Merenda alla luce del crepuscolo
di Antonio Segovia Molina, Spagna
(traduzione di Davide Benedetti)



Se dovessimo rappresentare l'ispirazione per questo racconto come un lungo filamento, ad un estremità troveremmo il sorriso estasiato di Carl Sagan, mentre ci spiega come un raggio di sole possa trasformarsi nella gazzella sognata da un leone africano. All'altro capo ci sarebbe la mia sconosciuta amica Cristina Pérez che mi mostra un suo racconto, bello e chiaro come lo scorrere del tempo. L'incontro tra personalità tanto diverse è un lusso di quelli che ci possiamo permettere, modestia a parte, noi che dedichiamo parte del nostro tempo al "mestiere di scrivere".
Al Dr. Carl Sagan, in memoriam.
Per Cristina, in vitam.


Giovedì, 8 novembre.
Un giorno mi deciderò a comprare un diario, di quelli cuciti e rilegati a mano, con fogli di carta vergata di 108 g/m2; e che hanno, oltre alla cellulosa, un 30% di cotone, in cui potrò scrivere ogni sera e fare disegni o bozzetti per illustrarlo. Sono anni che scrivo su fogli sparsi, come quelli già utilizzati sull'altro lato dai miei figli o da mio marito… Non mi sono nemmeno presa il tempo necessario per metterli insieme e in ordine.

Il valore della costante di Planck (rappresentata dalla lettera h) è 6,626x10(-34) Joule per secondo.


Venerdì, 9 novembre.
Come potrei descrivere il tramonto del sole senza attingere dagli stilemi che la lingua scritta mette a nostra disposizione? Se voglio trasmettere il sentimento di cui ero pervasa di fronte ad uno spettacolo così affascinante, come quello dell'astro che di colpo cadeva dietro la vallata, devo necessariamente ricorrervi. Il che non è facile, in quanto un tramonto, oltre ad avvenire quotidianamente e per quanto possa essere bello, è stato descritto migliaia di volte, nella letteratura arcaica, in quella medievale, classica, moderna, contemporanea… Quel tramonto, che a me parve unico e irripetibile, lo hanno ritratto in maniera magnifica gli scrittori arabi e cinesi, indiani e nordamericani, lapponi e sudafricani… Tuttavia continuo ad avere l'impressione che il sole eseguì la sua danza per un unico spettatore: io.
"Sole che muori, sole, che vuoi? Sole dei soli, il sole del mio sole…"
No, non mi piace. Anche se la ripetizione delle esse può richiamare la lentezza del tramonto, il risultato è troppo ridondante.
"Ciclope che striscia come un serpente e si nasconde come un topo…"
No, neanche. Accetterei l'esempio del "ciclope", che fa riferimento alla grandezza e allo splendore solare, come un occhio onnipresente, un Grande Fratello cosmico; tuttavia, "strisciare come un serpente e nascondersi come un topo" è puerile, più caratteristico di un racconto per bambini che della prosa poetica che cerco.
"Fuoco che non arde, chimera dei giorni, fantasma delle notti".
In quest'occasione credo che la frase sia troppo vaga, lontana. Possiede forza stilistica ma scarso valore descrittivo. Io pretendo qualcosa che unisca entrambi gli aspetti: una bella descrizione, semplicemente.
Forse sarebbe meglio cercare aggettivi che mi possano servire per evocare la solenne grandezza del sole (immensurabile, insolito, dominante, strepitoso, insigne, caparbio, energico, splendente, colossale…) e altre parole con le quali parlare dello stato d'animo che il paesaggio crepuscolare trasmette (venir meno, soccombere, arrendersi, sottomettersi, lasciarsi andare…). Una volta scelte le più originali, devo metterle insieme con maestria cercando il climax…
Davanti alla grandezza della stanza - mi riferisco al paesaggio -, di fronte al caparbio sforzo della sua morte, la stella dominante, un tempo energica, colossale, strepitosa, splendente, cade senza speranza né consolazione in un sogno di eroi, antichi miti, notti senza vederti. Ed io con lei, compagna di sua sorte, mi lascio andare, soccombo, zoppico, mi arrendo, mi consegno fino a domani all'assenza della tua mente.
Possiede ritmo almeno, difatti sembra una poesia: se mettiamo le frasi una dopo l'altra, come versi, si trasforma facilmente in poesia. Ma io non voglio scrivere una poesia. Pretendo soltanto, l'ho già detto, una bella descrizione di un momento che segnò la mia vita: il tramonto che mi afferrava con delicatezza, come un bambino quando prende un uccellino caduto dal nido. Potrei descrivere la notte successiva: anche le notti hanno il loro fascino e forse maggiori possibilità letterarie.
Notte di San Bartolomeo, Notte delle Streghe, Notte dei Cristalli, Notte di Natale…
E che dire poi se alla notte aggiungiamo una luna…
Chiaro di luna, mezzaluna, luna calante, luna di miele, plenilunio.


Lunedì, 12 novembre.
Accadde un tardo pomeriggio di tanti anni fa, ma credo che insieme a quel sole se ne andò la possibilità di un futuro diverso… Ci vorrebbe un'altra vita per recuperare il tempo perduto poiché si trattava di un tramonto davvero irripetibile, come le circostanze che hanno provocato questo lasciarmi andare, languido come il torpore successivo all'orgasmo e al tempo stesso angosciante come la sensazione di non essere protagonista della tua stessa vita…

L'energia associata ad una determinata radiazione elettromagnetica si calcola con la formula E= h · (1/λ), dove h è la costante di Planck e λ è il valore della lunghezza d'onda. Da questa equazione si deduce che la luce ultravioletta, la cui lunghezza d'onda è molto corta - nell'ordine di milionesimi di millimetro -, porta con sé una grande energia, che la rende lesiva per le molecole (destabilizza elettroni, rompe legami, ne promuove la creazione di altri…) e pertanto assolutamente inadeguata ai sistemi biologici. Per fortuna abbiamo - per quanto tempo? - un filtro atmosferico di ozono per queste radiazioni letali!
La stessa cosa succede con le radiazioni infrarosse, la cui grande lunghezza d'onda - in questo caso da millesimi di millimetro fino a millimetri - fa sì che abbiano un'energia così piccola da non riuscire a provocare una reazione chimica o biochimica.
Dello spettro di radiazione solare, solo la luce visibile ha con sé una quantità di energia sufficiente per mantenere attivo il sistema biosfera.


Accadde in un crepuscolo…
Credo di ripetere molto la parola "crepuscolo". Per evitarlo ricorro al dizionario dei sinonimi e ne scopro uno che non conoscevo: "bruzzolo". È così strano e assolutamente letterario che lo utilizzerò.
Il bruzzolo sfumò lasciando oltre le montagne una chiazza vaga, quasi tenera, come un quadro di Zóbel(1). Quanto tempo fa avvenne? Trent'anni? Di più, forse? Entrambi eravamo adolescenti e sprigionavamo il candore della verginità pronta ad essere vulnerata. Io lo spogliai dolcemente, all'inizio la camicia, un bottone alla volta, mentre gli baciavo la carne che si faceva strada, impetuosa, impaziente di entrare in scena. Poi i pantaloni, e la stessa liturgia dei baci. Il sesso nudo, in mezzo a quel paesaggio aperto, senza altre pareti al di fuori delle montagne colme di larici, neri e alti, invocava con forza un pudore che si rifiutava di fare atto di presenza. Il sesso, grande, battagliero, eroico. Poi lui: mi tolse gli indumenti, liberando la mia pelle bianca perché supplisse alla mancanza di luce. Dopo mi baciò in parti del corpo fino a quel momento appartenute solo al mio mondo segreto e lascivo, il suo respiro divenne il mio… Le carezze e il delicato sfiorarsi (che coincidenza, mentre scrivo Silvio canta "un dito qui, un labbro lì(2)"), lenti come gli anni dell'infanzia, a poco a poco ruppero inevitabilmente in terremoti e ondate di piacere, come venti favorevoli; il temporale cessò con grida, mitigate appena dal canto dei cuculi, e la spossatezza, il sudore che cadeva sull'erba tiepida, il sonno, quel piacevole torpore…

Lo spettro della luce visibile comprende lunghezze d'onda che vanno dai 400 nanometri (corrispondenti al colore viola) fino ai 700 nanometri (colore rosso). A ciascuna di queste lunghezze d'onda, come è già stato spiegato in precedenza, corrisponde una determinata energia. Per esempio, alla luce azzurra, di λ=500 nm, corrisponde un'energia di 57,7 chilocalorie/einstein (un einstein è una "grammomolecola di fotoni", anche se i fotoni non sono corpuscoli e non è del tutto corretto parlare di grammomolecole per far riferimento a questi), vale a dire, il numero di Avogadro di fotoni (6,023 x 1023).
Le energie associate alle radiazioni visibili sono assorbite da alcuni composti chimici, i pigmenti fotosintetici, il più comune dei quali è la clorofilla. L'energia di un fotone serve per "lanciare" un elettrone dalla clorofilla ad uno stato a più alta energia: uno stato eccitato. Gli elettroni "persi" in questo modo dalla clorofilla vengono sostituiti velocemente da elettroni dell'acqua, che si dissocia secondo l'equazione:
H2O + luce ↔ 2H+ + 2e- + ½O2



Mercoledì, 14 novembre.
Devo rivedere quanto ho scritto, forse è troppo smielato. È difficile non cadere nell'artificiosità quando si scrive d'amore.
L'aurora spuntava e la frescura del mattino si palesava sulla sua pelle nuda e addormentata facendogli rizzare la sottile e bionda peluria. Sulla sua bocca l'attaccatura delle labbra si nascondeva nel fondo di una commessura profonda, come fosse imbarazzata. Mi eccitava baciare quell'incastro tenero, come di gelatina. Credo di essermi innamorata di mio marito, alcuni anni dopo, perché aveva una bocca simile a quella.
Il bacio dovette riconfortarlo e, invece di svegliarsi, si immerse in un sonno più profondo; io intanto andai a lavarmi in un vicino ruscello che non aveva smesso di cullarci per tutta la notte. La riva era scivolosa, visto che un'argilla pulita e pura come un'anima candida formava una vasta spianata sul lato destro del meandro. Il sole, resuscitando tra i monti del nordest, dipinse nuovamente la vallata con tonalità cangianti: l'argilla marrone divenne rossa come un peccato senza pentimento. Ne presi una buona manciata tra le mani e mi diressi dove lui continuava a dormire.
Con la stessa cura con cui ero abituata a maneggiare il tornio nel laboratorio, mi misi a ricoprirgli di fango il ventre liscio e il sesso, che giaceva tra le cosce come un soldato macedone nelle lunghe notti delle campagne alessandrine, immerso in un riposo teso, addormentato ma all'erta…
È ingegnoso questo fatto del soldato macedone teso. E in più si collega con il luogo in cui misi il calco di argilla…
-Che fai? - Mi domandò, ancora immerso nel suo letargo, sentendo sul corpo la frescura del morbido limo.
-Un calco del tuo ventre e del tuo sesso. Conserverò l'essenza del tuo corpo in questo calco, sarà come una fotografia tridimensionale con cui farò resuscitare questo momento ogni volta che ne avrò voglia…
Quando l'argilla si fu seccata, la ritirai delicatamente. Rimasero impressi i suoi addominali statuari, il magnifico vortice dei peli pubici e, a forma di incisione smussata e profonda sulla parte interna del fango umido, l'impronta inconfondibile del suo pene.

Con ogni ciclo di fotosintesi otteniamo una molecola di glucosio, dalla formula C6H12O6. Sono necessarie, pertanto, sei molecole di acqua, sei di CO2 e l'energia di 24 quanti di luce visibile.
Gli usi del glucosio sintetizzato nella pianta sono diversi: può essere immagazzinato nella molecola di amido (polisaccaride di riserva), essere utilizzato per la sintesi di cellulosa (polisaccaride di funzione strutturale) o trasformarsi mediante le vie anaboliche appropriate in altri composti organici…



Giovedì, 15 novembre.
Non posso evitare che quanto ho scritto continui a sembrarmi artificioso, lagnoso. Voglio che nel testo prevalga un'interpretazione soggettiva del momento e del luogo a cui mi riferisco. Fu così? Veramente fu tanto tenero e piacevole? Sarà uguale per tutti gli amanti o ciascuno è un caso a sé stante?
Forse il piacere - forse tutte quante le sensazioni- viene avvertito in maniera differente da ogni persona ma, di fronte all'impossibilità linguistica di descriverlo in modo oggettivo, ogni ascoltatore o lettore crederà di aver sentito le stesse emozioni… Solo dal mio mondo interiore posso trasmettere al lettore quella specie di incantesimo che ci fa diventare complici per districarci nello stesso intreccio di realtà e fantasia. Tuttavia credo di utilizzare troppi aggettivi e, a volte, mi perdo in similitudini e metafore. Devo snellire il racconto se non voglio che perda interesse.
Accadde anni fa e, nel recondito fondo di una vecchia cassapanca nella soffitta, nascondo un calco di argilla del suo ventre e del suo corpo giovane, quando ancora gli addominali non erano sepolti sotto una lastra di grasso e il suo sesso non conosceva altro mondo all'infuori del fragore delicato dei nostri incontri segreti.
Mi dispiace, non riesco a non essere artificiosa. Sarà meglio che smetta: continuerò domani.

Molti fiori hanno alla base dei petali alcune ghiandole che secernono un liquido dolce, formato da un misto di monosaccaridi e disaccaridi; le ghiandole si chiamano nettari e la secrezione è il famoso nettare. È questo un altro dei possibili usi del glucosio ottenuto nella fotosintesi.
In realtà si tratta di un ingegnoso meccanismo di adattamento all'impollinazione entomofila: alcuni insetti nettarofagi sono attirati verso i fiori in cerca della preziosa secrezione. Con zelo impregnano il corpo, specialmente le zampe, con i granelli di polline degli stami, che verranno portati ad altri fiori, i quali verranno fecondati e nel frattempo ricompensati con più nettare.
L'entomofilia è così importante che qualora gli insetti sparissero improvvisamente, ne seguirebbe l'estinzione della quasi totalità delle piante fanerogame (sopravvivrebbero soltanto quelle che hanno affidato la loro fecondazione al volere dei venti).



Venerdì, 16 novembre.
Con il calco, all'Accademia d'Arte, creai un busto di cera, un torso umano che pretendeva essere la figura epica di un guerriero antico. Lo modellai di nascosto, un po' per pudore e più che altro per timore di essere scoperta. Ma finalmente lo diedi alla luce: ignorandone l'origine, la professoressa mi fece i complimenti, era un lavoro superbo…
Quanti anni sono passati? Trenta? Trentacinque? Adesso, con il trasloco, sto per buttare molte cianfrusaglie: i giocattoli vecchi e rotti dei ragazzi, una culla sgangherata, fogli vari che ho via via accumulato senza altro criterio se non il timore di perdere i ricordi… Però questo pezzo di argilla, nascosto nel fondo della cassapanca di mia nonna e il torso di cera… mi rifiuto di separarmi da loro. Non ho bisogno di tenerli in vista, ma il solo fatto di sapere che sono custoditi nella cassapanca della mansarda, insieme ai miei libri di scuola, i miei diari di fogli sparsi e le mie poesie adolescenziali, le tele dipinte nel corso di tanti anni, altre sculture di creta, busti di mio marito e dei bambini, torsi immaginari e forme indefinite, mi fa sentire di avere i piedi ben saldi a terra e di essere ancorata alla vita. I miei oggetti personali sono la zavorra che impedisce la mia ascensione, il mio volo verso un futuro ignoto che mi spaventa.
Oggi, riprendendo il fango tra le mani, ho sentito una scossa, una specie di capogiro, un tremore alle gambe, non so… forse il peso di un amore perduto… credevo di averlo ormai dimenticato, ma in realtà lo avevo solo messo da parte.

Sicuramente l'insetto più apprezzato dall'uomo fin dall'antichità, per il gran beneficio economico che se ne può trarre, è l'ape mellifera. Come è noto, con il nettare succhiato dai fiori e con certe sostanze prodotte in alcuni diverticoli dei loro esofagi, elaborano l'apprezzato miele, sostanza assai zuccherata con la quale nutrono le larve e si assicurano riserve energetiche per il rigido inverno. Un genere particolare di miele è la pappa reale, destinata a nutrire soltanto le larve di future regine.
Non tutto il nettare succhiato, ovviamente, si trasforma in miele o pappa reale. Una parte viene utilizzata per soddisfare i bisogni energetici dell'insetto e per "l'autocostruzione" del proprio corpo. Alcuni tra gli zuccheri del nettare si trasformano, nelle quattro coppie di ghiandole che le api hanno a tal fine in posizione ventrale, sotto il derma, in acidi grassi (palmitico, ad esempio, ma anche alcuni insaturi) e in monoalcoli di lunga catena (come il miricile). Alcuni acidi, grazie al legame estere corrispondente, si uniscono agli alcoli; questa miscela di esteri, acidi grassi e alcoli è la famosa cera con cui le api costruiscono le cellette dei favi, destinate alla nutrizione e alla crescita delle larve.



Lunedì, 19 novembre.
Il medico mi dice che se non dimagrisco posso avere seri problemi di salute, che ho il colesterolo alle stelle e il livello di zucchero nel sangue è così alto da poter metter su una catena di pasticcerie… Ma dimagrire non è così facile. Preferisco scrivere, piuttosto che andare a correre o in palestra. Preferisco modellare l'argilla piuttosto che salire in bicicletta. È la mia via di fuga, la mia valvola di sfogo: quando prendo la creta e le do forma, molti fantasmi si allontanano da me. Se facessi solo sport non mi lascerebbero mai in pace, mi terrebbero sempre compagnia.


Martedì, 20 novembre.
Che tranquillità regna nei pomeriggi autunnali! Mio marito è in ufficio, i miei figli in facoltà ed io, da sola in mansarda, cullata dalla musica di Vivaldi o di Pergolesi (a volte anche Dover o Radiohead), oggi mi prendo cura della creta, domani della scrittura, o forse della pittura. In questo modo semplice sto vivendo passioni virtuali sui polpastrelli delle dita mentre mi gusto con piacere un cioccolatino o un dolcetto. E ora, con questo putiferio del trasloco, il vecchio calco di argilla e il torso di cera vengono a portare tsunami nel mare dei Sargassi, calmo e sereno, in cui navigava il mio animo.
Non ho sue notizie da moltissimo tempo. È ovvio che l'ho rivisto: questa città è molto piccola, ma ormai non parliamo più. Dopo la nostra rottura, gli incontri per strada - affettuosi all'inizio - sono a poco a poco scivolati, col passare delle settimane, in un semplice "ciao" o "come stai", poi, con i mesi, in un cenno dello sguardo, e infine, con gli anni, nell'indifferenza degli sconosciuti. Anche lui è molto grasso, quasi nulla nel suo corpo ricorda l'aspetto di una volta. Guardo il calco di argilla e non posso associarlo a quel signore, di aspetto quasi venerabile, con la barbetta perfettamente curata e gli occhiali senza montatura, che passeggia per il Corso, sempre sottobraccio ad una donna di bella presenza, più giovane di lui. No, questo calco appartiene ad un semidio che scese dal mondo dei miti per portarmi via l'adolescenza.
E mi dispiace ma preferisco cadere nella lagna piuttosto che mettermi a piangere. Noi donne siamo così, subito piangiamo o mangiamo cioccolatini e dolcetti…

La cera che si estrae dai favi è impregnata di miele, logicamente. La separazione delle due sostanze è relativamente facile: mettendo i favi a bollire nell'acqua, il miele si dissolve, mentre la cera, insolubile e alquanto idrofoba, sale in superficie. Il raffreddamento fa sì che solidifichi (il suo punto di fusione è intorno ai 60 gradi).
La cera dei favi vuoti, senza larve e pertanto senza miele, è conosciuta come cera vana. La cera vergine è normalmente giallastra (cera flava) ma di solito viene sbiancata per il suo uso nell'industria cosmetica, esponendola alla luce del sole. La cera flava è quella che viene comunemente utilizzata per fabbricare candele.




Mercoledì, 21 novembre.
Perché ricordo - dovrei scrivere "rimpiango", ma non ho il coraggio: chissà se qualcuno legge questo diario - ora quel remoto crepuscolo e il corpo ferreo e ormai inesistente del mio primo amore? Mio marito è sempre stato un amico incondizionato e un padre eccellente; i ragazzi, bravi studenti, affettuosi, hanno un futuro promettente; ed io mi sento realizzata come donna: le mie opere si vendono bene, il mio nome risuona nei circoli elitari di arte contemporanea… Perché allora questo malessere? Perché adesso?
Ho preso il calco di argilla del mio semidio e l'ho guardato per un bel po'. Forse quel calar del sole fu solo un sogno e questo calco è uno dei tanti che ho realizzato durante la mia vita… Ma non è così: lo bacio e sento la stessa appassionata sensazione della mia gioventù. Il calco è vivo, eternamente vivo.
Il torso di cera è il mio idolo resuscitato e non smetto di accarezzarlo, baciarlo. Sono salita in mansarda, attratta dall'influsso della cera modellata, qualcosa come sette volte stamattina, per vedere il ventre nudo e il pene quasi rigido del mio eroe.
Questa mattina, mentre consumavo una tavoletta intera di cioccolato amaro davanti al busto smagrito di cera vergine, e il brivido del mio primo amore si impossessava nuovamente del mio corpo, come una brezza ricorrente, mi è venuta in mente una cosa. Una cosa perversa, direi.

Sebbene nel regno vegetale l'amido, ottenuto con l'accumulo di glucosi, sia la molecola di riserva energetica per eccellenza, non è difficile trovare piante che utilizzino a tal fine sostanze lipidiche. Così troviamo semi dotati di una grande quantità di oli vegetali come "pacchetti di energia" per la germinazione e le prime fasi della crescita. Tra queste possiamo citare i semi di girasole o le fave di cacao, dal cui residuo polverizzato si ottiene il delizioso cioccolato attraverso un'antica pratica insegnata agli Aztechi dal dio Qetzalcoatl in persona. Posto che nel metabolismo animale i glicidi si "bruciano" prima di altri principi immediati, mentre i lipidi tendono ad immagazzinarsi nei tessuti adiposi sottocutanei; un consumo eccessivo di alimenti ricchi di grassi, come il cioccolato, causa normalmente obesità. Tuttavia l'obesità non è solo il risultato di un consumo smodato di grassi ma anche dell'eccesso di calorie derivanti da glicidi, lipidi o proteine.


Giovedì, 22 novembre.
Sì, il medico mi ha proibito i grassi e soprattutto il cioccolato. Mi parla di non so quali problemi cardiovascolari e di colesterolo buono e colesterolo cattivo e altre sciocchezze. E dice di fare più ginnastica, di camminare, di fare nuoto o andare in palestra… Ignorerò i suoi ordini, di nuovo. Ma questa volta senza rimorsi. A proposito, il testo non ne ha guadagnato in scioltezza?


Venerdì, 23 novembre.
Ho dissolto la scultura di cera. L'ho messa in un catino vicino al termosifone: mentre si riscaldava, l'eroe di antica leggenda ha progressivamente perso solidità e, come se tutta la vita attraversasse il suo corpo in pochi minuti, è diventato molle e deforme e si è sciolto in una pozza fumante.
Poi ho riempito il calco di argilla con cioccolato caldo e denso. Trascorse alcune ore, ho rotto il calco di argilla con estrema cautela: al momento di estrarre la figura di cioccolato è apparso un torso bello e perfetto, il corpo sublime e delizioso di un nerissimo adolescente bantu. Per lo meno.

Il modo ideale per ottenere un peso equilibrato consiste nel seguire scrupolosamente delle sane abitudini alimentari e nel fare esercizio fisico regolarmente.

Mio marito è rimasto piacevolmente sorpreso quando ha visto il ventre e il sesso di cioccolato serviti in un vassoio, al momento di far merenda. Abituato alle mie opere d'arte ha pensato che questa stravaganza l'avessi preparata per lui, per irretirlo in una bizzarria lussuriosa, un giochino d'amore. Non sa che voglio solo liberarmi di una vecchia ossessione che mi perseguita con l'aumentare degli anni e dei chili.
Abbiamo mangiato i muscoli, la peluria pubica, il pene del mio vecchio amore e un'intima soddisfazione mi ha pervaso.
Mentre mio marito mangiava, io perdevo la zavorra e, senza più paura, ho spiccato il mio volo verso la libertà che avevo perso nell'adolescenza.
Accidenti, quanto sono artificiosa!

(1) Pittore spagnolo, nato a Manila (Filippine) nel 1924, morto a Roma nel 1984.
(2) Si tratta di Silvio Rodríguez, cantautore cubano




Testo segnalato da: Buràn
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