Buono come sempre
di Yael Goldstein, U.S.A.
(traduzione di Valentina Porretti)



Quando sognava il bambino non era come nei film di mafia, dove i cadaveri sono di un blu putrido e cercano di afferrarti con mani che sembrano artigli, che ti chiedi perché i morti hanno tutti dita così lunghe. Il bambino era azzurro, ma di un azzurro gradevole, pallido, da dipingerci la cameretta, magari con soffici nuvole bianche per farlo sembrare un cielo, anche se non capiva perché mai si dovesse far credere a un bambino di dormire in mezzo al cielo. Eppure Frankie sapeva che la gente lo faceva, eccome. L'aveva visto lei stessa su alcune riviste. Il bambino era di un azzurro cielo gioioso e sorrideva e gorgogliava ed era il genere di bambino sano, allegro, pieno di vita. Il più delle volte, le diceva di non odiare Cody.
Cody le aveva spedito un'unica lettera, quando lei aveva appena iniziato a lavorare nella cucina della Nethermede Academy. La lettera non diceva granché, solo che il college gli piaceva, che conosceva gente interessante e seguiva una quantità di corsi fantastici; le scriveva dei corsi in modo stranamente dettagliato. Per via di quella strana abbondanza di dettagli, più che per tutto il resto, aveva capito che lui la stava riponendo in un cassetto, in un passato che a malapena gli apparteneva, un tempo lontano prima che la sua mente fosse così 'meravigliosamente alterata' - parole sue - da corsi come 'L'amore all'epoca di Byron' e 'Il concetto del divino nel pensiero islamico.' Era un Cody nuovo ora, le diceva, e il Cody nuovo aveva ancora meno in comune con lei di quello vecchio. Era stata dura addormentarsi, la sera che aveva ricevuto la lettera. Il pensiero le sfuggiva continuamente verso quel giorno a metà dell'ultimo anno, quando Cody - il ragazzo più sveglio di quella schifosa scuola cattolica, Cody dalla pelle morbida e liscia come una ragazza e i chiari occhi castani dietro i rettangoli perfetti degli occhiali, Cody il figlio della vicepreside della Nethermede Academy, roccaforte del privilegio in quella città non privilegiata in mezzo al New Jersey del sud, Cody che se fosse stato una ragazza avrebbe studiato lui stesso alla Nethermede anziché alla St. Michael e che poi andò di lì a pochi mesi dritto a Yale - era comparso al suo fianco nel prato di fronte alla scuola, come se la conoscesse da una vita. Con quella voce impertinente e spavalda che l'aveva innervosita per tutti i lunedì e i mercoledì alla terza ora, le aveva detto di come era giunto alla conclusione che l'indolenza di lei fosse una forma evoluta di protesta sociale, perché aveva notato come alla fine arrivava a leggere ogni pagina delle lezioni di inglese che seguivano insieme. Solo che ci arrivava qualche settimana più tardi, come se stesse pedinando la classe, appostata agli angoli, da un'auto con i finestrini oscurati, per sbirciare la mossa successiva. Quando lei gli disse chiaramente quello che pensava della suora che teneva il corso, lui rise e con l'intonazione da predicatore - un'imitazione mediocre del preside, padre McMullin - disse, "Tu sei malvagia, una ragazza malvagia e questo è un dono del demonio." E fu così tutti i pomeriggi che passarono insieme dopo quella prima volta: lui che diceva cose assurde, e lei che sorrideva un po' sprezzante, ma pendeva dalle sue labbra; voleva che quelle conversazioni non finissero mai.
Una sera che i genitori di lui erano a Manhattan, aveva cucinato per lei. Si muoveva sicuro per la cucina, maneggiava spezie, sgrassava la carne di maiale, mescolava, assaggiava; il suo corpo lungo e asciutto dominava lo spazio. Quando mise giù il coperchio di un tegame e la baciò con forza contro il frigorifero, lei sentì il sudore salato della sua sapienza culinaria, l'alterità, la distanza, la sua impossibilità. Tre mesi dopo, quando la raggiunse nel parco per dirle che cosa aveva organizzato sua madre - il lavoro nella cucina della Nethermede, la stanza negli alloggi delle studentesse - lei pensò a quello. A lui che la baciava contro il frigorifero, la sua abilità salata che le scorreva sulla lingua. E così, anche se si era opposta aspramente, ma vanamente, a ogni altro 'ovvio passo seguente' che la famiglia di Cody le aveva prospettato, il lavoro come aiuto cuoco alla Nethermede Academy, per quanto a prima vista non adatto, finì per piacerle. Naturalmente allora sospettava poco quanto lui che in cucina sarebbe stata brava sul serio.
All'inizio era brava perché le piaceva.
Le piaceva come i vortici di vapore che si alzavano a ondate le lucidavano a nuovo il viso mentre tac-tac-tac affettava carni e verdure a cubi perfetti. Le piaceva il chiacchiericcio costante delle altre donne che lavoravano, le frecciatine, gli insulti e le incursioni reciproche nei drammi delle altre, dal tuorlo finito tra gli albumi al figlio in galera. Non si sentiva del tutto dentro al gruppo; ma nemmeno del tutto fuori. Qualche volta la prendevano anche in giro in quel modo burbero-affettuoso che usavano fra loro, chiamandola 'Ringraziamento' per i capelli color ripieno di torta di zucca e 'Speziatella' per la pelle spruzzata di lentiggini come se avesse esagerato con la cannella.
Prima di iniziare alla Nethermede, non era mai stata appassionata di cucina. Se proprio le capitava di pensarci, la considerava come un posto dove passare di corsa, agguantare un panino, gridare al padre che usciva per andare da qualche parte dove in realtà non stava andando. Il posto dove Cody si era schiacciato contro i suoi fianchi ossuti, le aveva scostato dagli occhi la frangia irregolare come se morisse dalla voglia di vedere il grigio spento delle sue iridi e le aveva chiesto di credere - anche se lei non ci era riuscita, sul serio, nemmeno quella notte - che gli piaceva quello che sentiva e vedeva. Non aveva nessun ricordo di quelli aroma-tatto-brivido-caldo di lei da piccola accanto alla madre a rubare cucchiaiate di qualcosa di fumante e buono. Ma arrivò presto a provare piacere per il calore, per le chiacchiere delle donne e soprattutto per le potenzialità che stavano lì intorno, sotto forma di casse piene di ogni ben di Dio che una volta messo insieme sarebbe diventato un pasto, che a sua volta sarebbe diventato la materia di un essere umano. Tutta una ressa di informazioni sospette - dalle lezioni di biologia? dalla TV? da Cody? - la assaliva mentre cucinava: di corpi che creavano cellule con il cibo che preparava, così che, di fatto, sentiva che stava creando lei quegli esseri flessuosi, dalle teste bionde, che giravano per il campus stringendo mazze da hockey e manuali di matematica. Le stava tenendo in vita, quelle ragazze, e per questo, in qualche modo, le amava.
Sì, all'inizio era brava perché le piaceva.
E dopo cominciò a piacerle perché era brava. Il mutamento avvenne tutt'a un tratto, una notte di dicembre, quando le apparve una ricetta, come una profezia. Una profezia singolarmente irrilevante, ma che altro tipo di profezia poteva capitare a lei? Invece del bambino azzurro pallido, dalla sua mente addormentata emersero un pollo, confettura di pesche, salsa di soia e cipolle. Come una qualunque profezia, fu sorprendente e sconvolgente nelle sue parti, ma ineluttabile e persuasiva nel suo insieme, almeno per il profeta. La sognò davvero. La sognò. Per qual motivo, non ne aveva idea, ma sapeva per certo di dover preparare quella ricetta. Si sentì prescelta, anche se solo dai recessi segreti della sua stessa mente. La notte successiva andò di nascosto in cucina. Al buio c'era qualcosa di sovrannaturale in quei recipienti enormi, nei tegami e nelle pentole, qualcosa di magico ed eccitante. Lasciò le luci spente, aiutandosi solo con il chiaro di luna che filtrava dalla finestra, debole e acquosa. Ci impiegò meno di due ore, e ci avrebbe messo anche meno se non avesse provato ben quattro varietà di confetture di pesche prima di sceglierne una; erano avanzate dal tè organizzato dalla preside qualche settimana prima, in occasione della visita in massa dei genitori. L'ispirazione aveva tracciato il suo percorso serpeggiante a partire da quell'evento, senza dubbio, ma dove aveva indugiato finora? Valeva la pena chiederselo, perché si trattava di autentica ispirazione. Sorprendente e azzeccata. La confettura, la salsa di soia, persino il pollo, erano sfuggiti ai loro limiti, si erano dileguati nel calore e ricombinati allegramente insieme in qualcosa di completamente diverso. C'era un elemento erotico in quella sincronia, le parti che scomparivano l'una nell'altra. Quando alle cinque iniziarono ad arrivare le altre donne per cominciare a lavorare alla colazione, Frankie era ancora lì seduta davanti al vassoio, inebetita.
"Oh Signore, e questo cos'è?" chiese la signora Robbins, avvicinandosi nella sua enorme magnificenza, rotoli di carne sensuale fasciati da un grembiule bianco. Cacciò la testona massiccia giù nel vassoio e ripeté, "Oh Signore, e questo cos'è?"
Alcune bolle di confettura si erano separate dalla salsa di soia e se ne stavano lì come grasso tremolante sulla pelle gialla. Le cipolle cotte ciondolavano molli come vermi. Nemmeno dopo Frankie riuscì a capire con quale riserva nascosta di coraggio le venne in mente di dire - di ordinare - "Lo assaggi," né perché la signora Robbins, dopo aver sbottato per diversi minuti con linguaggio fiorito che non aveva alcuna intenzione di mettersi in bocca niente che avesse quell'aspetto alle cinque del mattino, alla fine prese una forchetta e lo assaggiò.
Due sere dopo era nel menu della cena. Frankie non era di turno per lavare i piatti, e così si mise in fondo alla sala da pranzo rivestita di pannelli scuri, a guardare la sua profezia che veniva delicatamente infilzata da centinaia di forchette e scompariva dietro labbra lisce e curate, dietro denti perfettamente allineati, giù per gole che discorrevano piacevolmente, e oltre. La mangiarono tutte, nessuna esclusa. Non riuscì a dormire quella notte per tutte le nuove ricette che le venivano rincorrendosi in testa da chissà dove.
Il pollo di Frankie era già stato richiesto quasi altre due dozzine di volte, quando la signora Robbins le domandò se non aveva altri 'dannati intrugli magici' nella manica. Quando consegnò una pila ordinata di schede di ricette, la signora Robbins inarcò un sopracciglio spelacchiato e con la sua risata fragorosa disse, "Ragazza, ti sei impegnata."
'Impegnata' non era il termine giusto però. 'Consumata' sarebbe andato meglio, non fosse stato per il doppio senso.
Dopo quella prima ricetta, non gliene vennero altre nei sogni, senza sforzo, regalate. Non che si sedesse a tavolino a pensare, "Vediamo, cosa potrebbe andar bene con cosa?" Non avrebbe saputo fare a quel modo. Ma comunque alle ricette ci doveva lavorare. Quello che doveva fare era ricordare tutte le cose che aveva cercato di dimenticare. Per esempio, pensava all'aspetto del sole sopra il prato minuziosamente curato della casa di Cody - miele intenso e declinante verso sera - quando si arrampicò lassù, insolitamente in alto, per dirgli che il padre l'aveva cacciata, chiamandola "piccola lurida troia" con una voce spiacevolmente priva di collera. Pensando all'aspetto del sole quel giorno, ritornava a quel breve momento in cui aveva creduto che Cody dopo tutto potesse appartenerle, dato che lei ora non apparteneva a niente - e da lì, assurdamente, per magia, arrivava a una torta di ananas, da preparare aggiungendo all'ultimo minuto burro di arachidi all'impasto. Una sera giù in lavanderia, mentre separava la biancheria che si poteva ancora portare da quella troppo sdrucita per essere usata, udì il gocciolio di un rubinetto in un catino di plastica, e fu assalita dal ricordo del gocciolio della pioggia dalla grondaia del tetto mentre risaliva a piedi verso la sua casa cadente, cercando il modo di dire al padre che dopo tutto non sarebbe diventata madre, che Cody e la sua famiglia si erano occupati di quel problema, senza usare la parola che l'avrebbe spinto oltre la collera, in un'estasi mistica di indignazione. Sapeva cosa le si stava insinuando nella pelle, proprio come allora, il panico che montava costantemente, goccia a goccia; questa volta la collera animò il padre, così che per una volta fu davvero presente e la casa abitata, anche se solo dal suono della sua voce appannata dalla birra, invetriata dalla bibbia, che scagliava anatemi splendidamente deturpati, che sarebbero stati anche comici, se non così spaventosi: meretrice di Blablonia e carnefice dell'innocenza. Sentiva il passato gocciolare nel presente e un pezzo scuro di carne di manzo, ammorbidito dalla rosolatura, con una punta aspra di aceto e lamponi, fece la sua comparsa sopra le lavatrici allineate.
La torta di ananas con il burro di arachidi, il manzo in salsa di lamponi, le altre dozzine di "dannati intrugli magici" che fuoriuscivano dal suo vissuto rielaborato - non solo la purificavano da qualcosa, ma la riempivano anche di qualcosa. Vederli ingeriti - assorbiti, acquisiti, portati via - la faceva sentire completa. In modo bizzarro, si sentiva amata. Non c'erano altre parole. Era così che si sentiva. Amata. E piena d'amore, anche. Non importava che quando la incrociava nel porticato ventoso, la madre di Cody pronunciasse il suo nome come qualcosa andato a male nel frigorifero. Non importava che anche solo domandando come andava il "piccolo esperimento di cucina" di Frankie, la madre di Cody riuscisse a esprimere chiaramente quanto poco ne fosse impressionata, quanto fosse contenta che suo figlio si trovasse a uno stato di distanza e che non pensasse mai a Frankie, che non le scrivesse mai. Cody non le scriveva mai, ma si sentiva amata lo stesso.
Aveva sentito che la preside Cullins aveva già diramato diverse note sull'abuso dei buoni pasto perché molti insegnanti si fermavano a mangiare in mensa a pranzo e poi anche a cena. Aveva sentito che alcune ragazze avevano iniziato a saltare i corsi del pomeriggio perché ci mettevano ore a digerire dopo aver fatto tre, quattro, o persino cinque puntate al banco dei pasti caldi della mensa. Ma anche senza queste conferme avrebbe provato quella pienezza soddisfatta. Le veniva nel vedere le sue ricette convertite in cibo.
Nei mesi successivi, Frankie iniziò a gironzolare per il campus negli intervalli tra i turni della colazione, del pranzo e della cena, invece di rintanarsi in un angolo della cucina o di precipitarsi nella sua camera surriscaldata, senza neanche una tenda avvolgibile funzionante. Quando iniziò a fare più caldo, cominciò a pranzare all'aperto sui tavoli da picnic. Guardava le ragazze che facevano sport, sfogliavano pigramente i libri di testo, spettegolavano in gruppetti. Ad alcune di loro sorrideva - a quelle che sembravano più simpatiche - e loro spesso ricambiavano; alcune divennero in qualche modo sue tacite amiche, salutandola con la mano e gridandole "ciao" quando passavano.
Una delle ragazze, una certa Lindsey Pelham di Greenwich, Connecticut, vicepresidente del corpo studentesco, capitano della squadra di hockey e moderatrice del gruppo di discussione, di tanto in tanto andava addirittura da lei e le diceva con tono squisitamente politico (Frankie aveva sentito dire che il padre di Lindsey era stato vicegovernatore del Maine) quanto le piacesse tutto quello che Frankie cucinava. "Il tuo tonno-sorpresa è una parte vitale della comunità della Nethermede," diceva, e sebbene ci fosse stato un tempo in cui Frankie diffidava dell'entusiasmo ferino del suo volto non del tutto grazioso, del sorriso smagliante che non svaniva mai, ma neanche sembrava mai autentico fino in fondo, ora invece provava per Lindsey Pelham un sentimento caldo come il pane. Di fatto, sentiva crescere una propensione simile verso tutte le ragazze. Era una sensazione di vicinanza su cui non desiderava intervenire. Voleva nutrirle e guardarle, senza chiedere niente in cambio. Sapeva che detto a parole sembrava sciocco. Ma era lo stesso una cosa bella da sentire.
La signora Robbins annunciò il proprio pensionamento a maggio. Nessuno si sorprese quando Frankie fu nominata nuovo capo cuoco. Nessuno tranne Frankie. Mancavano solo due giorni alla fine del trimestre di primavera, quando la preside Cullins trascinò Frankie fuori dalla cucina nella luce brillante del mattino, e le diede la notizia con una voce circospetta, senza fiato, neanche stesse confidando a Frankie che era stata scelta come governante di qualche staterello su un'isola, o inviato speciale su Marte, anziché capo cuoco in una scuola di seconda categoria. Stavano passeggiando insieme per il campus fiorito - la Cullins amava camminare mentre parlava - e così Frankie poté girare la faccia dall'altra parte, nascondendo la propria reazione. Ascoltò con appena un brandello di attenzione, oppressa dalla premonizione che questo trionfo non richiesto l'avrebbe portata alla rovina. Quando la Cullins scappò via a metà di una frase per sgridare un gruppo di ragazze che si aggiravano troppo vicino al capanno che segnava il limite del campus, gridando a Frankie da sopra la spalla che avrebbero potuto "parlare del nocciolo della questione" una volta passato il trambusto degli esami di fine trimestre, Frankie si rincamminò verso la cucina, persa in una foschia di inquietudine che non si sarebbe diradata per tutta l'estate.
Naturalmente senza quella foschia di inquietudine - e le riunioni, i piani, gli inventari che ne seguirono, per non parlare del forte aumento di stipendio - l'estate sarebbe stata un vuoto terrificante e solitario. Così invece era impegnata a chiamare i fornitori e a selezionare il nuovo personale, e il suo insospettabile talento per l'organizzazione e l'efficienza le diede non poca soddisfazione. All'inizio di luglio, traslocò dagli alloggi della scuola in un appartamento per conto proprio. Vivere da sola le piaceva molto più di quanto avrebbe immaginato. Passò la maggior parte dell'estate ad arredare le tre stanzette con mobili e stampe che trovava nei mercatini.
Il giorno del rientro per l'inizio del trimestre d'autunno, guardava dalla finestra del suo ufficio privato le ragazze che uscivano in massa dalle automobili stracariche, lasciando che i padri trascinassero i pesanti bagagli, mentre loro correvano in giro a scambiarsi baci, abbracci e gridolini neanche avessero avuto solo il 50% di possibilità di tornare vive dopo l'estate. Frankie pensò al mucchio di ricette che si erano accatastate negli ultimi mesi, smaniose e impazienti dentro un cassetto, e si rese conto del sollievo che sarebbe stato cucinarle.
Il sollievo durò due settimane esatte. Il lunedì mattina della terza settimana del trimestre, la Cullins fece un salto in cucina mentre Frankie e le sue aiutanti stavano sbattendo le uova nei recipienti. "Alcune ragazze vorrebbero scambiare due parole con te," annunciò con la voce compita che usava quando non era circospetta e senza fiato. Fissando ammutolita la Cullins in ritirata, Frankie bruciò irrimediabilmente un'infornata di fette di pane.
Quella sera, Frankie oltrepassò la pesante porta a due ante della biblioteca nell'ala delle ragazze dell'ultimo anno, sontuosamente rivestita di pannelli, e vi trovò un gruppo di dieci studentesse e cinque amministratrici sedute le une di fronte alle altre, in attesa. Sarebbe voluta andare verso i divani rossi di pelle dove erano sedute le rappresentanti delle studentesse, ordinate come uova in una confezione, ma l'unico posto non occupato era una poltrona dallo schienale avvolgente in mezzo ai suoi superiori: il posto proprio accanto alla madre di Cody. Frankie scrutò la sua espressione - indifferenza impenetrabile atteggiata in modo da sembrare qualcos'altro, indefinibile e nobile - e provò l'impulso di scappare. Invece prese posto senza battere ciglio, mentre lo sguardo fisso della madre di Cody la esaminava, chiaramente notando, e tuttavia facendole la grazia di ignorare, che stava sudando copiosamente, insaccata in un tailleur che si era comprata appena poche ore prima; pensava che le avrebbe dato un'aria professionale, mentre di fatto la fece sentire un'idiota.
Frankie si concentrò invece sulla sua amica, Lindsey Pelham, che in quel momento avanzava a grandi passi verso il centro della stanza e si posizionava accuratamente, con una mano posata sul fianco snello, coperto dalla felpa della squadra della scuola, e una pila di fogli scritti nell'altra mano; la luce rimbalzava giocosamente sulla sua coda di cavallo liscia e bionda. Lindsey si lanciò in un discorso che ripercorreva la storia della Nethermede dal 1888 fino ad allora, e Frankie smise presto di fare attenzione alle parole, pensando invece alla madre di Cody al suo fianco, se non fosse stata lei in realtà a organizzare quell'incontro. Fu solo quando la voce di Lindsey si alzò in un crescendo gioioso che Frankie si riscosse, giusto in tempo per sentire la studentessa che lamentava, "Certo è buono, ma anche le barrette di cioccolato sono buone, eppure non le mangiamo per cena. "
Frankie lampeggiò un sorrisetto nervoso in risposta al sorriso estatico di Lindsey, mentre considerava la possibilità che Lindsey si riferisse proprio alle sue ricette.
"Voglio dire, non è forse difficile restare snelle?" continuava Lindsey, lo sguardo agganciato a quello di Frankie adesso. "E non lo è ancora di più quando tutto il cibo che ti viene proposto contiene milioni di grammi di grasso? Ci sono problemi di linea che devono essere tenuti in conto." Lindsey pronunciò quest'ultima affermazione con gravità, mentre il sorriso si dileguò per un istante dal suo volto.
La fila ordinata di uova si muoveva, ora, mobilitandosi per distribuire a Frankie e alle sue dipendenti dei volantini. C'era scritto a grandi caratteri color porpora "Risultati del sondaggio sui pasti della mensa". A sinistra del titolo c'era il disegno un tacchino, bilanciato a destra da alcuni cuoricini disseminati qua e là. Sotto, dei numeri: 467 studentesse della Nethermede intervistate; 403 erano favorevoli a un menu ipocalorico, 60 preferivano lo status quo, quattro non sapevano. Frankie controllò di sfuggita se la madre di Cody si fosse accorta che il foglio le tremava nella mano. Ma lei sorrise con falsa simpatia e si strinse nelle spalle come a dire, "Ma tu guarda!" Lindsey Pelham intanto proseguiva, descrivendo l'orrore provato da lei e dalle sue compagne nello scoprire, di ritorno a casa per l'estate, quanto erano aumentate di peso per colpa della cucina di Frankie. Le colleghe di Frankie fissavano Lindsey con ammirazione mentre descriveva la sua idea di una cucina praticamente senza grassi. Frankie indovinava le parole che dovevano risuonare dietro i loro volti adoranti, parole come "intraprendenza" e "carisma". Per non farsi sopraffare, Frankie cercò con tutte le sue forze di non notare che il fervore cresciuto in lei negli ultimi mesi era imploso ai suoi piedi come una palla di impasto lievitata male.
Quella notte, sdraiata nel letto stretto e cigolante, mentre si sforzava di tenere a bada le ispirazioni per nuove ricette, si accorse di essere, più che triste, posseduta da un sacro furore: per l'arroganza di quelle ragazze, che sembravano pensare che il mondo fosse una cosa ordinata, così docile che loro potevano dedicarsi al contenuto di ogni singola molecola che si mettevano in bocca. E, sì, una parte di lei associava tutto questo alla delusione con Cody, ai progetti di Cody, da cui lei era stata esclusa. E forse l'insieme di questi pensieri la indusse in qualche modo a farlo. Ma non è che decise di farlo.
Semplicemente, era necessario.
I piatti scipiti la facevano soffrire. Sulla lingua mancavano di incanto, di esuberanza, di emozione. Chi sarebbe riuscito a mettere del sentimento in quelle fettine di alimenti dimagranti? E così un giorno, di sfuggita, senza pensarci, versò una crema densa in un tegame dove sobbolliva un passato di piselli ipocalorico. Nessuno la vide. Nessuno lo venne a sapere. Non aveva fatto male a nessuno. E non avrebbe avuto la minima importanza, se non che quel gesto insignificante aprì le dighe dell'ispirazione. E che alluvione avevano trattenuto fino ad allora! Venne fuori che il massimo fulgore del suo talento stava proprio lì: nella mistificazione culinaria.
Nel giro di due settimane inventò più di venti ricette, mettendo insieme alcuni semplici trucchi che aveva ideato a tarda sera nel suo cantuccio di cucina: artifici per mascherare il sapore del burro senza sacrificarne la ricchezza, per aggiungere una crema grassa a un piatto senza far emergere quella densità che ne avrebbe tradito la presenza, per nascondere le tracce dell'olio di oliva nella preparazione delle verdure. Era fantastico dare di nuovo libero sfogo alle ricette - fantastico in un modo vitale, essenziale, non nel modo frivolo di un piacere fine a se stesso. Fantastico in un modo terribile, anche. Era spaventata dal piacere che provava nell'immaginarsi come un demone che penetrava nei mondi altrui e colpiva non visto, facendo gonfiare all'altezza delle cosce i pantaloncini da corsa e riempiendo i twin set di rotolini sul punto vita. L'unico modo con cui riusciva a non detestarsi per quella ribellione delirante era pensare che quei mondi in cui faceva incursione non riguardassero altre persone, ma solo lei e Lindsey Pelham - la quale, non aveva potuto non notarlo, si serviva porzioni enormi a ogni pasto.
Come tutti i geni abbastanza fortunati da essere riconosciuti tali in vita, Frankie era avvolta dalle spire zuccherine della leggenda: per il controllo sopraffino della cucina e l'abitudine di preparare i brodi e le basi della maggior parte dei piatti da sola, indisturbata, a notte fonda. Invece di insospettirsi per questi vezzi, la amavano ancora di più per quanto si era calata bene nel ruolo dell'artista eccentrica. Rimase sorpresa dalla facilità con cui si era calata in questa parte, prendendosi il merito di essere riuscita in un'impresa in cui in realtà non era affatto riuscita. Era fiera della sua inesistente linea di cibo gustoso e senza grassi, e a volte, rendendosene conto, si faceva paura da sola.
Una notte, pochi giorni prima delle vacanze invernali, Frankie camminava velocemente attraverso il campus cupo e freddo, oltre le sagome inquietanti delle torri di mattoni rossi che svanivano nella nebbia, quando udì dei passi leggeri che la seguivano. Per un istante, fu atterrita dal pensiero di essere inseguita da se stessa, dalla sua personificazione demoniaca. Si voltò titubante e vide che era anche peggio degli spettri da film di seconda categoria evocati dalla sua coscienza sporca di ragazza cattolica: era Lindsey Pelham, che accorreva sulle gambette robuste, i piedini minuscoli che facevano scricchiolare l'erba indurita. Aveva le guance gonfie e arrossate dal freddo, ma sprizzava buona volontà. Quando la sua mano perfettamente curata si protese e le afferrò il braccio, Frankie si trattenne a fatica dal ritrarsi. "Basta," pensò. "Basta con queste smancerie." Per tutta la settimana ragazze con l'alito profumato di menta l'avevano bersagliata di auguri di buone feste. Era stressante. "Volevo solo dirti, insomma, grazie. Per come, insomma, sai, per quello che sei riuscita a fare." Lindsey strascicava le parole nell'aria fredda, con una luce seria negli occhi, il permasorriso splendente. "Sei un mito. E il tuo cibo è buono come sempre. Te lo volevo dire prima, ma l'ultimo anno è pazzesco per, insomma, le cose del college, sai?"
"Oh, lo so," la rassicurò Frankie, mettendo la sua mano screpolata e ruvida su quella morbida di Lindsey. "E, comunque, dovrei essere io a ringraziarti." Lo pensava quasi sul serio, e mentre tornava a casa la notte le sembrò densa e accogliente, un'oscurità di cioccolato.
Fu in quel momento di trionfo che le provocò l'aver quasi perdonato Lindsey Pelham, che avrebbe dovuto presentire che la fine era inevitabile. Non perché quello che faceva fosse malvagio, o perché prima o poi le ragazze - e probabilmente Lindsey Pelham per prima - avrebbero capito che quello che cucinava aveva effetti inspiegabili sui loro corpi, ma perché idee grandiose come le sue ricette non potevano essere domate. Era lei ad appartenere a loro, non viceversa. Quel momento di trionfo, in particolare, apparteneva a loro. Nonostante i suoi sforzi per mantenerle semplici e credibili, le ricette diventavano sempre più elaborate, pretendendo attenzioni e lodi, in vista della caduta finale. Avide, esigenti, cercavano di raggiungere il mondo intero attraverso le pance del loro pubblico, incuranti dell'artista che le aveva create. Ma Frankie non se ne rendeva conto e quell'anno trascorse il primo Natale felice della sua vita; seduta da sola nel suo appartamento, riassaporava il ricordo del suo incontro con Lindsey Pelham, ascoltando canti natalizi alla radio e pianificando mentalmente un intero banchetto di Natale con le calorie imbucate in anfratti ben nascosti. La perversione della sua ossessione era diventata così grande che, anche se avesse saputo che Emily Martel, una ragazza del primo anno della Nethermede, in quel momento stava dicendo meraviglie della fantastica cucina senza grassi della scuola - e che tra coloro che ascoltavano l'elegia c'era anche la zia di Emily, una nota giornalista gastronomica sempre a caccia di storie - avrebbe provato lo stesso una grande gioia, quella sera, per il semplice fatto che fu una delle migliori dal punto di vista creativo.
Tant'è che la prima mattina dopo il rientro dalle vacanze, quando la Cullins irruppe per dare a Frankie la notizia, con voce adeguatamente senza fiato - la sua fama era imminente! grandi novità! grandi novità all'orizzonte, ne era certa! - lei era ancora così presa dalla contemplazione del raffinato inganno di quel banchetto che il suo primo istinto fu di rallegrarsi quanto la raggiante preside. Fantastico, pensò. Dopo tutto avrebbe cucinato quel pasto e la giornalista sarebbe andata in visibilio - in visibilio sulle pagine della rivista Gourmet Food. Solo dopo se ne rese conto: quella dannata giornalista avrebbe voluto guardare. Vederla in azione, conoscere le sue ricette. Tutto il genio della suo inganno sarebbe stato messo a nudo.
Stranamente, nonostante questo grumo di consapevolezza che le ostruiva la mente, non si fece prendere dal panico. Per due settimane attese tranquillamente il responso, improvviso e giusto come la sua prima profezia. Il giorno prima dell'arrivo previsto della giornalista nella sua cucina, si rese conto che ciò non sarebbe mai accaduto. Era impegnata a ideare una gran quantità di ricette nel retro dell'ufficio, quando questa verità discese su di lei, e in quello stesso istante scattò verso la porta, spargendo i fogli delle ricette sul pavimento di linoleum. Occhi attenti e preoccupati la seguirono mentre correva fuori dalla cucina, fuori dalla sala da pranzo, fuori dal chiostro nell'ala est del campus, dove infine si fermò, piegata in due, respirando con brevi rantoli affannosi. Quasi immediatamente udì dei tic-tac ritmati; senza neanche guardare, sapeva chi annunciavano. In un momento del genere, non poteva che comparire la madre di Cody, l'angelo vendicatore con collana di perle coltivate, scialbamente chic, con un'espressione di finta preoccupazione.
"Va tutto bene cara?" le chiese, mentre Frankie si tirava su con un certo sforzo.
"Un attacco di tosse." Si stupì della calma della sua stessa voce. L'inganno si era fatto strada fino ai polmoni. "Pepe macinato."
"Dev'essere stato spiacevole."
"Già."
Frankie diede un'occhiata nervosa da sopra la spalla alla distesa ondulata delle colline dove le sarebbe piaciuto vagabondare, da sola. La madre di Cody si era avvicinata gradualmente, ma entrambe restarono in silenzio per alcuni lunghi secondi. La testa della madre di Cody, biondo-paglia da stuoia, era girata a guardare un gruppo di ragazze che spettegolavano riunite in circolo alcuni metri più in là. Frankie, appiattita al muro, per un attimo si domandò se non si fosse dimenticata di lei. Scivolò verso sinistra, cercando di andarsene, ma la madre di Cody intercettò il suo sguardo e lo trattenne.
"Te l'ho detto che domani viene Cody?" Lasciò cadere le parole nell'aria con una leggerezza intenzionale, come se l'arrivo di Cody fosse una cosa normale, come se non fosse passato un anno e mezzo dall'ultima volta che Frankie aveva udito pronunciare quel nome ad alta voce da qualcuno che non fosse l'allegro cadaverino azzurro che le appariva in sogno. "Aiuterà Andrew ad allestire la nuova aula di informatica. Queste vacanze invernali, così lunghe - ha bisogno di impegnarsi in qualcosa di utile, altrimenti il suo cervello si atrofizza. Ho pensato dovessi saperlo, nel caso vi incontraste."
Frankie stava camminando nel campus appena fuori dal parcheggio, quando lo vide. Era tutta concentrata sul catorcio di auto che aveva comprato da poco, nello sforzo di ricordare il nome del meccanico che le aveva indicato una collega. Cody era seduto su una delle panchine vicino all'ingresso dell'edificio principale - l'edificio dove lei lavorava, ma forse lui questo non lo sapeva. Lo riconobbe anche seduto di schiena, e anche se le spalle erano diventate più larghe e sembrava si fosse messo in testa qualche lozione per spettinare ad arte i capelli, per quanto non fosse facile essere sicuri della sua nuova acconciatura dato che teneva la testa piegata in avanti. Era come al solito immerso in un libro. Si domandò se fosse il genere di libro che leggeva di solito ai tempi - lunghi saggi sulle potenzialità dell'intelligenza artificiale che lo elettrizzavano per ore o improbabili intrighi politici che ordinava su internet e leggeva sogghignando, ma rifiutandosi in modo esasperante di renderla partecipe, "per il suo stesso bene" - oppure se al college non avesse cambiato completamente gusti. Si accorse con sorpresa di desiderare intensamente che il libro fosse la copia logora del romanzo 'Il gioco di Ender' che un tempo Cody portava sempre con sé.
Erano soli nel campus solitamente brulicante di persone. A quell'ora le studentesse stavano appena alzandosi dal letto, mentre le sue dipendenti erano affaccendate tra recipienti di uova e piastre fumanti, senza dubbio domandandosi con una certa ansietà dov'era finita. Fino a quel giorno non aveva mai fatto tardi al lavoro, ma quella mattina rimase seduta in auto per quasi dieci minuti, incerta se scappare Dio sa dove e non tornare mai più, rientrare a casa a sbollire sotto le coperte fino a ridursi a un avanzo appiccicoso, oppure assistere fino in fondo alla sua rovina. Ora, mentre fissava la nuova fisionomia delle spalle di Cody, capì chiaramente di aver scelto la peggiore delle tre opzioni.
Si avvicinò a piedi e si fermò a poca distanza da lui, non vista. Rimase intrappolata nel ricordo di una situazione analoga in cui si era trovata a fissare impotente le spalle di Cody. Era stata l'ultima volta che l'aveva visto, la sera prima che lui partisse per il college. Avevano già rotto allora, anche se non c'era mai stata una fine ufficiale tra loro, così come non c'era mai stato un inizio ufficiale. Per qualche mese era stata ammessa, incredibilmente, all'interno del suo mondo, e poi se ne era ritrovata fuori. Al tempo di quel ricordo, non vedeva Cody da settimane e abitava già alla Nethermede. Quella sera si era addormentata presto, ma si era svegliata poco prima delle undici, atterrita e svuotata. Era la prima volta che sognava il bambino. Quando l'aveva chiamato per dirglielo, Cody era stato gentile; le aveva risposto certo, certo, vieni qui, nessun problema, i miei dormono già. Ma quando arrivò, lui le indicò il letto con la coperta grigia, borbottando di mettersi comoda, mentre lui risprofondò sulla sedia alla scrivania senza muoversi fino alla mattina. Frankie rimase a guardarlo tutta la notte, mentre era impegnato in qualche lavoro misterioso. Controllato, noncurante, isolato da lei dai ritmi melodici della musica latinoamericana che pulsava dal computer. Lei neanche lo sapeva che gli piaceva la musica latinoamericana.
"Sta bruciando qualcosa," pensò, fiutando l'aria gelida e immaginando la cucina in preda alla confusione durante la sua assenza. Era un odore gradevole - affumicato e robusto nella brezza fresca - e le ci volle un minuto per capire che era solo nella sua testa: uno stufato di carne con rosmarino, timo e una punta bruciata di cannella, evocato dal suo ricordo. Pochi secondi dopo, si ritrovò dietro di lui. Ora gli era troppo vicina perché lui non se ne fosse accorto, ma continuava a tenere la testa affondata nel libro. Pensò di posargli la mano sulla spalla - le sembrò un gesto maturo e commovente - ma non ebbe il coraggio di toccare la vecchia giacca militare che gli pendeva floscia dalle spalle. Alla fine, si schiarì la voce. Lui si voltò, e lei vide che il libro che aveva in mano non le era familiare, un mattone con una copertina rigida blu intenso. Fu felice di non averlo toccato.
"Non sei in ritardo, per caso?" La faccia di Cody non era cambiata: la pelle luminosa, leggermente azzurrina per il freddo; gli occhi con le ciglia lunghe dietro le lenti rettangolari, con un sopracciglio rossiccio sollevato, come un ragazzino disobbediente colto in fallo; le labbra appena carnose piegate in un mezzo sorriso, indubbiamente tenero, ma nient'altro che un mezzo sorriso.
"Sono il capo. Questo comporta certi privilegi," disse, soddisfatta del suo tono altezzoso. Cercò di fermarsi lì, ma la battuta successiva uscì fuori per conto suo, suonando decisamente troppo invadente. "Mi stavi aspettando o cosa?"
"Può darsi."
Avevano iniziato a camminare, nella direzione sbagliata, allontanandosi dalla scuola, dal suo lavoro, dall'ufficio dove due ore dopo avrebbe dovuto incontrare la zia di Emily Martel. Non poteva controllare il moto dei suoi piedi. Diede un'occhiata ai piedi di lui, e notò che calzavano le stesse scarpe da ginnastica bicolori alla moda che portavano anche i ragazzi delle scuole preparatorie che venivano al campus a trovare le fidanzate.
"Ho sentito che sei diventata una piccola celebrità negli ultimi tempi," disse a voce molto alta. "Una specie di Mario Batali(1) della Nethermede Academy."
"Sì, qualcosa del genere." Aveva ripreso il tono altezzoso, senza dare minimamente a intendere che non aveva mai sentito nominare Mario Vattelapesca prima di allora. Riusciva quasi a immaginare le sue stesse parole pronunciate da labbra lisce e curate, da una testa biondo-oro.
"Mia madre ha detto che stamattina hai questa intervista o cosa?"
"Già."
"Nervosa?" Le diede un colpetto sul braccio, ma il tocco fu così timido che non se ne sarebbe neanche accorta se non l'avesse visto con la coda dell'occhio.
"Ma va'."
"Puoi scommettere che la giornalista lo sarà. Scoprire una promessa della cucina è un bel colpo." Raggiunsero un albero con i rami lunghi e cascanti disposti a cupola, che dava l'impressione di uno spazio chiuso, specialmente in primavera quando fioriva e d'estate quando le foglie si infittivano. In quel periodo toccava il terreno con i rami scheletrici, ma era comunque uno dei luoghi di ritrovo preferiti dalle ragazze. Frankie non si era mai avvicinata tanto a quell'albero. Si appoggiò al tronco deforme, osservando Cody. Capì che la stava prendendo in giro. La prendeva in giro, e tutta la vergogna di un tempo ritornò all'improvviso, densa e piena come nei giorni subito dopo, e in quelle notti terribili quando appariva il bambino e cercava di zittirla. L'aria era piena dei profumi di tutti i piatti che aveva preparato rielaborando i ricordi di loro due, ed era come se tutto la loro storia passata fosse lì presente sotto forma di profumi, parvenze di sapori. Questo le diede il coraggio di aprirsi.
"Sono in un guaio serio," disse.
Lui la guardò in un modo non diverso da come l'aveva guardata la prima volta che gli aveva annunciato di essere nei guai.
"Non…" iniziò a dire.
"No. Dio, certo che no." Lo proferì con rabbia, ma quel pensiero la fece sentire ancora più strettamente legata a Cody, e desiderò buttare tutto fuori.
"Non intendevo quello. Allora, cosa c'è?"
Frankie rimase in silenzio per un po', pensando a come spiegare quello che aveva fatto - a come esprimere i ricordi, il bisogno, l'ammasso pastoso d'amore imploso ai suoi piedi. Ma sapeva che in realtà niente di tutto ciò aveva importanza.
Lui continuava a fissarla, un enorme punto di domanda sul volto, e così Frankie disse, "Sai tutti quei piatti dietetici che ho cucinato?"
Solo il fatto di dirlo le stringeva lo stomaco. Fu colpita dal pensiero che se quello fosse stato un film, lei certamente avrebbe avuto la parte del cattivo. Cercava di non figurarsi tutte quelle ragazze in buona fede, con le bocche fiduciose e i fianchi che si ingrossavano. Il volto di Cody si contrasse in un accenno di sorriso. Fu contenta di non aver detto tutto, e quasi se ne andò quando lui non si trattenne e tossicchiò una risata rauca.
"Non c'è niente da ridere," protestò. Che invece ci fosse effettivamente un po' da ridere - che cattiveria assurda! - peggiorò solo le cose. Ora stava davvero male, come se tutte le calorie illecite e le molecole di grasso, il divario segreto e sleale tra il cibo descritto e quello mangiato, si fossero cacciate direttamente nel suo stomaco. Avrebbe voluto trovarsi in una cucina, dove tutto aveva un senso.
"Marx che incontra Martha Stewart(2). Sta a te decidere se ingaggiare una lotta di classe con un tocco da Cosmopolitan."
"Immagino mi licenzieranno," disse, anche se visto cos'aveva fatto, perdere il lavoro le sembrava il male minore.
Cody smise di ridere bruscamente, e guardò per terra.
"Ascolta," disse infine - senza alzare la faccia, la voce tesa e alta, proprio come l'ultima volta che le aveva detto quelle parole - "non so cosa dirti."
Lei si aspettava che le salisse in bocca una risposta di fuoco, densa. Invece le parole le venivano senza peso, spumose, e anziché uscire fuori con il respiro le scivolavano giù per la gola come globi montati a neve morbida.
"Non c'è bisogno che tu dica niente," gli disse.
Lui lanciò un'occhiata all'orologio, e poi a lei, giusto il tempo di mormorare, "Beh, Andrew mi sta aspettando al laboratorio di informatica."
Qualcosa dentro di lei si stava rassodando come l'albume di un uovo. Fu con un distacco inusuale che notò come non solo la voce, ma tutto in lui era proprio come l'ultima volta: gli occhi sfuggenti, il balletto nervoso da un piede all'altro, la paura, che lei riusciva a vedere come un vapore che gli usciva dal corpo, paura che la vita disordinata di Frankie potesse essere contagiosa. Tutto era proprio come l'ultima volta, salvo che il disagio di Cody la sfiorò appena e passò oltre, e lei provò il desiderio di dargli sollievo.
Sorrise e gli disse di spicciarsi, e mentre lo guardava allontanarsi, una ricetta si materializzò lì sotto l'albero. Una meringa di mandorle, leggera come l'aria e pura come la luce.
Sulle pagine di Gourmet Food, la zia di Emily Martel l'avrebbe presto definita 'celestiale'; molti altri l'avrebbero considerata come la ricetta più significativa della sua carriera.
Frankie l'avrebbe sempre chiamata la sua seconda profezia.



(Per gentile concessione del magazine The Literary Review, Fairlegh Dickinson University)


(1) Mario Batali; noto chef newyorkese (NdR)
(2) Martha Stewart: nota conduttrice televisiva statunitense, famosa per i suoi programmi di cucina. Incarcerata nel 2004 per il reato di falsa testimonianza (NdR)



Testo segnalato da: Buràn
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