a cancellare la morte come se fosse uno di questi disegni?" lei domandò.
"Lo vedrai. La morte può essere cancellata così come lei stessa cancella la vita" conclusi, proprio mentre il film terminava, anche se Nono Besovo era ancora alle prese con un rettangolo che lampeggiava incollato al soffitto. Chissà come riuscì a riavvolgere il film nel proiettore dopo che noi ce ne fummo andati. Nel viale tra la strada fiancheggiata dai tigli e quella degli ippocastani, la testa di una donna dai lunghi capelli cadde davanti a noi, come fosse un fantasma, dal buio degli alberi secolari. I capelli caddero proprio di fronte ad Elena, che si aggrappò a me urlando. Io lasciai cadere la panca con la mappa. Sbatté sulle pietre del selciato, rimbalzando ripetutamente come fosse una rana.
"Non abbiate paura, passerotti, sono zia Esena Varvarska! Non mi riconoscete dal profumo? Ho lavato i capelli con succo di limone e violette. Non sentite il profumo?" disse, raccogliendo i capelli da terra. "Ti stavo cercando. Tua madre è morta" disse, afferrando la mano di Elena. Elena si ritrasse impaurita, stendendosi a terra urlando. Decine di ippocastani ci caddero addosso.
"Aspettate!" ci gridò dietro Esena Varvarska.
"Strega" urlò Elena mentre strisciava lungo il viale.
"Perché non te l'ha detto?" disse Esena ansimandoci dietro come un cane. "Avrebbe dovuto dirtelo".
"Dirle cosa?" chiesi, mentre facevo rimbalzare ancora la panca sui ciottoli.
"Dirle che Aleksandar Belibikov era suo padre!" disse Esena. "Che Boris è suo fratello! E Boris lo scoprirà quando un giorno gli manderò una lettera con un sigillo rosso" disse Esena, scomparendo tra le ombre della chiesa.
Quella notte non riuscimmo a tirar fuori il corpo della madre di Elena dalla cavità dell'ippocastano. Al mattino lei scivolò via da sola. Non facemmo altro che distenderla sul tavolo e vestirla con l'abito migliore, quello che non era ancora stato mangiato dai topi. Quando andai a chiamare il giovane prete, Elena ne approfittò per strapparle il vestito. Nel pomeriggio sua madre Maria venne seppellita con indosso l'impermeabile grigio appartenuto al defunto marito. Qualche giorno dopo Elena si impiccò all'acacia nel cortile dei Belibikov. Nella bocca teneva serrata una lettera dal sigillo rosso. Non aspettò che io le dicessi che la morte può essere cancellata, così come la morte cancella la vita.
Aveva deciso di lasciarmi da solo a far rivivere il Nonno e a nuotare nel fiume scuro.

Testo segnalato da: Buràn
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