L'assurdità di quel giorno
di Daniel Nuñez del Prado Justo, Perù
(traduzione di Vanessa Figliomeni)



Non ricordo con chiarezza il giorno, i giorni freddi si somigliano molto, e neppure se fosse di giorno o di notte. Alla fine gli eventi che la mia memoria sta per raccontare saranno l'essenziale.
Mi trovavo a percorrere meditabondo i paraggi della mia città, la famosa città di sale; in questo stato all'improvviso mi smarrii nei pensieri erratici che a volte illuminano come un fuoco sfavillante la mia mente alquanto irritata.

Tutto successe in un batter d'occhio, credo che fossero cinque o sei gli individui che mi si avvicinarono, io non ne conoscevo le ragioni, neanche il luogo. Tutto fu così rapido che per un momento credo di essermi lasciato trasportare dall'emozione di un movimento tanto inusitato.

Mi fecero salire mio malgrado su una specie di furgoncino di colore nero, che aveva delle iniziali alquanto capziose, diceva semplicemente e.z.s.o. Mi condussero allora improvvisamente in luoghi a me invisibili. I miei carcerieri non potevo vederli in viso, giacché la mia vista si annebbiava al viavai del furgone. Presto mi legarono e persi del tutto la cognizione del tempo, l'ubiquità discese in me come per effetto di un influsso magico e simultaneamente demoniaco.
Avevo troppa sete, le mie mani ormai non potevano più muoversi da quella lettiga che non faceva altro che ferirmi la pelle già infiammata, era un vero e proprio nodo quello che avevo in gola, forse volevano uccidermi con questa tortura orrenda?

Non so quanti giorni passarono da lì in poi, ciò che potei notare per via della forza di gravità era che ora ero legato al tetto; avevo un tubicino introdottomi crudelmente nella narice, si sentivano tante voci e osservavo molta gente percorrere il recinto. Muovendo lentamente la testa notai che alla mia sinistra c'erano cinque individui nella mia stessa situazione, ossia annodati spietatamente al tetto, quindi io ero chiaramente il sesto.

Ad ogni istante si sentivano grida che esasperavano e dilettavano la mia mente, poiché al non sentire nulla i miei pensieri si facevano intollerabili e indescrivibili.
Un giorno mi ritrovai a passare lungo il recinto, che era una vera prigione, avevo indosso una vestaglia nera e delle ciabatte bianche; gli uomini che stavano lì mi ignoravano del tutto, sembrava che lo facessero per qualcosa che avevo fatto o detto precedentemente.

La lingua a volte si trasforma in un nodo e ti dico, può arrivare a ucciderti nel modo più impensato; bene, torniamo alla vicenda…

All'imbrunire cinque uomini mi legavano al letto, che adesso si trovava in posizione verticale. Mi parlavano di cose incoerenti, uno di essi mi accusava di un crimine; l'individuo mi apostrofava accusandomi di essere un presunto assassinio e io contestavo i fatti con decisione; tuttavia un certo dubbio si insinuava nel mio cervello, la mia mente vedeva qualcuno in un letto bagnato di sangue, credo che fosse il mio. Quanto serve ripensarci oggi con questa superficialità? Un altro di loro diceva che avevo investito un bambino di due anni, sosteneva che lo avevo fatto con premeditazione, con perfidia e per vantaggio personale. Questo sì che era ridicolo e intollerabile perché io non ero neppure in grado di guidare e di conseguenza argomentavo con molta veemenza contro la falsità delle sue parole velenose, ma egli ironicamente insinuava che la vittima fosse il mio stesso figlio.

Ci svegliavano ogni giorno con un bagno d'acqua gelida, sembrava che congelassimo in una grande cisterna pensata accuratamente a tal fine. Poi ci slegavano e ci insultavano, iniziavano a dirci cose come canaglie, maiali, maledetti e altri insulti che non ricordo né vorrei mai ricordare; lo facevano mentre ridevano a crepapelle, rotolandosi affannosamente sul pavimento; finito questo, ci assegnavano le vestaglie nere e ci davano come cibo dei panini che sapevano di bicarbonato di sodio; secondo loro quello era l'elisir per la nostra serenità; allora tutto si annebbiava, loro ci ignoravano, noi sei deambulavamo per la sala scontrandoci brutalmente e molte volte riportando ferite. Di lì a un'ora ci portavano il pranzo in piatti fondi di terracotta e dovevamo inginocchiarci per mangiare; a quanto dicevano, questo era parte di un rituale nel quale si benediceva una certa santità erratica e secondo alcuni eretica.

Presto noi reclusi diventammo amici, chiacchieravamo molte ore, ricordo solo frammenti dei nostri lunghi discorsi con i quali ci davamo conforto. Passarono alcuni giorni e ci cambiarono gli abiti: a ognuno di noi venne assegnata una tenuta differente; a uno fecero indossare un vestito alquanto antiquato, aveva spalline molto prominenti e una gonna di taglio scozzese, a un altro, il più magro, lo riempirono di così tanti abiti da farlo sembrare un obeso per poi schernirlo e prenderlo a calci, per me furono predisposti degli shorts da giocatore di calcio e una casacca di cuoio marrone.

Stranamente il trattamento nei nostri confronti cambiò, iniziarono a chiamarci coi nostri nomi, ora sapevo di essere Hildemaro Campos; ci lasciavano vedere immagini proiettate su uno schermo, in una sala al buio. Per fare questo usavano un vecchio apparecchio e il programma era sempre identico; ci si rendeva conto di come l'uomo vada a caccia di animali solo per svago e si vanti di una simile prodezza.

Un giorno fu strano perchè riuscii a parlare con uno degli assistenti, le parole che mi propinò mi spaventarono a tal punto che arrivai a perdere la parola; mi dissero che tutto questo gioco era ciclico e che presto mi avrebbero lasciato libero per poi tornare a catturarmi in seguito, mi spiegò anche che lui era arrivato a ottenere questo incarico perchè era stato catturato quando era molto piccolo; il momento della cattura di ognuno si reggeva sulla base della statistica differenziale. Le sue ultime parole mi lasciarono sfiancato...

Esteban, Esteban - sentii in lontananza - svegliati, amore svegliati - disse mia moglie con dolcezza - sembra che tu abbia fatto un brutto sogno. Respiravi in modo così agitato e hai sudato così tanto che mi sono svegliata.
Grazie cara, è stato davvero un incubo. La baciai affettuosamente e continuammo a dormire.
Di lì a due ore il suono acuto della sveglia mi destò all'ora abituale, dovevo andare a lavorare come ogni giorno, a timbrare il cartellino come qualunque altro semplice mortale abituato al sistema, quello di sempre; mi feci un bagno gratificante e mi asciugai senza fretta.
Adelaida, mia cara, il mio completo azzurro è lì? le chiesi.
Te lo porto subito tesoro, mi disse dalla cucina, dove sembrava intenta a prepararmi la colazione.
Il problema si presentò quando comparve sorridente, portando in mano la vestaglia nera e i sandali. Nell'altra mano la casacca di cuoio marrone e gli shorts da calciatore.

Testo segnalato da: Buràn
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