Il peso dell'acqua
di Jawahara Saidullah, India
(traduzione di Rita Balestra)



Quando Zara piange è capace di far piovere. Le sue lacrime sono come acido, intaccano il mondo, lo lavano dal dolore e dalla rabbia e dalla frustrazione. Anche dopo che si sono asciugate, le striature delle lacrime scorrono come solchi di terra bruciata, imprimendo il loro segno. Il suo segno. Per sempre.

Ma le lacrime di Zara non sono lacrime di rabbia. Perciò non ne impara la forza. Invece, apparentemente calma, fissa l'impiegato dell'aeroporto che la fissa di rimando guardandola come se fosse una stupida. Come se fosse lei la responsabile di quello scompiglio.

"Dov'è... lui?" Non ce la fa proprio a chiamarlo in altro modo.
"Perso", dice l'uomo con sicurezza.
"Perso? Che significa perso? Mica è una valigia. Come avete potuto perderlo?" Parla con calma, con un tono stranamente garbato. Ad ogni modo si sente venir meno: il viaggio di ventiquattr'ore, in aggiunta al tumulto emotivo della settimana precedente, è troppo.

"Signora, si sieda qui. La informeremo appena ne sapremo di più. Al più presto".
L'uomo la guarda con una certa compassione adesso, vedendola vacillare sulle proprie gambe. Ha appena finito di leggere i moduli per la richiesta di rimborso che lei gli ha consegnato. Lo fissa per un lungo istante, come se fosse congelata. L'uomo si muove a disagio, senza sapere se si troverà al centro di una scenata.

"Signora, la prego. Si sieda, per favore", la supplica disperato, guardando gli altri viaggiatori stanchi, con i capelli arruffati, in attesa nell'area degli arrivi dell'aeroporto. Guardano Zara e l'uomo, cercando, senza riuscirci, di dominare la curiosità. Zara sta in piedi al bancone, con le valigie accanto, da più di un'ora.

Zara non riesce a credere che abbiano potuto perdere suo padre. O meglio, il suo corpo. Lui, lui... avrebbe dovuto essere sull'aereo con lei. Lo aveva verificato sulla prima tratta del viaggio, da JFK a Schipol. Ma da qualche parte tra Amsterdam e Nuova Delhi la bara era scomparsa, come se questa… come se lui… fosse un bagaglio smarrito.

Si accomoda in una delle sedie in plastica sagomata, con lo sguardo impalato sull'uomo dietro al bancone. Ha bisogno di sedersi. Le gambe le tremano per la stanchezza e per il nervoso.

Appena otto giorni fa, il padre è morto nel sonno a causa di un potente attacco cardiaco.
Appena sette giorni fa, ha scoperto segreti che il padre aveva tenuto nascosti con cura. Non avrebbe mai immaginato lo sguardo carico di pena dell'avvocato mentre le leggeva le ultime volontà.

Sua madre non era morta quando lei aveva tre anni.
Alice, la donna che morì quando Zara aveva tre anni, non era sua madre ma la seconda moglie del padre. Non c'è da stupirsi se, per quanto si fosse sforzata, Zara non fosse mai riuscita a trovare una somiglianza tra la donna con gli occhi azzurri, pallida e sbiadita delle foto e la sua persona, di carnagione olivastra e con i capelli scuri.

"Robusta genia indiana", le avrebbe risposto suo padre, se avesse sollevato la questione.

Zara scoprì anche che Manzoor Alam non aveva mai trasformato la sua carta verde(1) in cittadinanza americana, nonostante avesse vissuto in quel paese per più di trent'anni. Non si era mai separato da quell'unico vincolo, sebbene fosse fuggito dalle sue radici provinciali indiane e avesse abbandonato la moglie incinta Rubina, portandosi dietro Zara. Questi sono gli elementi essenziali, i fatti puri e semplici raccontati nel testamento, ma Zara si chiedeva se avesse mentito a sua moglie, a sua madre. Se le avesse detto che avrebbe mandato a prenderla insieme al bambino, una volta sistematosi in America. Se avesse mai chiesto dell'altro figlio, suo fratello.

E se invece fosse venuto in America con le migliori intenzioni ma proprio allora si fosse innamorato di Alice? Oppure se la ritrovata libertà dai legami perduti lo avesse inebriato a tal punto da aver trovato la strada più facile per ottenere la carta verde?

Perché i morti hanno così tanto potere sui vivi? Perché deve essere fatta la loro volontà? Perché i vivi devono mettere da parte la propria vita per soddisfare i capricci dei morti?

Perché suo padre, dopo aver trascorso trent'anni lontano dall'India, chiedeva di essere seppellito lì nel suo testamento? Voleva essere sepolto tra i suoi genitori, che erano interrati in un piccolo cimitero musulmano ad Allahabad. Voleva che Zara si occupasse del trasporto del suo corpo e si assicurasse che fosse fatta la sua volontà. Voleva che suo figlio e sua moglie, Rubina, fossero presenti insieme a Zara.

L'avvocato si era occupato di organizzare la sepoltura. Suo padre gli aveva lasciato le informazioni su come contattare la moglie e l'altro figlio. Zara non riesce ancora a considerarli madre e fratello. Non riesce nemmeno ad arrabbiarsi. Nonostante il dolore, la confusione e la paura, non prova rabbia. Si sente tranquilla, come le acque di uno stagno.

"Le donne sono come l'acqua", era solito dire suo padre, "sono gentili e pazienti e si adattano a qualsiasi situazione in cui vengano a trovarsi".

Le diceva questo ogni volta che vedeva la sua rabbia prossima ad affiorare, e Zara si placava. Per le ragazze carine era sconveniente essere arrabbiate ed era ancor più sconveniente lasciare che gli altri conoscessero quella rabbia.

Perciò Zara fantasticava sulle sue lacrime di rabbia che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi. Avrebbero bruciato in lei come fuoco purificatore e pulito in un colpo solo tutti i segreti polverosi della sua vita. Poiché già allora si era resa conto della presenza di segreti. Qualcosa nel modo in cui suo padre parlava, lo sguardo a volte distante nei suoi occhi, le cose che diceva, le foto di Alice, tristi e spettrali.

Alice, che guardava sempre fuori dalla cornice in ogni immagine, come in cerca di qualcuno, di qualcosa, Alice che sembrava essersi smarrita. In una foto, Alice tiene in grembo una sorridente Zara, le braccia strette attorno alla bambina, gli occhi che guardano con ansia verso destra, come a cercare una via d'uscita. In un'altra, Alice con un semplice vestito bianco ma senza velo, stringe forte la mano di Manzoor mentre posano sui gradini di un qualche palazzo di giustizia. Manzoor sorride fiducioso, giovane e bello, mentre Alice, il profilo netto e deciso, lo fissa. Quasi come se stesse per scomparire da lì.

Quasi come se quell'uomo non fosse del tutto suo, come se fosse in prestito. Ed ora, apparentemente, sebbene fossero legalmente sposati sulla carta, salta fuori che Alice non era mai stata veramente la moglie di suo padre. Era una seconda moglie, che non sapeva dell'esistenza della prima ma che non era ignara di una vaga ombra pendente sul marito.

Adesso Zara si sente svenire. I voli interminabili, il cibo di plastica che non è riuscita a mangiare, le domande e gli scenari che ruzzolano uno sull'altro nella sua testa e la lotta per non disonorare suo padre o la sua memoria. Per cercare di fare questa cosa che le ha chiesto di fare. Quest'unica ultima cosa. Per questo si rifiuta di provare rabbia per il suo inganno, rabbia per non conoscere la sua vera madre, suo fratello, le sue radici, rabbia per Alice. Rabbia. Ma le donne sono come l'acqua. Ama sempre suo padre e non può rassegnarsi ai sentimenti suscitati dagli eventi dell'ultima settimana.

Ha la sensazione di affogare. L'acqua le sale fino al naso, le brucia i polmoni, le punge gli occhi. La circonda da ogni parte. Le donne sono come l'acqua. Danno la vita, sono gentili e pazienti. Si adattano.

Zara fissa l'uomo dietro al bancone, lo guarda fare telefonate. Beve tè da una tazza di porcellana spessa e sbreccata. Un gruppetto di persone con l'uniforme della compagnia aerea cammina verso di lui. Parlano e poi si girano a guardarla attentamente.

Dopo un'ora, una di loro le porta una tazza di tè. "Chai… voglio dire… del tè?" La donna è snella, armeggia con il walkie-talkie. Ha le unghie laccate rosso scuro.

"Sì, grazie. Grazie infinite".

"Viaggia sola... con il... con il... voglio dire, con suo padre?" Sulla targhetta del nome c'è scritto S. Raghav.

Zara si schiarisce la gola. "Sì."

S. Raghav si siede. "Posso chiamarle qualcuno? Un parente? Qualcuno?"
Zara non è sicura di cosa o quanto dire a questa donna che la guarda dritto in faccia. Si chiede se S. Raghav è come l'acqua. Apre la bocca quasi sul punto di chiederglielo, poi la richiude.

"Penso ci siano dei parenti là fuori. Una certa... una... Rubina Alam e Shahbaz Alam. Sono venuti da Allahabad a prendermi. Per piacere dica loro di questo… questo". Non riesce a trovare le parole per descrivere la situazione, ma la donna capisce lo stesso.

S. Raghav se ne va, visibilmente sollevata per il fatto di poter essere d'aiuto in qualche modo, mentre allo stesso tempo tenta di ridimensionare un problema enorme. Perdere un cadavere per la strada non è una buona pubblicità per una compagnia aerea.

Zara vorrebbe sapere come sono Rubina e Shahbaz. Sua madre. Suo fratello. Assapora il gusto delle parole sulla lingua, curiosamente rimane impassibile. Si chiede se sia normale sentirsi così distaccata da loro. Le assomigliano? I suoi occhi ricordano i loro, in qualche modo? L'escrescenza sul naso è un'eredità di sua madre? È anomalo non sentire i richiami del sangue dall'esterno?

Vorrebbe sapere cosa provano. Se sua madre ha mai sentito la sua mancanza. Se suo fratello ha mai chiesto di sua sorella maggiore. Sa che la sua esistenza non è stata cancellata dalle loro vite come invece di fatto è successo per le loro nella sua. E infine eccoli, degli estranei divisi soltanto da un pasticcio burocratico e dallo spazio di un grande edificio.

Erano venuti per incontrarla? È probabile che Rubina si senta in qualche modo trionfante, vittoriosa per il fatto che, alla fine di tutto, il marito assente, errabondo sia tornato a casa da lei per sempre. Che la figlia perduta, un'estranea da un altro mondo, che fino ad oggi aveva creduto di essere per metà di un'altra etnia, sia tornata da lei anche se temporaneamente?

S. Raghav ritorna. "Gliel'ho detto. Hanno risposto che aspetteranno."

"Grazie," sussurra Zara.

Si appisola per un po' nell'area degli arrivi, ora vuota. Poi si sveglia. Attraverso le enormi vetrate riesce a vedere il sorgere delle prime luci del giorno. Controlla sul grande orologio digitale vicino allo stand Thomas Cook. Sono quasi le sette del mattino. Sono quasi sei ore che è qui.

Lascia il bagaglio ma porta con sé la borsa per andare al bagno, si lava il viso, si pettina e cerca di calmare le farfalle nello stomaco. Ritorna al bancone.

"Novità?"

Adesso c'è un altro uomo, un uomo grande con dei baffi a manubrio. L'altro, insieme a S. Raghav, doveva probabilmente essersene andato mentre dormiva.
"Di che genere?" domanda rudemente, mentre inserisce dei codici nel computer. Continua.
"Si accomodi, prego. Al momento sono occupato e non ci sono voli in partenza." Le parole sono apparentemente gentili, ma la sua rudezza affiora da sotto la superficie.

"Aspetto da sette ore. In attesa di scoprire che fine ha fatto mio… mio…" La voce le si affievolisce. "Non le ha detto niente l'altro signore che era qui? O quella signorina, S. Raghav? Se ne sono andati?" Si vede intrappolata in questo aeroporto mentre il suo defunto padre viaggia per il mondo.

"Signora, sa quante borse e valigie si smarriscono ogni giorno? Abbia pazienza, le ritroveremo la borsa. Compili questo modulo con la descrizione. Qui ci sono degli esempi di bagaglio che possono esserle d'aiuto." La liquida sbrigativamente.
Uno tsunami interno la invade. Il peso dell'acqua che le preme contro è enorme, le fa perdere l'equilibrio, divora il suo io. La trascina via, rendendola parte della sua furia e della sua forza. Non riesce più a sentire la voce del padre che le dice di placare la sua rabbia. Le donne sono come l'acqua. Le donne sono come l'acqua. Le donne sono.

Lo aggredisce verbalmente.

"Non ho bisogno di riempire niente. Non ho bisogno di guardare nessuna foto per descrivere il mio bagaglio. È una cassa di mogano scuro, liscia, semplice. Lunga circa un metro e ottanta, larga sessanta centimetri. E dentro c'è il corpo di mio padre. Mi sente? Il maledetto corpo di mio padre è dentro quel maledetto bagaglio smarrito."

Si sente libera, la dose di rabbia le scorre per tutto il corpo, le pulsa nelle orecchie come un'onda incessante che rifiuta di placarsi.

"Ehm... ehm", farfuglia l'uomo.

Zara sta urlando. Non riesce a fermarsi. È un uragano, è un'onda di marea corrosiva, lacrime di rabbia le scorrono sul viso, prendendo il sopravvento sul dolore disperato e sulla confusione di prima.

Arrivano delle persone, parlano tutte insieme, tutte cercano di calmarla, la paura scritta sui loro volti.

"Per favore signora, la prego."

"Mi dispiace. Mi dispiace moltissimo."

"Lo troveremo. Glielo garantisco."

Non li ascolta più. È stanca delle loro scuse.

"Adesso, trovatelo adesso. Esigo che lo troviate ora." La sua voce è forte nonostante le lacrime. È ferma e impassibile. Non starà più buona ad ascoltare.

Poi vede S. Raghav correre tra la folla, con delle carte.

"Lo abbiamo trovato," dice. Zara nota che una delle unghie laccate si è scheggiata, il bianco-rosa sottostante risalta.

Le spiegazioni di S. Raghav vengono giù a precipizio, le parole cadono una sull'altra. È stato commesso un errore al momento dell'imbarco. La bara era stata erroneamente caricata su un volo da Amsterdam per Singapore. Era stata collocata da qualche parte nel reparto deposito bagagli all'aeroporto e messa sul volo successivo per Delhi. Adesso è in viaggio.

"L'aereo sta per atterrare. Tra circa un'ora," disse S. Raghav, esultante, mentre il resto della folla si disperde sollevato. "La condurrò alla pista d'atterraggio prima che facciano qualsiasi altra cosa, prima che scarichino i bagagli." Zara inciampa e rischierebbe di cadere se l'altra donna non la sostenesse con una mano sotto il braccio.

Zara è in piedi, guarda suo padre. Ha il volto grigio-verde, la pelle è così fredda che l'aria già calda del mattino di Delhi si condensa in perle sulla pelle come fosse sudore. Si augura di avere con sé un fazzoletto per poter asciugare il liquido che scorre nelle cavità dei suoi occhi chiusi.

È rattrappito, un vecchio, morto con i suoi segreti. Zara sa che non potrà mai avere le risposte che avrebbe potuto darle. Spettava a lui fornirle o celarle. Ma l'ha portata qui, faccia a faccia con i loro passati in comune, carichi di segreti intessuti e stratificati che può districare da sé.

Non ha più niente da dare, non ha più potere su di lei. Ha fatto quest'unica cosa per lei. Un'unica ultima cosa. Le disse insegnandole: "Le donne sono come l'acqua. A volte dolci e pazienti, altre volte arrabbiate e potenti, distruttive quando occorre. Pioggia lieve o onde feroci e potenti. Le donne sono come l'acqua, Zara."

In ginocchio sulla dura pista d'atterraggio, bacia la fronte umida e viscida e asciuga un po' dell'umidore. La mano indugia solo per un istante; gli occhi fissano l'immagine nella sua mente per sempre. Poi, alza lo sguardo e fa cenno all'uomo che regge il coperchio della bara.

Mentre si dirige all'edificio, le lacrime smettono di scendere, le spalle si raddrizzano e le braccia oscillano lungo i fianchi. Non sente più il peso dell'acqua gravare su di lei.

Testo segnalato da: Buràn
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