Glossario del Pane
di Elizabeth Baines, Regno Unito
(traduzione di Rossella Cirigliano)



BREAD: dall'inglese antico, a sua volta dall'antico frisone, pane (OED(1)), in origine significava boccone, o briciola (Clark Hall, Concise Anglo-Saxon Dictionary, 1966).

*

ROLL: un singolo panino, per la precisione arrotolato o piegato in due prima di essere infornato (OED).
Roll. Così chiamiamo oggi i panini in miniatura di qualsiasi consistenza o forma: una generica etichetta sugli scaffali di tutti i supermercati in un'epoca di distribuzione di massa e di multinazionali alimentari, i vecchi e precisi nomi locali cancellati o trasformati in specialità nazionali al dettaglio. Così Janey e io chiamiamo adesso quelli, soffici e rotondi, che stiamo imburrando per il funerale di nostro padre.
Il tempo dissolve i significati.
Li apro facendo leva e spalmo le bianche parti interne che cedono. Janey li richiude sul prosciutto che, per tutta la nostra infanzia, nostro padre aveva bandito dalla casa, ma al quale poi si arrese e finì per mangiare.
L'orologio fa tic-tac sul muro, l'acqua alla gola.
Li chiamavamo baps, dice Janey, ma nessuna di noi due riesce a ricordare dove questo accadesse, o quando.

BAP: primo uso registrato tardo XVI secolo, origine sconosciuta. Una piccola pagnotta o panino cotto al forno di varie grandezze e forme, prodotto in diverse zone (OED, 1933); un grande panino morbido (OED ed. ridotta, 1993).
Era forse Rhyl(2), il posto dove siamo andati a finire nei primi anni '50, troppo giovani all'epoca per considerarli gli anni del dopoguerra? Avevamo lasciato un mondo di verde dove il passato si affacciava da foto incorniciate di volti familiari che la gente diceva assomigliassero ai nostri. Il paese dei nostri nonni, i genitori di nostra madre. Il mondo di nostra madre.
Nel luogo dove nostro padre ci aveva portato c'erano cemento e neon. Non conoscevamo un'anima. Andava tutto a rotoli e cominciavamo a renderci conto non solo della stranezza che ci circondava, ma anche di quella che riguardava noi: il mondo di nostro padre.
La mamma non andò più in chiesa e non solo perchè non voleva, intuimmo. Il suo sorriso era nervoso; papà rimuginava in silenzio. Il buio, le pareti cupe e le ombre del nostro appartamento sopra il fornaio stridevano con la luce intermittente sul monotono viale senza vita. Una spaventosa altezza divideva la nostra finestra dal grigio marciapiede di sotto.
Quello fu il posto dove iniziammo a sentirci umiliati.
Aspettavamo fuori con la carrozzina del nostro fratellino, mentre la mamma entrava dal fornaio. Impilati in vetrina c'erano i bap, se erano quelli che allora chiamavamo così: proibiti, troppo cari per noi, per le persone come noi (sebbene non ci fossero altre persone alla deriva e inspiegabilmente in difficoltà come noi). Niente in confronto al costo, semplici briciole. Ma non erano niente: gocce delicate, dorate, impolverate di farina, promesse di dolcezza e calore. Appoggiavamo la fronte sul vetro, l'acquolina in bocca.

E poi la mamma usciva con la fredda pagnotta gommosa già affettata nella busta di cellophane, il sorriso troppo aperto. "Dai!" urlava troppo allegramente, mentre riponeva il pane nella carrozzina dove si schiacciava per poi ritornare con un balzo ad assumere la propria forma. "Andiamo a fare una passeggiata sul viale!"
Partiva e noi le andavamo dietro; il suo vestito di seta blu, ereditato da una zia ricca, si sollevava svolazzando nell'aria agitata e mi avvolgeva le gambe mentre le camminavo a fianco.
bap. Una parola paffuta, morbida, ma anche il suono di qualcosa che tocca con leggerezza. Ce l'eravamo portata dietro dal luogo più sicuro che avevamo lasciato, un'antica parola inglese da una valle del Galles comodamente anglicizzata, o l'avevamo scovata allora, come uno dei ciottoli abbandonati dalle tempeste su quella costa celtica soffocata dal cemento?

BARA. Termine gallese per pane, che non abbiamo mai pronunciato, le bocche cucite. Durante le lezioni sedevamo ammutolite. La sera eravamo senza parole e immobili mentre fuori la musica gemeva dai portici e noi aspettavamo impaurite il rientro di papà.
E poi all'improvviso, inaspettatamente, ci trasferimmo di nuovo, questa volta in una città dell'Inghilterra centrale dove i panini erano chiamati con un nome diverso. Era quello il posto dove li chiamavano bun?

BUN: Tardo inglese medievale, origine sconosciuta. Un piccolo soffice pane dolce rotondo o focaccia con ribes. (OED ed. ridotta, 1993). Forse dal francese antico bugne, che significa gonfiore prodotto da un colpo (OED, 1933).
C'erano ragazzi che a causa del nostro modo di parlare ci tiravano le pietre, che schivavamo. Col tempo il nostro accento ci suonò bizzarro, i nomi che davamo alle cose ci sembrarono alieni e arcaici e, in un batter d'occhio, li rinnegammo e dimenticammo come se non ci appartenessero più.
Eravamo degli estranei per nostro padre come egli lo era per noi, con il suo silenzio, le briciole della sua storia, la terra distante dei suoi natali di cui non parlava quasi mai, il suo fallimento nel trasmetterci un senso di continuità o appartenenza.
Ci guardava con occhi luccicanti, senza espressione. Stava via per giorni e poi le luci della macchina che ritornava lungo il vialetto proiettavano sul muro dell'ingresso ombre come corpi che svengono.

Nella fredda casa dispersiva, entravamo in cucina e trovavamo nostra madre piegata sul tavolo a singhiozzare.

In qualche altro posto in cui abitammo, li chiamavano cob.

COB: tardo inglese medievale, contenente il significato di 'arrotondato' o 'testa'. Origine sconosciuta. Una pagnotta dalla testa arrotondata (OED ed. ridotta, 1993).
Mi colpì sulla testa e mi diede una forte botta sull'orecchio. Si stava scatenando, imprevedibile, senza controllo.
Stavamo alla larga. Giravamo per le strade, lungo le schiere di case buie di città portuali e minerarie, lungo i caseggiati fatiscenti di una città scozzese; entrammo a far parte di bande, imparammo i giochi di strada, succhiavamo caramelle nel cupo rifugio insulare della luce dei lampioni, trangugiavamo le parole chiave di ogni posto nuovo con la stessa velocità con la quale i camaleonti afferrano le mosche. Restavamo fuori il più a lungo possibile, pur sapendo che più a lungo era, più probabilità avevamo di prenderci pantofolate pungenti o bastonate taglienti o brucianti frustate con la cintura.
COB: Significa anche battere sui glutei con uno strumento, come punizione. Nautico, metà del XVIII secolo.
Frantumare o provocare contusioni. Industriale, tardo XVIII secolo.
Inoltre, to get a cob on: arrabbiarsi. Gergale, metà del XX secolo, origine sconosciuta.
(OED ed. ridotta, 1993).
Qualunque fosse il posto in cui vivevamo e dove era in uso la parola cob, il termine era specifico e indicava per la precisione non un panino morbido, bensì dalla crosta dura.

Ci indurimmo. Diventammo scaltri.
A Glasgow li chiamavano muffin. "Vuoi un muffin?" mi chiese la madre di un nuovo amico e, sebbene mi aspettassi qualcosa come un pasticcino (OED ed. ridotta, 1993: MUFFIN: una focaccia piatta, circolare e spugnosa spesso mangiata tostata), non feci una piega quando mi porse un comune panino. I rovesciamenti delle definizioni standard e l'interscambiabilità dei termini cominciavano a divertirmi: la parola bap compariva di nuovo, questa volta non come un nome per panini, ma per i grandi pani piatti che tuttavia in un altro posto erano chiamati oven bottoms(3). Amavo lo sconvolgimento di generiche confusioni, il fatto che in alcuni posti i panini fossero chiamati focacce.

Barmcakes, li chiamavano, in quella monotona città dell'Inghilterra centrale, dove alla fine mi ribellai.
BARM: dall'inglese antico, a sua volta probabilmente dal basso tedesco, beorma: la spuma in cima alla birra che fermenta; fermento (OED ed. ridotta, 1993).
BARMY: pieno di fermento (OED, 1933).
Avevo dodici anni ed ero piena di fermento, spumeggiante di possibilità, con la sensazione che nessuna definizione, o stato di cose, fosse scolpita nella pietra, ma che tutte le realtà potessero cambiare, essere sfidate. Io lo sfidai: sgusciai via come una lucertola dalle sue mani, che colpirono l'aria, risposi da una distanza più sicura mentre lui rimase in piedi là furibondo, in fermento e, sebbene significasse che alla fine avrei ricevuto più botte, ero forte di una sensazione della realtà nuova di zecca.

Dissi (senza neanche indietreggiare) che volevo andare in chiesa. Non era vero in realtà, ma un ragazzo che mi piaceva mi aveva invitato e stavo sfidando tutta l'autorità di mio padre, che includeva, avevo sempre pensato, un bando sulla religione di nostra madre.

Non si infuriò. Aggrottò la fronte, ma non andò in collera, né guardò con occhio torvo.
Il tempo dissolve i significati. Nessuna definizione, o stato di cose, è scolpita nella pietra.
Disse che non mi avrebbe fermato.
Mi sentii trionfante e non lo nascosi, sprezzante. Lo osservai mentre mi guardava e poi distoglieva lo sguardo, le spalle accasciate.
Mi guardò di nuovo, gli occhi incandescenti. Disse attentamente, amaramente, quasi sarcasticamente che l'ultima cosa che avrebbe mai voluto fare era rovinarmi la vita per la religione, come una volta avevano fatto con lui.

Yiddish: broyt, dall'antico alto tedesco brot.
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PANE: una parola che è passata dal suo originale significato di pezzo o pezzi spezzati attraverso il significato di "pezzo di pane" a quello di pane come sostanza (OED, 1933).

PANE: il mezzo di sussistenza (OED 1993).



(1) OED: Oxford English Dictionary.
(2) Località di mare nel Galles del Nord.
(3) Lett. fondi di forno, altro nome per indicare il tipico muffin inglese. (N.d.T.)



Testo segnalato da: Buràn
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