Fame
di Pablo Gutierrez, Spagna
(traduzione di Maria Antonietta Murgia)
Aveva fame. Era sporco, dopo settimane che non dormiva in un letto e non ricordava più il piacere di indumenti puliti. Ma questo era il meno. Lo stomaco dolorosamente vuoto, il freddo che gli percorreva il corpo, la stanchezza delle sue membra… Era questo che più aveva importanza adesso. Era affamato. Non aveva mangiato nulla da quando, due giorni prima, quella coppia gli aveva comprato un trancio di pizza. Aveva spiegato loro la sua situazione. Così, come poteva. Come si era lasciato alle spalle il calore della sua casa, il viaggio assieme ai compagni, l'arrivo nel nuovo paese… Avrebbe voluto raccontare loro che le sue speranze si erano spente con il sorriso del "caporale", con le lacrime dei compagni, con lo sguardo di disprezzo con cui veniva accolto… Avrebbe detto loro che non voleva compassione o pietà. Soltanto aiuto. Ma la sua conoscenza della lingua non arrivava a tanto.
Si rannicchiò contro la parete della metropolitana, nel tentativo di trattenere il calore del suo corpo. Di tanto in tanto qualche testa si voltava a guardarlo. I più avevano imparato a ignorarlo. Si guardò l'orologio. Era appartenuto a suo nonno. Un oggetto di precisione. Quello stesso orologio aveva percorso le sabbie del deserto agli inizi del XX° secolo. Ora, nel XXI°, al suo polso, aveva attraversato l'oceano. Chiuse gli occhi per attenuare il dolore alla testa e ricordò. Ricordò il sapore della pizza nella sua bocca due giorni prima. Ricordò il volto dei suoi due salvatori.
Lei era bella. Lui sempre sorridente. Erano stati molto gentili... il formaggio fuso... Anni addietro lui avrebbe fatto lo stesso… la carne saporita sull'impasto… sua moglie era generosa, desiderava sempre poter aiutare chicchessia… l'effetto del freddo della bevanda sulla sua bocca riarsa… Strinse gli occhi. Aveva molta fame.
Pensò di raggiungere le toilette e bere acqua fino a far credere al suo corpo d'essere sazio, ma ormai era troppo tardi per fingere. Aprì nuovamente gli occhi e cercò di dimenticare il dolore, di concentrarsi. Adesso solo una cosa doveva esistere. Se il paradiso promesso da Allah non era una bugia, certamente doveva essere come la vetrina di quella panetteria: brioche appena infornate, paste farcite di panna, sfoglie ripiene di carne. Si trovava tutto lì. Durante le prime ore si era sforzato di ignorarlo, dormendo, passeggiando, pregando. Ma quell'odore, come si poteva ignorare quell'odore di cibo, di calore, di focolare domestico? Aveva pensato di entrare e chiedere qualche avanzo, ma sapeva quale sarebbe stata la risposta. Con quel che era successo, la gente della sua razza non era la benvenuta. Lui non era un ladro. Deplorava i criminali. Odiava coloro che si credevano al di sopra della legge. Al di sopra della vita degli altri. Però quell'odore… La sua condanna. C'era soltanto un modo per farlo. Soltanto uno. Doloroso. Indegno. Disonorevole. Una fitta allo stomaco gli fece abbandonare le ultime perplessità. Doveva farlo. Si mise in ordine come poté, così da attirare il meno possibile l'attenzione e si diresse con decisione verso la porta. Urtò un paio di soprabiti neri. Uno di questi proferì "excuse me" e continuò per la sua strada. Un sudore freddo gli rigava la fronte. Scrutò di traverso la figura in nero senza interrompere il cammino. Per un attimo fu cosciente del fatto che lo sorvegliavano, che la polizia era lì, che lo avrebbero preso e chiuso in prigione senza nemmeno offrirgli la possibilità di spiegazioni. Lui. Un galantuomo. Che stava per gettare al vento tutto il suo onore, la dignità, i suoi valori. Ma quell'odore. Non era che frutto della sua immaginazione. Deliri dovuti alla fame. Accelerò il passo tra le decine di passeggeri che conversavano tra loro. Finalmente si trovava davanti alla porta aperta. L'odore qui era molto più intenso e lo attirava verso l'interno.
Doveva fare in fretta. Ora era davanti all'espositore. La commessa si voltò verso i forni. In meno di un secondo un grosso krapfen alla crema era già nella sua mano. Lo nascose alla bell'e meglio sotto la giacca e uscì. Era ancora caldo. Lo zucchero gli aderiva alle dita. Le sentiva attaccaticce. Desiderò poter mangiare attraverso le dita. Ma non era il momento. Non ancora. Si doveva allontanare. Andare alle toilette e lì. Lì l'avrebbe gustato. La pasta morbida, la crema all'interno. Sorrise, ma fu per poco. Tra i passanti distinse l'uomo dal soprabito nero. Lo guardava. Si avvicinava. Cercò di evitarlo, ma erano lì. Ce n'erano dappertutto. Corsetti gialli. Rifrangenti. Caschi. Berretti. Distintivi. Manganelli. Lo circondavano. Il soprabito nero era soltanto a un passo. Portò la mano alla tasca e ne tolse qualcosa. "Excuse me" disse.
Prese a correre. Dove l'aveva sentito? Forse in un serial alla televisione. Due giorni prima. Nella pizzeria. "La paura ci smuove" aveva detto il protagonista "ci smuove e ci dice: corri!". Non l'avrebbero preso. Era spaventato. Loro no. Aveva soltanto preso un krapfen. Perché avrebbero dovuto aver paura di lui? Corse, nascondendo il suo tesoro sotto la giacca. Corse e fu allora che provò quella sensazione. Quel brivido che ti avverte che qualcosa ti è sfuggito. Soprabiti, corsetti, caschi, berretti, distintivi, manganelli… armi. Non gli fu chiaro fino a quando la gente si buttò al suolo gridando. Aveva sentito qualcosa. Un secondo prima. Qualcosa che poté udire sopra le intimazioni che gli agenti gli gridavano in una lingua che gli era sconosciuta. Qualcosa che avvertì più forte degli urti contro la gente. Qualcosa come… bang? Si fermò. Il primo colpo esploso gli aveva trapassato il polmone destro. Si chiese dove sarebbe finita la pallottola. Sentì i due seguenti, entrati dalla schiena, uscirgli dall'addome. Cadde al suolo. Fu una sofferenza lasciare il krapfen, ma le sue mani rifiutavano di tenerlo ancora. Rotolò fino alla sua testa e restò li. Davanti ai suoi occhi. Davanti alla sua bocca. Davanti al suo naso. Quell'odore.
Qualcuno lo girò. Poteva sentire la mano di un uomo che palpava i suoi indumenti. Tutto il suo corpo. Clear! Gridò quando ebbe terminato. Poi giunsero altri soprabiti, corsetti, berretti… cosa succedeva? Udiva le loro voci. Sopra di lui. A milioni di anni luce sopra di lui. God, we done?, innocent, ambulance, gonna be good… Suonavano come una vecchia canzone di Sinatra. Il soprabito nero gli sostenne la testa. Aveva i capelli biondi, gli occhi chiari. Doveva avere la sua età. Gli chiese qualcosa che non capì. Il soprabito nero ripeté. Inghiottì sangue e concentrò tutta la sua forza nella gola. I am hungry, disse. La voce era chiara. Più debole. Il soprabito staccò un pezzo di krapfen e glielo mise in bocca. Aveva il sapore che lui si aspettava. Osservò che la crema era fredda mentre la pasta era calda. Lo zucchero che aveva reso attaccaticce le sue dita era ora nella sua bocca. Era delizioso. Un altro uomo scostò il soprabito nero. Gli occhi gli si chiudevano, ma ne era sicuro. L'aveva visto. Era possibile che avesse le allucinazioni, ma non c'era dubbio. Nonostante si trovasse nella metropolitana, sotto terra, l'aveva visto. Decine di stelle su un cielo azzurro ricamate sulla manica di un'uniforme. Era come pensava.
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Jean accese il televisore. Era stato sicuramente il più grande spavento della sua vita, ma c'era qualcosa che voleva verificare. Cambiò canale, premendo i tasti del telecomando in modo frenetico fino a che trovò. Era lì. Stette in silenzio e ascoltò quel che diceva l'annunciatrice. "…enti del servizio di polizia della metropolitana hanno abbattuto una persona sospetta non ancora identificata, nella stazione Central Maine. L'individuo, un maschio dai tratti somatici arabi, aveva attirato l'attenzione degli agenti poiché nascondeva qualcosa sotto la giacca. Quando ha preso la fuga è stato abbattuto da agenti dell'unità antiterrorismo". Spense il televisore. Neppure in questo canale venivano mostrate immagini del suo negozio. Comunque anche così era un aneddoto interessante da raccontare agli amici. Verificò i forni per il pane, vuotò la vetrina e eliminò i prodotti non più freschi. Fu nell'aprire la cassa che lo vide. Chi mai poteva aver lasciato un orologio tanto antico sull'espositore?
Testo segnalato da: Buràn
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