La Genizah a casa Shepher
di Tamar Yellin, Regno Unito
(traduzione di Daniela Di Falco)
La settimana successiva al suo bar mitzvah, nella primavera del 1853, il mio bisnonno Shalom Shepher di Skidel si sposò. Andò a vivere dal suocero, il Rabbino di Bielsk. In quel periodo studiò molto, e mangiò molto. Dedicava diciotto ore al giorno ai libri sacri, un'ora alla passeggiata e quattro ore al riposo. Restava così un’ora intera per mangiare e in quel frangente poteva consumare una grande quantità di cibo.
La camera matrimoniale conteneva una cassapanca, una sedia e un letto. Shalom Shepher istruì sua moglie sui doveri coniugali. Ma di notte lei scivolava furtivamente fuori dalla stanza per andare a dormire insieme alle sorelle.
Shalom Shepher disse al Rabbino di Bielsk: “Se mi avete dato in sposa una bimbetta che trascura il marito e preferisce dormire con le sorelle, divorzierò da lei e sposerò una donna vera”.
Da quel momento il Rabbino proibì alla figlia di dormire con le sorelle.
Shalom Shepher mangiava molto e studiava molto. Leggeva i commentari e i commentari dei commentari. Lesse il Talmud, sia la Mishnah che la Gemara, e soprattutto lesse la Torah, fino al punto che – avesse mai qualcuno commesso il sacrilegio di conficcare uno spillo attraverso le pagine del sacro testo – il nostro eroe avrebbe saputo recitare ogni singola parola che lo spillo aveva trapassato.
Due massime dei sapienti erano rimaste profondamente scolpite nella sua anima. Una era:
Non spetta a te terminare il lavoro;
ma nemmeno sei libero di esonerartene.(1)
Amava il paradosso di questo epigramma, con il suo continuo richiamo a sentimenti di colpa e di inadeguatezza.
L’altra era:
Non dire: “Studierò quando sarò libero”,
Perché potresti non esserlo mai.(2)
A Bielsk affinò quelle capacità che aveva iniziato a sviluppare a Skidel. Imparò a cavillare e ad argomentare. Apprese la tattica dell'ostruzionismo e della digressione per trarre piacevolezza da una discussione. Acquisì gradualmente l’arte del pilpul, quella sottile, estenuante argomentazione dialettica così amata dai rabbini, e maturò la capacità di schierarsi con tutti a un tempo, al fine di impedire che un dibattito pervenisse a una qualche conclusione.
Quando parlava, aveva l’abitudine di attorcigliare un ricciolo laterale intorno al dito, che ricordava agli altri la sua giovane età e irritava in modo indicibile i suoi oppositori. Divenne famoso per la sua erudizione e per il suo bell'aspetto. Quest’ultimo passò alla leggenda in modo un po’ esagerato. Aveva le gambe corte e un ampio torace e, al pari di molti membri della mia famiglia, andando avanti con gli anni manifestò una naturale tendenza alla pressione alta e alla flatulenza. Ma sfoggiava una folta capigliatura color rosso-oro, che veniva considerata segno di consanguineità con Re David e anche di generosità.
Rese la vita difficile al Rabbino di Bielsk. All’età di sedici anni, Shepher era l’allievo più brillante. Aveva anche un eccellente senso dell’umorismo, fondamentale per chi dovesse comprendere le massime dei Padri. Il Rabbino affermava che un qualcosa era kosher(3), e Shepher lo contraddiceva; il Rabbino, snervato dal suo geniale protetto, gli dava ragione; al che Shepher scovava un altro autorevole precedente e dichiarava che in effetti quella cosa era proprio kosher. Si potrebbe dire che dava dei punti al Rabbino di Bielsk.
Prima di aver raggiunto i diciotto anni si era affermato come correttore di testi antichi. Da quel momento, proprio per la sua grande diligenza, si ebbe un aumento del numero di pergamene consegnate alla genizah(4) della locale sinagoga, dove non potevano essere adoperate a causa degli errori in esse contenuti, e poiché portavano il nome di Dio non potevano essere distrutte; e lì sarebbero rimaste fino a essere dimenticate, o ridotte in polvere o, come talvolta accadeva, perdute in un incendio.
Amava in modo particolare sedersi nel solaio della genizah della sinagoga di Bielsk. Lassù, con una scala a cinque pioli fra lui e il mondo, studiava i testi e i documenti che erano stati depositati lì perché troppo consumati dal lungo uso. Sebbene avesse soltanto diciotto anni, il servitore della sinagoga si rivolgeva a lui chiamandolo Reb Shalom. Il mio bisnonno apprezzò quel titolo di rispetto. Era il più famoso correttore di testi antichi su pergamena della Lituania.
Compiuti i diciotto anni, Reb Shalom si ammalò. Nonostante consumasse un intero pollo cucinatogli ogni giorno da sua moglie, diventava sempre più magro. Alla fine, per la prima volta, perse il suo appetito.
Passato del tempo, vedendo che non aveva alcun miglioramento, decise di fare visita a un famoso medico di Vilna, la Gerusalemme della Lituania.
Il luminare lo visitò e notò che espelleva sangue dalla bocca. Gli disse: “Non credo di poter fare qualcosa per voi, ma se riuscite ad andare in Italia potreste averne qualche giovamento”.
Reb Shalom si fermò un momento a riflettere. Alla fine disse: “Cosa ne direste se andassi nella Terra di Israele?”
Il dottore non capiva di cosa stesse parlando. “Volete dire in Palestina?” domandò.
Reb Shalom non capiva di cosa stesse parlando il dottore.
“Qual è il nome della città che avete in mente?” aggiunse il dottore.
Reb Shalom rispose: “Gerusalemme”.
“Oh, certo”, concluse il luminare. “Gerusalemme farà al caso vostro, proprio come l’Italia”.
Shalom Shepher fece ritorno a Bielsk e disse alla moglie che intendeva andare a vivere a Gerusalemme. Lei scoppiò immediatamente in lacrime.
“Come posso lasciare mamma e papà?” disse tra i singhiozzi.
Lui commentò: “Se è così che la pensi, possiamo ottenere il divorzio. Non abbiamo figli, quindi per noi sarà facile separarci”.
Andò dal suocero e gli disse: “Intendo andare a vivere a Gerusalemme e mia moglie non vuole venire con me. Poiché la pensa così, le concederò il divorzio. Non abbiamo figli, quindi non dovrebbe avere problemi. Le invierò del denaro ogni mese finché non troverà un altro marito”.
E così divorziarono.
Poi preparò un piccolo fagotto con il suo scialle da preghiera, i filatteri e il libro dei salmi, e si avviò a piedi verso il Mar Nero.
Gli ci vollero due anni per raggiungerlo. La malattia non gli diede tregua durante il viaggio e in ogni luogo in cui incontrava degli ebrei veniva accolto in casa finché non avesse recuperato le forze. Non riacquistò più il suo appetito e il suo aspetto era quello di un moribondo, ma lui sapeva che non si trattava di morte, ma di un’ardente brama spirituale che aveva preso possesso del suo corpo.
Ovunque ci fossero ebrei, una volta scoperto chi era gli portavano i loro testi sacri da correggere. Si fermò presso molte comunità a esaminare le sacre pergamene. Per questo motivo impiegò molto tempo per arrivare a destinazione.
E quando il mio bisnonno raggiunse il Mar Nero, salì a bordo di una piccola imbarcazione greca diretta verso le coste della Palestina; ci vollero altri sei mesi prima che la nave giungesse in vista del porto di Giaffa.
Nel novembre del 1938, mio padre s’imbarcò al porto di Giaffa sul bastimento 'Methuselah', diretto a Southampton. Era posseduto da un’ardente brama spirituale di lasciare la Palestina per raggiungere l’Inghilterra.
Al pari del suo avo, era tarchiato e basso di statura, con la stessa tendenza alla pirosi e a quelle fastidiose flatulenze che lo tormentarono finché ebbe vita. In realtà, mi chiedo se esiste un qualche legame fra l’ardente brama spirituale e l’incapacità di digerire il cibo. Alcune persone non provano alcun anelito spirituale in tutta la loro vita e godono sempre di ottima digestione. Io, d’altra parte, avverto questa mia brama come un groppo pesante e ostruttivo situato da qualche parte sotto lo sterno, e mangiare è per me una sofferenza. Da questo punto di vista, sono l’erede spirituale del mio bisnonno.
“Il mio cuore è in Oriente e io sono nell’Occidente più remoto”, cantava il poeta Judah Halevi. “Come posso gustare il cibo che mangio, come posso avere appetito?” Il mio bisnonno salì a bordo di una nave diretta a Oriente, mio padre salì a bordo di una nave diretta a Occidente, e io sono in Inghilterra con una dispepsia cronica.
Salire su un’imbarcazione non è certo un rimedio per questo tipo di malattia. Né lo è imbarcarsi su una nave o su un aereo. Una volta giunto a Southampton, mio padre avrà nostalgia della Palestina; superate le porte di Gerusalemme, Shalom Shepher sarà spinto da altre aspirazioni. Uomini di questo tipo generano figli ansiosi.
Di quella fatidica partenza del 1938 so soltanto questo. Mio padre indossava una camicia bianca senza cravatta. Fumava una sigaretta. Le sopracciglia aggrottate a formare un’unica, lunga linea da un lato all’altro della fronte. Una cicatrice sul labbro, nel punto in cui si spaccava ogni inverno. Aveva ventitre anni e si sentiva come se ne avesse vissuti cento, ed era stanco della vita come solo un giovane di ventitre anni riesce a sentirsi. Laggiù, sulla banchina, la donna che amava lo stava salutando con un cenno della mano.
Nessuna fotografia immortalò quel momento. Nessuno me lo ha descritto. Eppure l’immagine di quell’attimo cruciale è sempre nella mia mente.
Ci sono determinate scelte da cui poi deriva tutto il resto. Il mio bisnonno compì il suo viaggio verso est e generò mio nonno. Mio padre compì il suo viaggio verso ovest e conobbe mia madre. La linea di tensione che corre fra scelta e destino è il filo a cui è sospeso il miracolo dell’esistenza.
(1) Cap. II, 17 Massime dei Padri ,ed. DLI, trad. di rav Shlomo Bekhor (NdT)
(2) Cap. II, 4 Massime dei Padri ,ed. DLI, trad. di rav Shlomo Bekhor (NdT)
(3) Kosher (o kasher): termine ebraico, riferito in particolare all’alimentazione, che significa conforme ai precetti religiosi, consentito (NdR)
(4) Genizah (o Ghenizà) in ebraico significa “ripostiglio” e indica il luogo in cui si ripongono i testi sacri logorati dall'uso per evitarne la profanazione (NdR)
Testo segnalato da: Buràn
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