Al tempo dei giapponesi
di Grace Talusan, Filippine
(traduzione di Stefania Angerami)
Il giorno in cui Titong(1) compì sette anni, suo padre disse: "Valentino, oggi è il tuo giorno fortunato." Strapieno di liquore di canna, teneva nel suo palmo la testa di Titong, l'unghia affilata del pollice nell'orecchio del figlio.
Titong smise di masticare: il pane e il formaggio arancione, un boccone molle nella guancia. Sua madre preparava il caffè sul fornello.
"Togliete quei coltelli sporchi dalla mia tavola," disse sua madre. Zuccherò una tazza di caffè e Titong guardò finché le minuscole formiche nere smisero di nuotare.
"Questo è nuovo." Suo padre fece scorrere la punta delle dita sulla lama lucente del bolo(2).
"Non dovresti spendere per il bambino."
Titong si rese conto che non stava respirando.
"Ho vinto la posta, ieri notte. L'ho preso da quel bastardo di Boyet."
Suo padre puntò la lama contro Titong e lo fissò duramente. Titong capì che non avrebbe dovuto distogliere lo sguardo.
"Il bambino non è pronto per un'arma."
"In quale altro modo diventerà un uomo?"
Fuori, finalmente solo, Titong portava il bolo come un bambino imbarazzato, avendo ormai dimenticato il suo yo-yo di legno. Il suo polso non era mai abbastanza veloce da tramortire i piccoli animali, ma con il suo bolo poteva tagliare e trafiggere nello stesso modo piante e animali.
Quando suo padre passò il manico di legno a Titong, lui lo afferrò velocemente, goffamente, prima che quell'ubriacone di suo padre potesse cambiare idea. Suo padre gridò e tutti e tre videro un rivolo di sangue vivido attraversare il palmo della sua mano.
"Stupidi," sua madre disse ad entrambi. "Siete entrambi dei bambini."
Portò la mano di suo marito al viso e cancellò il rivolo con la lingua.
Il padre di Titong iniziò a ridere. "Sono la prima cosa che mio figlio taglia."
Suo padre sorrise radiosamente come se Titong ne avesse finalmente fatta una giusta.
Titong era riconoscente per le grida rauche e frenetiche delle galline, mentre gettava il mangime per terra. I suoi genitori non si vergognavano; si accoppiavano rumorosamente anche mentre la gente cucinava e spazzava. In paese, i rumori della vita privata - pianti, lamenti, urla - superavano il chiasso dei bambini che giocano e dei cani che abbaiano.
Era una domenica - giorno del lechon(3). Il padre di Titong comprava il lechon della settimana da Wing-Wing, anche se non si fidava dei cinesi. Avevano successo solo perché imbrogliavano i filippini, facendo affari tra di loro nel loro dialetto cantilenante.
Nei periodi propizi, papà guadagnava abbastanza da comprare un maiale arrostito una volta alla settimana. Era compito di Titong andare con suo padre da Wing-Wing Carni, ma aveva paura delle carcasse appese in alto. La pelle e il grasso diventavano un guscio marrone nel fuoco, e Titong non riusciva a distinguere se si trattava di coniglio, pollo o anatra. Quando era piccolo, credeva a quello che gli raccontò qualcuno, che i cinesi avrebbero arrostito i loro bambini se avessero potuto trarne un profitto.
La mamma di Titong sapeva come sfamare l'intera famiglia - tutti e dieci i fratelli e sorelle di Titong, più i nonni e la zia zitella - per una settimana con quel maiale arrostito. Il primo giorno, la domenica, mangiavano la carne succosa con riso e salsa, con le facce e le dita unte di grasso, litigando per i pezzi di pelle croccante e ricoperta di bolle. Il secondo giorno, la mamma di Titong faceva bollire la carne con aceto e aglio. La pelle si ammorbidiva nello stufato finché diventava gommosa, e il grasso galleggiava in uno strato pesante sopra al piatto. Il martedì, aggiungeva salsa di soia e pepe, carote e cavolo bolliti nel piatto, facendo uno stufato di adobo(4). Il mercoledì, raccoglieva con un cucchiaio pezzi di lardo bianco dal piatto e lo scioglieva nell'olio. Friggeva pezzi di carne marinata e li serviva con abbondante riso bianco. Il giovedì, sua madre preparava una minestra di riso e acqua, metteva del maiale sminuzzato, solo per insaporire, sul lugaw(5) insieme ad aglio fritto e fette di limone. Il venerdì, bolliva i piedi e la testa finché la carne non scivolava via dalle ossa e preparando così un brodo oleoso con verdure e rape da bere rumorosamente. Il sabato, rosicchiavano le ossa, succhiando il midollo, lamentandosi per la mancanza di carne. E il giorno dopo, se la settimana era stata prosperosa, iniziava tutto da capo.
Era la prima domenica del lechon da quando Titong aveva il suo bolo. Il maiale arrostito era su una tavola di legno tra due cavalletti; le zampe allargate rigidamente, la bocca aperta, che svelava una fila irregolare di piccoli denti. Gli occhi guardavano davanti, con espressione annoiata.
"Per prima cosa guarda me," disse suo padre. Si tolse la camicia e disse a Titong di fare lo stesso. Il padre di Titong tenne nel palmo la sommità della testa del maiale, come se fosse una palla, e tagliò il collo, staccando la testa dal corpo. La passò a Titong e gli disse di avvolgerla nel giornale. Poi, rimosse le zampe.
"Tienilo fermo." Il padre di Titong indicò il maiale. Suo padre incrociò un braccio dietro la schiena e lo poggiò sulla cintura, con lo straccio insanguinato ancora annodato alla mano. Alzò il suo bolo, in alto sopra le spalle, e Titong trattenne il respiro. Titong affondò le dita nelle spalle del maiale, chiudendo gli occhi, quando la lama colpì la carne. Suo padre dissezionò la schiena del maiale in quattro grandi quadrati e mise questi pezzi da parte.
"Tieni di nuovo." Titong stringeva le estremità della carne. Scivolava tra le dita, bagnate di grasso e sugo. "Attento, o guarda che ti succede." Suo padre agitò la mano bendata, sorridendo.
Titong si chiese se suo padre fosse ancora ubriaco, o solo arrabbiato. Non capiva perchè suo padre gli faceva tener ferma la carne, soprattutto quando i pezzi diventavano più piccoli e la lama del bolo si faceva più vicina alle sue dita. Presto, entrambi erano cosparsi di pezzi di grasso bianco, pelle croccante e pezzetti di carne.
Ogni volta che il coltello colpiva la tavola, Titong si aspettava di aprire gli occhi e vedere le sue dita separate dalla mano, dimenarsi per conto loro.
"Guarda sempre cosa stai tagliando. Non distogliere mai lo sguardo dal tuo obiettivo." Suo padre raschiava la lama smussata del bolo contro la tavola e spingeva i cubi di maiale in un sacco.
"È il tuo turno."
Titong cercò di afferrare il bolo di suo padre, ammirando il metallo scintillante.
"Ora hai il tuo coltello."
Fece scivolare un pezzo di maiale davanti a Titong, che mise una mano sulla carne e una attorno al bolo, che era così pesante e ingombrante, che pensò che avrebbe potuto farlo cadere.
"Taglia," ordinò suo padre.
Titong esitò, diffidando dei suoi occhi e del suo braccio, e guardò la lama cadere. All'ultimo momento, istintivamente, spostò la mano di lato e chiuse gli occhi. Il maiale unto scivolava sotto la lama e il coltello si conficcò nella tavola di legno, mancando il bersaglio.
Suo padre gli pizzicò la guancia, torcendo la pelle di Titong tra le unghie lunghe. "Non aver paura di guardare. Ciò che vedi non può farti male. Ciò che non vedi sì."
Titong voleva convincere suo padre che non era pronto, che non era colpa sua se il suo braccio non era abbastanza forte da portare il bolo, che il maiale era troppo unto e viscido, ma sapeva che avrebbe dovuto stare zitto. Non era sicuro se suo padre lo stesse mettendo in pericolo per vendicarsi, o se volesse fargli avere un incidente. Titong ascoltava le istruzioni, questa volta, seguendole alla lettera. Teneva gli occhi aperti, nonostante la paura, e guardava la lama tagliare cubi di maiale netti, proprio come aveva fatto suo padre.
I mucchi di maiale tagliato si accumulavano. Titong lavorava accanto a suo padre, mentre le lame brillavano al sole. Il braccio di Titong era stanco, ma era euforico per questa sua nuova capacità. Era diventato un uomo, come suo padre, come i suoi fratelli maggiori. Ma poi notò la mano del padre. Lo straccio si era sfilato dalla mano ed era avvolto al polso, macchiato di grasso del maiale e cosparso di chiazze di sangue marroni. La ferita non era profonda, Titong poteva vederlo, ma la pelle era rosa e irritata e c'erano ancora tracce di sangue nel punto in cui il graffio si riapriva, quando suo padre fletteva la mano.
Titong si fermò per un momento e fissò la lama, macchiata di carne e pezzi di pelle. Batteva le palpebre, perchè il sudore e il grasso di maiale gli facevano bruciare gli occhi. Era sorpreso di quanto fosse facile ferire e uccidere. Si chiedeva se il potere fosse nel coltello stesso. Il coltello tagliava, non lui. Nello stomaco borbottante, nel modo in cui si rizzavano i peli del braccio per l'elettricità statica, in un brivido dietro il collo, si sentiva imbarazzantemente vivo, come non aveva mai provato prima.
Dopo quel giorno, Titong portava sempre il bolo con lui. In un primo momento, Titong era consapevole del peso del suo coltello, come suo fratello appena sposato doveva aver sentito la costrizione della fede sul dito, e lo sfoderava continuamente, da dove era appeso alla cintura. Suo padre martellò un chiodo nella pelle, facendo dei buchi per adattarla alla vita sottile di Titong. Quella cintura usurata, che Titong era abituato a temere, lo strumento di tante frustrate, allungava la lingua tra le sue gambe.
Nel giro di un mese, Titong si accorgeva a mala pena del peso del bolo sulla gamba. I muscoli del suo braccio ossuto si irrobustivano, e impugnava con più naturalezza il bolo che una matita. Nel suo entusiasmo, si offriva volontario per ogni lavoretto che richiedesse una lama. Tagliava le foglie spesse di banano dagli alberi dietro casa per sua madre. Lei avvolgeva riso, uova e carne nelle foglie verdi e cuoceva al vapore i fagottini, o le tagliava a forma di quadrato per farne dei piatti. Raccoglieva pomodori, zucca e meloni dal giardino con il suo bolo anche se sua madre gli diceva che si stava mettendo in mostra. "Devi solo torcere i gambi," gli disse.
Tranne che nelle settimane in cui suo padre non guadagnava, Titong tagliava il lechon al suo fianco. Se suo padre era troppo ubriaco per guadagnare, la famiglia mangiava uova, e se erano proprio disperati, una delle galline che le deponeva.
Quando sua madre uccideva un pollo, cantava. Faceva roteare la gallina in alto sopra la testa afferrandola per il collo e cantava ad alta voce; era una canzone che non aveva armonia o ritmo, e le parole non avevano senso. Non voleva sentire le grida della gallina o il colpo secco del suo collo. Ma, nonostante le sue canzoni, sentiva ancora quello schiocco sotto la mano, quando il collo della gallina si rompeva.
Nella vigilia del nuovo anno, tutte le famiglie del villaggio si preparavano per la fiesta del barrio(6). Gli agricoltori si indebitavano per aprire le loro case e dar da mangiare alle persone che venivano alla festa che si fermavano in ogni capanna per un pasto caldo, per delle bibite o per il dessert. Sebbene di solito fossero parsimoniosi e preoccupati di come sfamare le proprie famiglie di settimana in settimana, nei periodi di fiesta le famiglie facevano finta di essere ricche quanto i proprietari terrieri e cucinavano generose quantità di cibo, pienamente consapevoli che gli extra sarebbero andati a male per il caldo.
La mattina il padre di Titong era andato al mercato per comprare della radice di zenzero e non era ancora tornato. La mamma si lamentava, "Ho bisogno che tuo padre mi aiuti." Lei stava vicino al cortile delle galline con le sopracciglia che per poco non si toccavano nel mezzo. Nel pomeriggio, sua madre aveva mandato i suoi fratelli maggiori a cercare suo padre, che era un esperto nello sparire quando c'era bisogno di lui. Le sue sorelle si davano da fare spazzando all'esterno della capanna e cucendo le modifiche dell'ultimo minuto ai vestiti che avevano confezionato per l'anno nuovo.
La madre di Titong faceva il miglior arroz caldo(7) del barrio. Era orgoglioso del fatto che gli abitanti del villaggio avrebbero mangiato la minestra di riso e pollo di sua madre come primo pasto dell'anno nuovo. C'erano una dozzina di galline che, pacificamente, beccavano il mangime nel recinto.
Accarezzò il manico del suo bolo, sicuro.
"Ci sono tantissimi polli; c'è moltissimo da fare." Sua madre indicò il sole che stava tramontando. Strinse le labbra con il pollice.
"Li ucciderò per te, mamma."
"Anak(8)." Bambino mio. Gli strofinò la testa, e schiacciò il lobo del suo orecchio tra il pollice e l'indice. Tranne le volte in cui lo schiaffeggiava sulla guancia, da quanto poteva ricordare, questa era la prima volta che sua madre lo sfiorava da quando era molto piccolo. "Fa' una strage."
Titong scivolava sulle piume minuscole e sugli escrementi umidi, rincorrendo le galline finché non ne catturò una. Alcune di loro stavano mangiando ancora il mangime, beccando a terra, ignare che presto sarebbero morte.
Voleva mostrare a sua madre quanto fosse bravo. Voleva sentire la sua voce diventare dolce e dire di nuovo anak.
Afferrò la prima gallina per il collo, mise la testa a terra e la decapitò. Lanciò la testa dietro di lui, per paura di guardarla, di vedere i suoi occhi, il becco che cercava ancora di beccare. Ai suoi piedi il sangue formò una pozzanghera. Era una macchina, che tagliava una testa dopo l'altra, e il rumore non si calmò finché tutti i polli non furono fatti tacere.
Le sue mani erano rese appiccicose dal sangue e dal muco, impiastricciate di sporcizia e piume. Pulì la lama sulla coscia.
Alcune galline stavano correndo, senza testa, spruzzando sangue dal collo a getti intermittenti.
Non aveva mai visto niente di simile prima. Non riusciva a muoversi. I corpi si scontravano, come ubriachi che cercano di ballare. Alcune erano cadute, le zampe si muovevano di scatto. Non riusciva a distogliere lo sguardo, finché cadde anche l'ultima.
Più tardi quella notte, dopo la messa di mezzanotte, sua madre gli diede una scodella di arroz caldo fumante. Mescolò la zuppa, portandone un cucchiaio alla bocca, ma non riusciva a mangiare. Cercò nella sua scodella e pescò una coscia di pollo bollita. Mentre masticava la carne, ricordava come le zampe volessero ancora correre a lungo dopo che le teste erano state staccate.
Cinque anni dopo, quando Titong aveva dodici anni, i soldati giapponesi confiscarono il suo bolo, insieme a tutte le armi e agli attrezzi del villaggio, per ordine dell'esercito imperiale. L'esercito giapponese era arrivato all'inizio del periodo natalizio e Titong lo guardava con ammirazione. Improvvisamente, era illegale parlare in dialetto e tutti dovevano imparare il giapponese, ma l'inglese era la sola lingua comune.
In quel momento, a Titong non importava che i giapponesi avessero preso il controllo. All'inizio, non vedeva molta differenza tra loro e i soldati americani che prendevano d'assalto le strade polverose cercando rifugio nell'acqua, voleva solo indietro il suo bolo.
Odiava gli ufficiali giapponesi per avergli tolto il suo coltello, ma odiava ancora di più i soldati di fanteria; tiravano calci ancora più forti di quelli degli uomini da cui erano stati presi a calci loro. Gli ufficiali giapponesi davano loro ordini e, a loro volta, i soldati di fanteria ordinavano ai filippini di stare in piedi o di sedersi o di consegnare i loro attrezzi. Gli uomini del barrio iniziarono a scomparire, ma nessuno avrebbe saputo dire dove.
Una sera, dopo che fu scoperto che un altro gruppo di uomini era scomparso dal barrio, il padre di Titong organizzò una riunione. Alle finestre c'erano tende scure e gli uomini erano stretti insieme in cerchio sul pavimento. Titong, che non riusciva a dormire, ascoltava.
"I giapponesi pensano che per noi sia meglio avere loro come padroni, rispetto agli americani."
"Meglio solo per i giapponesi."
"I giapponesi promettono l'indipendenza del nostro paese."
"Nessuno ci ha chiesto se volessimo essere salvati."
Titong sentì la voce di suo padre. "Che importa se i nostri padroni sono i giapponesi, la chiesa o gli americani? Perché dovremmo preoccuparci di combattere? Non perderò la mia vita per nulla al mondo. Voglio solo coltivare la mia terra, sfamare la mia famiglia, e bere il sabato sera."
Le voci degli uomini si alzarono, ma la voce di uno di loro era più alta. "Vigliacchi. Parlate sempre e non fate mai niente."
Titong riconobbe la voce di Jesse. Era ancora scapolo. Era stato avvertito di stare alla larga da Jesse.
Ci fu un lungo silenzio e addirittura nessuno tossì né si schiarì la gola.
"Dobbiamo lottare." Continuò Jesse. "Non solo per liberarci del controllo giapponese. Non per fare in modo che gli americani possano ritornare per governarci. Dobbiamo lottare per governarci da soli."
Titong poteva sentire il disagio, la paralisi soffocante degli uomini. Sentiva la vergogna nel loro silenzio. Ma Titong non era come loro, era forte e coraggioso. Sentì un piccolo spazio nei suoi polmoni estendersi. Non aveva immaginato la possibilità che i filippini si governassero da soli. I suoi fratelli e sorelle sposati si rimettevano ancora ai loro genitori; nessuno prendeva decisioni senza il consenso dei genitori.
"Io mi opporrò," disse Jesse. "Avete sentito delle loro violenze. Unitevi a me se ne avete abbastanza."
Gli uomini del villaggio sussurravano e chiacchieravano per l'eccitazione, cercando di superarsi a vicenda nel "nominare il peggiore atto criminale che i giapponesi avevano commesso." Titong aveva giocato a questo gioco, "Hai sentito della chiesa che i giapponesi hanno dato alle fiamme? Tenevano chiuse le porte, mentre le persone bloccate all'interno gridavano e si scioglievano," o "ti sei mai chiesto dove sono andati gli scomparsi? Qualcuno mi ha detto delle ragazze costrette a stare sotto un soldato dopo l'altro durante la loro pausa caffè." C'era l'euforia iniziale del rivelare delle informazioni, ma svanì presto e presero il suo posto la disperazione e la passività, e la risposta rassegnata "Cosa possiamo fare? Così vanno le cose al tempo dei giapponesi."
Titong sentì che Jesse rimaneva solo - nessuno lo seguì. Titong avrebbe voluto avere quel tipo di padre abbastanza coraggioso da unirsi ai guerriglieri. Se suo padre l'avesse permesso, Titong avrebbe combattuto. Non era grande e forte, ma poteva spaccare il frutto dell'albero del pane in un solo colpo. Aveva ascoltato delle storie su di loro - sussurri tra gli abitanti del villaggio - e invidiava le vite dei guerriglieri nella giungla - accampati sotto le stelle, muovendosi da barrio a barrio, mangiando quello che gli abitanti del villaggio lasciavano fuori per loro, inseguendo furtivamente i nemici. Giocando alla guerra e all'avventura tutto il tempo. Ora che il suo bolo era nelle mani dei giapponesi, forse i guerriglieri gli avrebbero dato una pistola - una vera. Non il blocco di legno scolpito a forma di pistola che aveva visto portare sotto le braccia da alcuni guerriglieri più poveri. Si chiese cosa potesse succedere, quando un uomo provava a sparare con una pistola di legno. Se un uomo ci credeva e aveva fede nella sua pistola di legno, forse ciò sarebbe bastato per farla diventare reale.
Il padre di Titong parlò per primo. "È facile per Jesse essere coraggioso. Cos'ha da perdere? Non ha famiglia; nessuno che dipende da lui per vivere."
Gli altri uomini risero e il padre di Titong disse loro di non alzare la voce. Il padre di Titong condivise una bottiglia di rum. Nessuno si lamentò che il liquore sapesse per lo più d'acqua.
Titong rimase sveglio a lungo dopo che gli uomini se ne erano andati con le teste basse. Desiderava che un soldato giapponese fosse davanti a lui proprio in quel momento, così avrebbe potuto sputargli addosso. Voleva trovare il suo bolo, e poi gli uomini scomparsi. Voleva essere un eroe, voleva essere amato.
La strada di fronte alla casa di Titong portava al cimitero del barrio, e non sarebbe passato molto tempo prima che Titong scoprisse dove erano andati gli uomini scomparsi.
Titong guardava da una fessura nella finestra, mentre un gruppo di uomini del barrio, circondati da tutti i lati dai soldati, strascicavano i piedi. I loro volti erano tristi e depressi. Si leccavano le labbra come se ciò potesse soddisfare la loro sete. Titong li avrebbe trovati e sarebbe stato colui che avrebbe placato la loro sete.
Sentì una serie di rumori scoppiettanti, ma, recentemente, gli spari erano comuni quanto il canto dei grilli. Titong avrebbe trovato gli uomini del villaggio e li avrebbe salvati. Poi, i guerriglieri gli avrebbero chiesto di essere un leader.
Quando la notte fu tranquilla e il rumore dei soldati da tempo acquietato, Titong camminò per strada a piedi nudi, mordendosi il labbro inferiore quando una pietra o una scheggia si conficcavano nelle piante dei piedi. Titong passò il cimitero dove sua nonna era stata sepolta un anno prima. La luna piena illuminava le tombe imbiancate come se fossero file di denti splendenti.
Quando la sua lola(9) era sul letto di morte, non era più lei. I suoi occhi erano incrostati e la sua pelle era flaccidamente attaccata al suo scheletro. Apriva e chiudeva i pugni vuoti in aria, cercando di afferrare manciate di niente, mentre il suo corpo si sollevava dal letto per i colpi di tosse. Sembrava più un animale che una persona, e il suo odore e i suoi movimenti lo imbarazzavano. In qualche modo, sua nonna trovò la sua mano e la strinse così forte da rompergli le nocche. Staccò la sua mano contorta un dito alla volta. "Non posso aiutarti," disse Titong.
Quando alla fine morì e le donne vennero a prepararne il corpo, Titong recitò una litania di scuse al fantasma della sua lola per non essere tormentato da lei.
A quel tempo, non aveva avuto il coraggio di assistere alla morte di sua nonna. Ma si sarebbe riscattato. Durante questo periodo ogni giorno c'era l'opportunità di combattere. E perfino più opportunità di morire.
Titong non poteva incrociare lo sguardo degli uomini del villaggio che mostravano segni di tortura. Non voleva immaginare come avevano perso l'occhio o un dito o come fossero stati bruciati durante la tortura; non voleva ammettere a se stesso quanto fosse atterrito di essere uno di loro. Perfino i bambini e gli anziani erano più coraggiosi di lui. Quando i giapponesi dettero fuoco alla scuola, i bambini non si calpestarono l'un l'altro né spinsero contro la porta incatenata. Li trovarono tranquilli nei loro banchi. E quelli che poterono ascoltare i lamenti delle madri dicevano che i bambini stavano cantando.
Titong non aveva ancora risolto il mistero degli uomini scomparsi, quando una notte i soldati ordinarono che tutti si radunassero nella plaza. I soldati avevano delle liste, prese dal consiglio del villaggio, di tutte le famiglie che vivevano nei dintorni e contavano le teste, trascinando gli uomini d'età superiore a sedici anni lontani dalle loro famiglie. Titong si allineò con sua madre e le sue sorelle intorno al perimetro della plaza nel modo che avevano ordinato i soldati, spalla a spalla dal più vecchio al più giovane, mentre la madre stava in piedi dietro di loro. Il padre e i fratelli maggiori di Titong erano allineati con gli altri uomini del barrio, di fronte alla fontana nel centro della plaza.
Mentre gli abitanti del villaggio aspettavano che il loro nome fosse spuntato dalla lista, bisbigliavano facendo congetture. Alcune donne stavano dicendo che forse i soldati, che non erano cristiani, nella benevolenza natalizia, stavano facendo uno sforzo speciale per riconoscere le feste che tutti i filippini aspettavano con ansia per tutto l'anno.
"Forse Babbo Natale apparirà in un carro armato americano e bombarderà i soldati," sussurrò la sorella minore di Titong.
"O forse ci daranno più razioni per la nostra fiesta," disse la sorella maggiore.
"Forse gli uomini riceveranno del liquore per l'anno nuovo," disse un'altra sorella.
Sebbene Titong pensasse che le donne fossero eccessivamente ottimiste, forse persino stupide, a pensare che i soldati sarebbero stati gentili e generosi, c'era una parte di lui che sperava che il suo bolo gli fosse restituito. Tutto poteva succedere a Natale. Tutti i tipi di miracolo. Titong aveva visto persino gli uomini più seri e austeri sorridere a Natale e i disperatamente poveri distribuire monete ai mendicanti.
La madre di Titong sibilò attraverso i denti davanti e le bambine si zittirono.
Una pistola sparò rumorosamente in aria e tutti si misero sull'attenti come gli avevano insegnato. Anche i neonati stavano zitti. Un uomo fu condotto fuori, i suoi polsi erano legati insieme davanti al petto come se stesse pregando. Portava un sacco di paglia sul viso - un bayong(10) di foglie di palma intrecciate, i suoi occhi sbattevano dietro i buchi tagliati grossolanamente. L'estremità dura del bayong era appoggiata sulla spalla dell'uomo. Un soldato camminava dietro di lui e gli premeva una pistola tra le spalle. L'uomo incappucciato, le spalle ricurve e il mento basso, veniva esibito davanti a tutti gli uomini del villaggio, fermandosi dopo pochi passi. Quando raggiunse la fine della fila, il soldato si arrabbiò e spaccò la sua pistola sulla testa dell'uomo incappucciato. Il soldato parlò all'ufficiale in una lingua che Titong poteva solamente intendere come infuriata.
L'ufficiale, l'uomo da cui tutti gli abitanti del villaggio avevano comprato la carne arrosto, disse: "Consegnaci i guerriglieri. Devi scegliere."
L'uomo incappucciato tremò.
Nello stesso momento, come in una danza popolare, gli uomini del barrio fecero un passo indietro, lontano dall'uomo incappucciato. Le mogli allungarono le braccia verso i mariti, mentre i bambini bloccavano loro il passo. Titong guardava suo padre. Non si era unito ai guerriglieri, ma forse i party segreti per bere che organizzava dopo il coprifuoco sarebbero stati fraintesi. Forse, l'uomo con il cappuccio era qualcuno che ce l'aveva con suo padre e aveva qualche motivo per volerlo morto. Suo padre guardava dritto davanti a lui, le narici si allargavano, il petto si sollevava. In quel momento, Titong voleva il suo bolo per togliere il cappuccio a quel vigliacco e combattere i soldati. Se gli uomini filippini avessero avuto i loro bolos avrebbero potuto unirsi e fare qualcosa, ma non avevano altro che le loro mani. Tutti gli attrezzi agricoli erano stati confiscati, i rastrelli, le pale e persino i pali per sostenere le piante di zucchine e di pomodoro.
L'uomo incappucciato zoppicava davanti alla fila di uomini. Agitò le mani incrociate indicandone tre: Ricco, Jose e Bong-Bong.
Sentì sua madre dietro di lui. "Gesù, Giuseppe e Maria".
"Continua," ordinò l'ufficiale. "So che ce ne sono altri".
L'uomo incappucciato stava respirando a fatica. Si fermò davanti al padre di Titong, che tremò. Titong fissò suo padre, chiudendolo nel suo ricordo, mentre stava scomposto tra gli altri uomini.
L'uomo incappucciato indicò l'uomo accanto al padre di Titong.
"Non prendermi in giro," disse l'ufficiale. "Mostrami gli altri." In totale, l'uomo incappucciato scelse sette uomini dalla fila e Titong fu grato che suo padre e i suoi fratelli maggiori non fossero tra loro.
I soldati legarono le braccia degli uomini prescelti dietro alla schiena, così strette che per poco le loro scapole non si toccavano. Uno dei soldati colpiva gli uomini nello stomaco con il calcio della pistola e loro tossivano e soffocavano, cercando di riprendere fiato, piegati alla vita, con la schiena curva e la testa abbassata a terra, come galline che beccano il mangime.
Uno dei soldati estrasse una spada scintillante. Solo gli uomini che erano stati indicati erano legati; tutti gli altri, le donne e i bambini ai lati e gli uomini nel centro della plaza, fissavano la lama. Gli uomini legati non vedevano neanche che il boia stava dietro di loro, con le mani pronte a sollevare la spada, perché erano piegati - anche se Titong immaginò che l'ultimo uomo a essere decapitato avrebbe visto le teste rotolare per terra di fronte a lui.
Quello a cui Titong non era preparato era questo: il modo in cui i corpi decapitati tremavano o si raddrizzavano prima di cadere a terra. Uno barcollò in avanti come se potesse fuggire. Uno si sedette per riposare.
Quando il soldato ebbe finito, restò in piedi vicino all'uomo incappucciato che si era coperto gli occhi con i pugni. Il soldato rimosse il cappuccio dalla testa dell'uomo, il cui viso era rosso, intenso per il sangue e annacquato dalle lacrime. Era Jesse, il coltivatore di riso che aveva chiamato vigliacco il padre di Titong per non essersi unito alla resistenza.
Il giapponese portò una piccola pistola all'orecchio di Jesse e premette il grilletto.
(1) Titong è la corruzione filippina del nome Valentino (NdR)
(2) BOLO: termine spagnolo. Coltello lungo e pesante somigliante a un machete, tipico delle Filippine. (NdT)
(3) LECHON: termine spagnolo. Maialino lattante (NdT)
(4) ADOBO: pietanza marinata. (NdT)
(5) LUGAW: Lúgao, piatto filippino di riso bollito. (NdT)
(6) BARRIO: vicinato, quartiere. (NdT)
(7) ARROZ CALDO: nome spagnolo, minestra di riso. Versione filippina del congee cinese. (NdT)
(8) ANAK: bambino, in Tagalog, una delle lingue principali della Repubblica delle Filippine. (NdT)
(9) LOLA: nonna. (NdT)
(10) BAYONG: sacco tradizionale delle Filippine, fatto con foglie di palma. (NdT)
(Per gentile concessione del magazine Our Own Voice)
Testo segnalato da: Buràn
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