Il Bibliofago
di Rafael Toriz, Messico
(traduzione di Mario Domenichini)



You must eat the book, you must crush it,
and cut it with your teeth and swallow it

John H. Brown

Stanco dei molti libri e della sensazione di vertigine che sperimentava in librerie immense o infinite biblioteche, di fronte l'ovvia impossibilità di leggerli tutti, il nostro "bouquiniste" decise, non potendo fare altro con loro, di mangiarseli tutti. Semplice, senza pensarci, né titubare. Iniziava cosi, lentamente, ma inesorabile, l'avventura della sua vita, con la volontà di conoscere il maggior numero di libri, poiché, come sappiamo, si può vivere senza leggere, ma non senza mangiare; ovvia conclusione che lo portò a credere fosse più fattibile nutrirsi con la bocca e non con il cervello. Il nostro protagonista voleva arrivare laddove Henry Foulard(1) non avrebbe neanche potuto immaginare.
All'inizio li condiva con ogni tipo di ingrediente, precauzione dettata dal timore e dal costume di riempire il vuoto, l'horror vacui. Cominciò facendo colazione con un paio di ricettari avuti come regalo in un lontano inverno. Vera delusione. Le pagine dei libri avevano esattamente il sapore immaginato: carta da taccuino con odore di cipolla che, con la maionese e la salsa rosa, avevano formato un'amorfa e pastosa massa nauseabonda assolutamente non digeribile.
Dopo assaggiò una selezione di Racconti Universali per l'Infanzia e Calila e Dimna. Li provò con il latte, ma il risultato fu altrettanto disastroso. Masticò per ore, deciso, una sfera di glutine che si coagulava e formava ostie non consacrate. Di fronte a tali insuccessi, quasi pensò di abbandonare il suo progetto (cominciava a balenargli nella testa l'idea di abbattere i muri di casa e ricostruirli con le sue enciclopedie, dizionari, opere complete e altri romanzi resi obesi da rilegature grinzose), quando, leggendo un difficile paragrafo di Sartre, decise, soltanto per noia e per svago, di strappare la pagina per masticarla e sputarla come tabacco da due soldi. La pagina, però, per sua sorpresa, gli lasciò in bocca un sapore così forte e corposo da non poter far altro che inghiottire, con raro piacere, l'intero libro e, una volta terminato il suo pasto accompagnato da un Porto scadente, si mise a divorare tutti gli esistenzialisti. Così, in una settimana, fece fuori Kierkegaard, Camus e Unamuno, piatti che non lo fecero uscire per tutta la settimana dalla sua stanza a causa dell'esagerata misantropia procuratagli all'improvviso.
Soltanto dopo aver superato l'indigestione, riprese a vivere tra gli uomini e a appendere specchi nelle sue stanze…
Dopo fu la volta dei cristiani. Per colazione mangiava S. Tommaso e S. Agostino, pietanze pesanti e alquanto marinate, mentre si preparava Bergson come stuzzichino da accompagnare all'aperitivo. Un bel giorno, per fare merenda, inghiottì Montaigne e immediatamente si sentì come bloccato, incapace di poter mandar giù qualsiasi altro boccone, ma con Musil trovò il rimedio; si sentì subito leggero, sollevato, libero.
Capì allora di dover mettere ordine nel suo piano alimentare. Decise quindi di mangiare, con cura e in piccole porzioni, solo le edizioni tascabili. Non importava quanto desiderasse un paio di avventure del Quijote, i Vangeli o l'Ecclesiaste: era a dieta. Inoltre i piccoli libri non erano affatto insipidi, di fatto qualcuno era anche vitaminizzato. Così si preparò ben bene Reyes, Galdos, Suskind, Feijoo, Garcia Marketing, Camino Cela, Freud e ipso facto si sentì culturalmente soddisfatto. Tutto andava per il verso giusto, fin quando si rese conto che quelle opere erano simili alla cucina veloce e gli causavano stitichezza. A quanto sembra, mancavano di fibre e la cellulosa non era delle migliori. Brutto affare, il metodo gli era congeniale, ma quell'abitudine di mangiare opere compatte lo aveva reso goloso e grassottello.
Si gettò allora sui manicaretti orientali. Mangiava Mishima con le bacchette e affettava con cura i racconti popolari della dinastia Tang. Proseguì con l'irresistibile Diario di un pazzo di Lu Sin, con l'inclito Ise Monogatari, con le opere di Kawabata e appena assaggiato Nel bosco di Akutagawa mangiò per quattro. Poi non ne volle più sapere, e non perché non gli piacesse il sapore, semplicemente non riuscì mai ad abituarsi alle bacchette e lo infastidiva oltre ogni cosa dover lottare con il proprio cibo.
Si diede una tregua dalla letteratura e provò ad assaggiare altri tipi di carne. Mangiò Bordieu e Morin, Varela e Maturana, Schrödinger e Marcuse, Platone e Paracelso; un poutpourri di piatti che gli provocava gli incubi. Abbandonò quest'abitudine dopo aver scoperto che se pranzava con Sherazade e le sue storie i brutti sogni svanivano, portandosi via tra le gambe le malattie e le città invisibili.
Continuò con l'Odissea accanto al succulento Carpentier. Provò Carver e gli venne l'acidità, assaggiò Mallarmé ma non riuscì a distinguere alcun sapore, benché sentisse che il linguaggio gli parlava. Pessoa non riuscì a trovarlo mai uguale, cambiava sempre sapore, inclassificabile, assolutamente delizioso. Quando assaggiò Auto da fé di Elias Canetti credette di identificarsi con la passione del sinologo Kien, anche se considerò troppo intellettuale l'impeto del personaggio e lo disdegnò per essere poco dionisiaco. In un'altra opera dello stesso autore vide il suo pallido riflesso, un altro Bibliofago. Intuì la questione dell'intertestualità e i limiti delle idee; la fece finita con il suo omonimo e contemplò la sua essenza nella distruzione di tutti i libri, nella necessità di affogare l'oggetto amato, bruciando la memoria come l'Hanta di Hrabal, come il Montag di Bradbury. Nelle solitudini rumorose l'unica cosa che si sente è la cadenza della fiamma, amara melodia dell'abbandono.
Andava alla ricerca di saggi per le occasioni speciali, salvo al suo compleanno, quando sceglieva dei magnifici pasticcini: Dante, Dostoevskij, Dumas o Stendhal.
Ingerì le sorelle Brönte per disciplina, ma fu sul punto di accantonarle e dedicarsi ad altre delizie femminili. Virginia Woolf e Saffo gli sembrarono saporite anche se sulfuree.
Dopo aver provato Beckett e Ionesco, un piatto piuttosto idealizzato poiché considerato spiccatamente esotico, si sentì deluso. Le opere gli sembravano totalmente insipide, ricordandogli le gallette dietetiche dal sapore terroso. Un retrogusto assurdo. Quenau gli piacque abbastanza, quasi quanto Aristofane, Myles na Gopaleen o Handke, sempre accompagnati da con contorni russi (Puskin e Goncharov) e magnifiche eccentricità come Pablo Palacio, Danilo Kis, Carlo Emilio Gadda e Robert K. Merton, ma mai splendide quanto quell'anatomia allucinata di Holbrook Jackson che gli fece riscoprire non solo il cibo, ma anche il senso della vita.
Cercò di smetterla con Fante, Himes e alcuni beat. Erano troppo acidi, a volte davano leggermente alla testa. Finì col fumarli uno a uno con soddisfazione.
Kafka lo affumicò, con Erasmo si sentì profondamente soddisfatto, e grazie alla stagionatura di Lizardi e Clarín ebbe modo di conoscere le pietanze del XVIII e XIX secolo.
Era così forte la sua fame da fargli dimenticare qualsiasi dieta, era un onnivoro culturale, divorava tutto, in ogni momento, con disperazione. Iniziò a nutrirsi anche nel bagno, dove mangiava con incoscienza, le opere di Deepak Chopra, Og Mandino e Richard Bach.
Raymond Russel gli parve un piattino fatto apposta per i presuntuosi, per pseudogourmets. Nella sua fase da lettore, non facevano altro che consigliarglielo con un'aria tra l'intellettuale e l'arrogante. Nella sua fase da bibliofago, aveva trovato invece il sapore abbastanza semplice, simile al riso bollito o alla minestra di cannolicchi.
A causa della sua antica passione per i frutti di mare si prescrisse Moby Dick in salsa d'aglio, un piatto succulento che gli fece ricordare le meraviglie del mare uscite dalla penna di Hemingway e di Verne. Il calamaro gigante di quest'ultimo fu un vero e proprio diletto per il palato.
Degustò Luiz de Camoes e Los Lusidas con un solo occhio, il sinistro, poiché tenne il destro chiuso per immergersi completamente nel libro e capirne l'essenza.
Assaporò Novalis e Goethe, e proseguì con Kipling e con i suoi animali che, come quelli di Esopo, sapevano di pollo.
Gombrowicz era agrodolce e Pita Amor stucchevole. Trovò conforto in Molière e tormento in Maupassant. Luis Sepúlveda gli sembrò naturalista, così che preferì continuare con Villee, Michelet e l'Enciclopedia Natural Braguera, che lo riportò alla Britannica, che a sua volta lo condusse alla Pléiade, e questa alla monumentale Espasa.
A volte, sfogliando un volume di Borges, si trovò sul punto di porre fine al suo progetto, avrebbe soltanto avuto bisogno di trovare il libro giusto, quello contenente tutti i libri, situato nella Biblioteca di Babele. Non lo assaggiò per diffidenza, ebbe timore che il racconto potesse essere una sorta di trappola del linguaggio la quale, moltiplicando i libri, lo avrebbe rinchiuso per sempre in un labirinto esagonale.
Cominciò a mangiare in varie lingue e si rese conto che persino la stessa opera aveva un diverso sapore nella versione originale. Cadde in una depressione profonda quando intuì che non avrebbe mai potuto farla finita con i libri (pensò anche che la narrazione dei suoi pasti non fosse altro che un mero name dropping(2)). Gli irriconoscenti sarebbero sempre usciti fuori dai posti più improbabili, pronti alla sfida, illustri, eterni. Allora, con pura rassegnazione, abbandonò il suo abnorme intento. Si risolse a mangiare unicamente il necessario per sopravvivere, Poe tra i pasti e Hásek i fine settimana. Assaggiò un po' di Bábel e di Andrzejewski ma li mise subito da parte. Si concesse un banchetto con La Bruyère ma fu qualcosa di effimero, così come la sua passione per i libri mitteleuropei. Saggiò il De bello gallico e le Metamorfosi di Ovidio a puntate. L'opera di Machado de Assis divenne un piatto ricorrente. Accompagnava con caffè il dizionario Oxford d'inglese, il Corominas di spagnolo e l'Aurelio brasileiro.
Amava il suo cibo, ma si sentiva vuoto, solo e annoiato. A niente serviva una vita senza stimoli e senza scopi apparenti. Mangiava per sopravvivere, ma aveva smesso di considerarla un'attività piacevole. Joubert e Sterne gli restituirono il suo amore per la vita e la creazione. Henry Miller e D. H. Lawrence gli fecero pensare di trovare una compagna. Pedro Juan Gutierrez lo liberò dal suo stoicismo, Fonseca lo incoraggiò e quasi decise di riscattare i suoi debiti, tuttavia forti emozioni e pensieri imperfetti glielo impedirono.
Daudet lo annoiò e Pavese, con il suo esotismo, finì per dargli il colpo di grazia. Joyce gli diede la nausea, Cechov lo spinse a lavorare. Voltaire e Diderot lo fecero sorridere nella sventura, Khlebinikov lo incantò, fu come mangiare un'aragosta.
Gunnar Ekelof fu introvabile, proprio come gli Aforismi di Lichtenberg e le poesie di Trakl. Sgranocchiò Langston Hughes con gran piacere e non riuscì a digerire Sophie Podolski. Durante le sue colazioni in giardino, si leccava i baffi con Mansfield e la poetessa Al- Hanza, ma niente era più gustoso di Clarice Lispector di cui si innamorò a danno delle sue arterie.
Un bel giorno, dopo aver scoperto le evidenti affinità tra la ricetta de La morte di Virgilio di Broch e i Quattro elementi di Kleynjans, spizzicando Calvin, Hobbes e le Vignette di Fontanarrosa, gli cadde fra le mani un libretto fino fino, anonimo e privo di sapore. Senza sapere il perché gli diede un morso, piccolo e senza desiderio. Non aveva fame, né voglie. Lo schiacciò tra i denti con incuria, come si mastica una gomma chevy nova del '77.
Immediatamente si accorse che la sua cravatta italiana, insieme all'anulare sinistro, erano spariti.

(1) Notaio e traduttore, Parigi 1754 - 1825, noto per la biblioteca personale che raccoglieva oltre 600.000 volumi
(2) È la pratica che consiste nell'inserire casualmente nel proprio discorso nomi di persone importanti per attirare l'attenzione dell'interlocutore



Testo segnalato da: Letralia
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