Nuovi Sacramenti Clandestini
di Anonimo, U.S.A.
(traduzione di Michela Pezzarini)
Una volta, quando mia sorella Jenelle e io avevamo 7 e 8 anni, di nascosto mettemmo le mani sul pane e il vino della comunione e li assaggiammo. Poiché eravamo protestanti e non cattolici, penso che non corremmo il rischio di mangiare e bere davvero il corpo e il sangue di Cristo. All'epoca frequentavamo una scuola cattolica, cui nostro padre ci aveva iscritto pronunciando questa frase: "Sempre meglio cattolici che pagani!". Io non sapevo esattamente cosa fosse un pagano, ma da quando mio padre aveva detto quelle parole, avevo passato i primi tre anni delle elementari ad insultare gli altri bambini chiamandoli "pagani". Alcuni di quelli, i più bulli delle case popolari, già scafati all'età di sette anni, mi dicevano "stronzetta", ma io sapevo di poterli fregare: "sei solo un pagano", così gli rispondevo. In genere mi guardavano confusi. Una volta Sorella Agnes, una delle suore, assistette a uno scambio di insulti e scoppiò a ridere. Come! Una suora rideva alla super-extra-parolaccia: capii allora che "pagano" non era il gancio destro che avevo sempre immaginato.
Nelle scuole cattoliche ero stata introdotta al concetto di transustanziazione, concetto ignorato dalla maggior parte dei battisti. La mia insegnante, la signora Coconougher, mi aveva spiegato che transustanziazione era "quando il pane e il vino si trasformano realmente nel corpo e nel sangue di Cristo". "Bleah!", fu la mia reazione. C'erano dei ragazzini, un paio d'anni più grandi, che facevano regolarmente la comunione, sicché la spiegazione dell'insegnante modificò radicalmente la mia percezione di loro: mangiavano Cristo e bevevano il suo sangue! Ero schifata e affascinata allo stesso tempo. "No, è una cosa bellissima; un sacramento molto bello". La signora Coconougher mi lasciò seduta al banco a meditare sullo strano mondo degli adulti e quanto poco desiderassi farne parte - se ciò implicava l'adozione del cannibalismo come stile di vita religiosa.
La domenica in cui Jenelle ed io mettemmo le grinfie sulla comunione, la messa si era protratta a lungo. Le comunioni domenicali erano sempre lunghe - lunghe ma interessanti. Ne sapevo abbastanza da aver capito che era vietato accostarsi alla comunione se si era troppo giovani o si aveva sulla coscienza qualche peccato e, trasgredendo, si diventava corresponsabili della morte di Gesù Cristo. Mi chiedevo chi potesse sopportare una responsabilità come quella, e perciò io e Jenelle tenevamo d'occhio i membri della comunità, controllando chi prendeva la comunione e chi no. Era evidente che chi non la prendeva doveva vivere nel peccato. Quello fu l'anno in cui mia madre, la moglie del predicatore, iniziò una relazione con il diacono; io e Jenelle, agghiacciate dall'orrore, controllavamo chi dei due avesse le palle di crocifiggere Cristo un'altra volta! Mia madre mise in croce cinque volte su cinque il povero, tormentato e senza requie figlio di Dio. Don, così si chiamava il diacono, era senz'altro meno audace e un paio di volte sbriciolò appena tra le dita il pane consacrato e finse di bere il vino. Fu proprio quella domenica, osservando la quarantina di fedeli, peccaminosi e non, che componevano la piccola comunità religiosa paterna, che Jenelle e io mettemmo a segno il colpo.
"Ho fame", sussurrai a Jenelle. Avevamo sempre avuto il desiderio di assaggiare quel pane. Era pane non lievitato, quindi piatto, duro come una galletta ed esotico. Diedi una sbirciatina alla nonna, che pregava in silenzio. Avevo per caso sentito una conversazione tra la nonna e il babbo, quella mattina: "Pauline Grisby deve andare via prima oggi, non può occuparsi del pane e del vino sull'altare", così aveva detto la nonna, che aveva deciso di portare tutto lei a casa. Nel mio cervello cominciò a prendere forma un piano, che sussurrai all'orecchio di Jenelle mentre la funzione volgeva alla fine.
A messa finita la nonna raccolse le coppe della comunione vuote. Jenelle ed io ci offrimmo d'aiutarla e le impilammo con cura una sull'altra per poi riporle al loro posto. Intanto, la nonna riordinava il resto delle suppellettili sacre.
"A me sembra succo di frutta", commentò scettica mia sorella, mentre la nonna riponeva il "vino benedetto". Condividevo. Sul contenitore era visibile l'inconfondibile logo di Welch, che mi portò a dubitare che Pauline l'avesse preso direttamente dal tavolo della sua colazione del mattino. Il sangue di Cristo stava già perdendo appeal ai miei occhi, così concentrai l'attenzione sul pane consacrato - che doveva certamente essere prodotto in qualche speciale panetteria, la speciale-panetteria-di-Dio-da-qualche-parte, e che quindi era esotico oltre che mistico. Seguimmo la nonna fino all'auto, gli occhi incollati sul pane e sul vino. Il corpo e il sangue di Cristo furono piazzati sul sedile posteriore della Chevy Impala; dopodiché nonna se ne tornò in chiesa per due chiacchiere.
Jenelle e io, zitte zitte, ci infilammo nell'automobile. Ci scambiammo uno sguardo: "Fallo tu!", le ordinai. "Ci mettiamo nei guai", rispose. "Dai, solo un pochino", insistetti, sperando che si facesse avanti per prima - giusto per evitare il peggio se mai Dio avesse deciso di avvelenarci per averlo mangiarlo di soppiatto. Jenelle scartò il corpo di Cristo che era avvolto nel sacchetto di plastica da pane industriale della Reynold's e ne prese un boccone, piccolo. Si spezzò come un cracker tra le sue dita. Se lo portò alla bocca, depositandolo esitante sulla lingua. "Mmmmmm, è buonissimo". Sembrava che non le fosse successo niente di strano, e decisi di assaggiarne un pezzetto anch'io. "Ma se non sa di niente!", esclamai. Jenelle stava già mangiandone un altro pezzo. Era vietato, ed era il corpo di Cristo! Ma non ci faceva niente, non ci faceva morire. Questo era un motivo sufficiente per continuare.
Quando la nonna tornò, avevamo mangiato più di mezzo corpo di Cristo e tracannato un po' di quel vinello da tavolo per mandarlo giù meglio. Avevamo riavvolto il resto con cura e ce ne stavamo sedute tutte pie al nostro posto tra teatrali rutti da digestione da succo d'uva, ridacchiando perché eravamo riuscite a fregare Dio.
Penso di aver smesso di credere nel potere di Dio in seguito a quell'evento, visto che da allora mi lanciai in una raffica di peccati contro il corpo di Cristo. Prima di compiere otto anni avevo già infilato le mani nel tabernacolo della chiesa cattolica, dato una leccatina all'ostia benedetta (poi rimessa al suo posto) e mi ero anche fatta quattro risate il giorno appresso, quando il prete la benediva prima di distribuirla ai presenti. Mi ero inoltre ubriacata con gli avanzi del vinello della comunione ed ero addirittura arrivata a insaporire le ostie con del peperoncino piccante. Alcuni dicono che queste sono infrazioni minori, sono cose da bambini. Io dico che solo i figli di un predicatore peccano intenzionalmente contro il corpo e il sangue di Cristo.
Testo segnalato da: Buràn
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