Le nostre vite precedenti nell'arte
di Jennifer S. Davis, U.S.A.
(traduzione di Faye Fornasier, riduzione di Buràn)



"Salsiccia e fagioli o Würstel?" chiede Peter entrando nel parcheggio della Texaco. Spegne il motore del furgone, dà un colpetto alla gamba di suo figlio per avere una risposta. Con addosso la camicia mimetica e la sua nuova maglietta arancione da cacciatore, Fischer sembra un bambino di campagna come tutti gli altri e Peter pensa che probabilmente oggi sarà un giorno decisivo, che magari questo è l'inizio di un nuovo rapporto fra di loro.
Fischer fissa il suo blocco da disegno. Sbatte le palpebre.
"Che ne dici di salsiccia e fagioli? Un pranzo da campioni. Contiene sia fibre che proteine. Con quella roba lì è impossibile che tua madre si arrabbi, eh?"
"Va bene" dice Fischer. Poi torna a concentrarsi sul suo blocco da disegno e comincia a fischiettare sottovoce, un'abitudine cronica. La sua mano si muove sulla carta nel modo inconfondibile di quando disegna: come se non fosse la sua.
"Allora vada per salsiccia e fagioli," dice Peter. Il suo entusiasmo forzato lo imbarazza; è una sensazione che prova spesso quand'è solo con suo figlio. Peter controlla il suo orologio. Non è neanche l'una. Deve intrattenere suo figlio fino alle quattro, in modo che Susie possa permettersi una manicure e andare a fare un po' di spese.
"Vuoi qualcos'altro?" chiede Peter. Gli scompiglia i capelli. I pallidi boccoli ricadono sulle spalle, un taglio più adatto ad un bambino di due anni che ad uno in seconda elementare. Peter sta aspettando il giorno in cui Fischer verrà pestato a scuola, ma Susie si rifiuta di tagliargli i capelli, forse perché è una delle poche cose infantili che ha.
Fischer alza le spalle, si sistema un riccio dietro all'orecchio. Peter lo prende per un no.
Quando Peter esce dal furgone chiude la portiera gentilmente per non agitare Fischer, che si spaventa facilmente per un nonnulla: una porta che si chiude, un clacson che suona, un cane che abbaia in lontananza.
Fuori, il cielo è di quel vasto blu degli inverni in Alabama; il freddo di gennaio gli riempie i polmoni. Sente il suo corpo rilassarsi. Sono giorni come questi che gli ricordano perché è rimasto a Millville tutti questi anni, anche se avrebbe potuto guadagnare molto di più ad Atlanta, dove un mucchio di idioti pieni di soldi pagano una fortuna anche per i lavoretti più semplici. Peter restaura vecchie case, per lo più per ricchi trasferiti dal nord ai quali piace piazzare delle belle sedie a sdraio nelle verande delle loro case appena ristrutturate, e far finta di vivere in un pezzo di storia che non gli appartiene.
Millville è fuori mano e scarsamente popolata, famosa per le migrazioni estive di turisti sulle sponde del lago. Peter e Susie si sono conosciuti quando Peter lavorava come cameriere in un ristorante di pesce, uno di quelli a tema nautico che si trovano in riva al lago, dove tutti i dipendenti sono vestiti da pirati. Lei ci era andata per pranzo con sua sorella, entrambe avevano addosso solo il pezzo sopra del costume e dei pantaloncini corti, e Peter aveva promesso alla padrona metà delle sue mance per poterle far sedere nella sua zona.
Prima che Fischer nascesse, ogni tanto Peter e Susie andavano in campeggio al parco statale di Wind Creek, una piccolissima oasi su un'insenatura del fiume. Si arrampicavano sul granito di quegli scogli lisci che cadevano a picco sull'acqua e facevano l'amore. Susie contemplava lo spazio aperto di una galassia lontana, o di pianeti remoti. Entrambi se ne stavano poi lì distesi, muti sotto il peso del mondo sopra di loro.
Quando Fischer stava imparando a camminare lo portarono a Wind Creek. Peter voleva insegnargli a nuotare ma suo figlio urlava disperato, come se l'acqua bruciasse. Peter gli aveva messo addosso un giubbetto di salvataggio, l'aveva portato fino alla fine del pontile e poi aveva buttato suo figlio nell'acqua. Alcune ore dopo, quando Fischer aveva finalmente smesso di piangere, Susie aveva dato a Peter dell'animale, e lo aveva guardato per la prima volta in quel modo con cui adesso lo guarda così spesso.
Alcuni mesi dopo, Fischer aveva scoperto l'arte.
Non appena Peter apre la porta della Texaco, l'odore pungente delle esche tenute nelle cisterne nel retrobottega gli ricorda le estati della sua infanzia, e si chiede per quanto ancora rimarranno aperti posti familiari come questo.
Le strade di campagna sono sempre più piene di negozi moderni, di quelli dove basta ficcare la carta di credito nella pompa e non occorre che parli con nessun essere umano.


I cibi in scatola, coperti da uno spesso strato di polvere, sono schiacciati fra la carta igienica e il carbone. Sembra che nessuno li tocchi dai tempi della guerra fredda. Peter prende due scatole di fagioli e salsiccia e un po' di cucchiai piatti di legno dal contenitore vicino al frigo dei gelati. Pensa di prendere una birra, poi decide di farne a meno. Susie darebbe di matto se venisse a sapere che aveva bevuto mentre mostrava a Fischer i fucili.
"Salve," dice allegramente la cassiera quando Peter va a pagare. Non avrà neanche sedici anni, probabilmente è la figlia del gestore, e indossa una magliettina striminzita nonostante questo tempo, il tessuto tutto tirato sul seno. Sul bancone c'è il giornale locale. Non ci scrivono tante notizie vere e proprie perché non ce ne sono tante a Millville, il che, per quanto riguarda Peter, è un altro punto a favore della città. Ma c'è un'intera rubrica sulle notizie locali - chi ha passato la notte con chi, dov'è andata in gita la classe di spagnolo, chi si è ritrovato con la casa ricoperta di carta igienica, quale minore è stato arrestato per ubriachezza - e i teenager della zona fanno a gara per vedere chi finisce più spesso sul giornale. Nel suo ultimo anno d'università, Peter era finito sul giornale per aver ucciso il cervo con le corna più grandi mai viste in quella stagione, ha ancora il ritaglio da qualche parte.
"Si va a caccia?" dice la ragazza facendo un cenno al berretto arancione di Peter.
"Solo tiro al piattello. Per mio figlio è la prima volta." Dà un'occhiata al di là delle sue spalle per controllare che Fischer sia ancora nel furgone e lo vede alitare contro il vetro e disegnare sulla condensa. A Peter non serve andare a vedere per sapere che suo figlio sta disegnando una fila di cannoni.
"Notizie interessanti?" chiede Peter, cercando di non fissare il seno della ragazza.
"Eh?" La ragazza si muove veloce e fredda mentre passa i suoi acquisti alla cassa.
"Il giornale."
"Ah," dice lei, sorridendo."Solo questo vecchio che è morto dietro ad un ristorante durante un viaggio di lavoro a San Louis. È andato a fare la pipì dietro al ristorante ed è scivolato dentro al fiume. Credono fosse ubriaco o qualcosa del genere. Non è riuscito a tirarsi fuori."
Peter guarda la foto del defunto sul giornale, e gli ci vuole un po' prima di riconoscere la faccia di Richard Watson, un ragazzino che andava a scuola con lui. Da piccoli andavano a caccia di uccelli con un gruppo di amici. A dire il vero, Peter si era dimenticato dell'esistenza di Richard Watson fino a quel momento. Si sente imbarazzato e spaventato all'idea che uno si possa dimenticare di una persona che conosceva.
"Una moglie e due bambini," dice la ragazza. "Pazzesco, no?" Schiocca le sue dita coperte di anelli d'argento. "Bam. Così, ed è tutto finito."
Quando Peter ritorna al furgone, Fischer ha finito con il finestrino ed ha ricominciato a disegnare sul suo blocco.
Un'altra scena di guerra, al centro della quale un confederato sudista, sventrato, cerca di reinserire le proprie interiora nel varco della sua pancia.
La prima parola di Fischer fu "arte" e la pronunciò molto seriamente. Poi, "la mia arte, la mia arte" un lamentio costante che durò finché Susie non gli diede una scatola di pittura da usare con le dita e le sue mani paffute esplosero di colore. Nel giro di un'ora Fischer presentò, su una borsa della spesa di carta, un cannone perfetto, un cannone di tipo Brooke, come scoprirono in seguito, ombreggiato e proporzionato accuratamente, un'arma che i suoi genitori non avevano mai visto. Non aveva neanche tre anni.
Quel giorno Peter e Susie sedettero mano nella mano di fianco a Fischer, guardandolo dipingere, con un silenzioso terrore fra loro.
"Forse è ereditario, preso da tuo padre," aveva detto Susie quando Fischer si era addormentato con una dozzina di disegni stretti fra le braccia. Si era rifiutato di andare a letto senza.
"L'arte", diceva spesso il padre di Peter, "non è sempre gentile, o facile."
Il padre di Peter era un artista forense per lo stato. A volte doveva fare i ritratti dei visi decomposti dei vari Tizio e Caio trovati in vicoli, boschi o discariche, ma ovviamente li disegnava com'erano prima, da vivi, utilizzandone la struttura ossea, azzardando la probabile età e razza, nella speranza che i loro cari potessero riconoscere le immagini ed identificarne i resti. Peter, incoraggiato dalla madre, che odiava la violenza che il lavoro di suo padre portava a casa, crebbe come un bambino normale. Cominciò a cacciare, pescare e giocare a calcio, poi si buttò su birra e donne, poi trovò una moglie, ebbe un figlio, un lavoro - una vita come si deve.
"Ereditario?" aveva detto Peter. "Mio padre non possedeva neanche una pistola, figuriamoci un cannone del cazzo. Un cannone, Susie." Non potevano immaginare quanto sarebbe peggiorato.
Negli ultimi quattro anni, Fischer aveva disegnato le stesse scene ripetutamente, con le facce moribonde e scavate. I disegni sempre più raccapriccianti. Soldati con le ossa che sporgono dalla carne. Uomini dalle braccia e gambe monche accatastati in gole buie. Ma i paesaggi teatro di queste morti brutali vengono rappresentati con una sensibilità al dettaglio spaventosa; non si può ignorarne la bellezza.
"Ventesimo Maine e quindicesimo Alabama," dice Fischer senza che gli venga chiesto. Ha appena perso i denti davanti e le S suonano come F.
"Come fai a saperlo?" Chiede Peter. "Un soldato è un soldato, no?"
"Lo so e basta." Quando Fischer alza la testa per rispondere, Peter rimane colpito dalla sua bellezza agghiacciante - i disegni delle vene sotto la pelle, la chiarezza del pallore, gli occhi pensierosi. A Peter vengono in mente i memento mori che ha visto agli Archivi Nazionali lo scorso autunno, in una gita organizzata da Susie che secondo Peter non aveva fatto altro che incoraggiare l'ossessione di Fischer. I bambini nelle foto erano terribilmente pallidi, alcuni avevano ancora gli occhi aperti e lo sguardo vago, vitreo. Quando gli archivisti spiegarono che in latino memento mori significa "ricorda la tua morte", Peter aveva detto a Susie che doveva andare in bagno. Invece aveva camminato per dieci isolati fino all'hotel, si era seduto al bancone del bar e si era ubriacato per benino finché Susie non lo aveva scovato, finendo nell'inevitabile litigata.
"Ecco, mangia" dice Peter aprendo una delle scatole di latta e passandola a Fischer. "E non tagliarti."
"Non ho fame."
"Non ti ho chiesto se hai fame." Peter ficca un cucchiaio da gelato nella lattina di Fischer, poi prende il blocco da disegno e lo ficca nello scompartimento dei guanti.
Arrivati al poligono di tiro, restano seduti nel furgone per un po', guardando gli stormi di uccelli neri spostarsi da una quercia all'altra.
Peter si sente sempre più malinconico al pensiero della morte di Richard Watson, di una tristezza che sospetta avere molto più a che fare con lui stesso che con il suo vecchio amico. Due bambini, pensa. Una vedova. Cavolo.
Dà un'occhiata a Fischer, la sua faccia è calma come acqua senza onde, e si chiede cosa ci vorrebbe per provocare dentro a suo figlio una qualche emozione sincera. Peter immagina la sua morte. Magari in un brutto incidente d'auto. O un incidente al lavoro. È un gioco che fa spesso fra sé e sé. Pensa alle tragiche fini possibili e poi si immagina Susie e Fischer mentre guardano la sua bara al funerale. A volte Fischer stringe forte la mano di sua madre e piange. Altre volte si getta sopra la bara del padre. Indifferentemente dalla scena, Fischer risponde sempre con un dolore entusiasta. Peter lo sa che è perverso, ma trova queste visioni confortanti.
"Pronto?" chiede Peter. "Sarai un tiratore provetto in un attimo."
Peter si aspetta quasi che Fischer, che ha disegnato abbastanza armi per una brigata, gli strappi lo Stevens 311 dalle mani, maneggiandolo come un veterano. Ma Fischer si rifiuta di toccare il fucile quando Peter cerca di spiegargli come caricarlo nel modo giusto. Non vuole neanche tirare la corda per sparare i piattelli.
"Adesso possiamo andare al negozio d'Arte?" dice Fischer nel giro di cinque minuti. La sua voce trema. Peter cerca di non prendersela.
"Dopo andiamo al centro commerciale e puoi avere quello che vuoi. Ma prima prova questo, ok? Ci sono voluti mesi per convincere tua madre a farti venire a sparare con me, e chissà quando ci lascerà venire di nuovo. Proviamo senza piattello prima. Magari è più facile."
Peter si porta lo Stevens alla spalla, mira ad una quaglia immaginaria e poi spara al cielo, l'impugnatura del fucile che gli sbatte contro la carne in modo familiare.
"Visto?" dice Peter guardando il punto dove è finita la pallottola senza togliersi lo Stevens dalla spalla, "Siccome è un fucile a canna doppia non dobbiamo ricaricarlo, possiamo sparare subito il secondo colpo."
Quando Fischer non risponde, Peter si gira e vede il bambino seduto per terra con le mani sulle orecchie. Peter inserisce la sicura, si mette il fucile sotto il braccio e si inginocchia di fianco a Fischer.
"Non c'è niente di cui avere paura," dice Peter. "È solo un po' rumoroso. Il rinculo è solo un colpetto d'amore."
Ma Fischer non si alza, e più Peter prova a persuaderlo, più lui gli fa resistenza, finché Peter si ritrova a parlare a voce molto più alta di quanto vorrebbe. Fischer nasconde la testa fra le ginocchia.
Peter vorrebbe solo massaggiare le spalle del bambino per farlo rilassare, ma quando le sue mani vengono a contatto con Fischer, il bambino sussulta come se fosse stato colpito. Peter prende Fischer per la maglietta, lo tira in piedi, gli mette il fucile in mano, si accuccia dietro di lui, posiziona il fucile contro la spalla di suo figlio, tira via la sicura, mette il dito di suo figlio sul grilletto con il suo dito sopra, e mira al cielo. Fra le urla di Fischer, Peter preme il grilletto. Il rinculo sbatte il dorso di suo figlio sul suo petto.
Fischer grida. Qualcuno urla, "Tutto bene?". Peter si sente il cuore in gola.
"Se tieni il fucile troppo libero sulla spalla, come abbiamo fatto noi," spiega Peter, "scalcia come un mulo. La prossima volta va tenuto ben stretto."
Fischer si tiene la spalla, il labbro inferiore stretto fra i denti. Gli occhi pieni di lacrime.
"Fila nel furgone," dice Peter. "Se devi rovinare tutto così allora fila nel furgone."
Fischer corre al furgone e si lancia nella cabina. Peter si affloscia sulla ringhiera.
"Tutto bene?" chiede di nuovo una voce. Peter alza gli occhi e vede un uomo alto con i capelli grigi e addosso una tuta e una maglia arancione, un fucile tenuto davanti al petto. Dietro di lui, una goffa teenager con un berretto da caccia arancione con su scritto DIVA, tira calci con gli stivali alla terra rossa, le gambette secche, magre come la canna del suo Remington.
"Solo un po' di nervosismo da principianti."
"Sicuro?" chiede l'uomo. "Non mi sembra che stia molto bene."
Peter si gira a guardare Fischer, parzialmente oscurato dal porta fucili vuoto, accucciato sul sedile mentre disegna sul finestrino posteriore. Il suo volto è livido.
Una folata di vento sale dall'est; una manciata di terra rossa orbita attorno ai loro stivali in piccole nuvole opache. "È solo molto sensibile," risponde Peter. Riesce a sentirsi il sapore ferroso della polvere in bocca.
L'espressione dell'uomo rimane incerta, quella stessa espressione di dubbio e disapprovazione che Peter riconosce sulle facce degli insegnanti di Fischer quando vedono i suoi disegni, la muta accusa: Che cosa avete fatto a vostro figlio?
Sono passati dei mesi dall'ultima volta in cui Susie ha avuto un po' di tempo per sé, e quando Peter e Fischer arrivano a casa, lei è stranamente di buon umore. Quando Peter le si avvicina per baciarla, lei gli offre la bocca invece che la guancia. Aprono un paio di bottiglie di vino e preparano degli hamburger per cenare presto. Le poche volte che Fischer parla, Peter si aspetta che spiattelli tutto il resoconto della giornata, per sabotare quella fragile pace casalinga, invece Fischer tira fuori il suo blocco, finisce la cena, e poi va a letto senza fare storie. Quando Susie gli chiede com'è andata la giornata, Fischer non dice niente del poligono di tiro. Le mostra semplicemente il suo nuovo bozzetto, e lei trova un posto dove appenderlo sul muro della cucina, già pieno di valanghe di disegni simili.
Susie si ostina ad appendere tutti i disegni di Fischer. Quando Peter apre il frigo per prendersi una birra dopo il lavoro, soldati macilenti lo minacciano con le loro baionette. Quando cammina per il corridoio, righe di cannoni lo puntano alla testa.
Le poche volte che hanno avuto ospiti, Peter non è riuscito a convincere Susie a tirare giù quei disegni. Lei li mostra a tutti con la passione di una fanatica. Susie non sembra mai notare che, sebbene i suoi amici e familiari siano sbalorditi dai disegni di Fischer, spesso non notano il bambino che li ha fatti, o lo guardano con sospetto, come se sapesse qualcosa del tradimento insito nei loro corpi, della loro tendenza a decomporsi.
"Ho avuto tempo per pensare oggi," dice Susie mentre si infilano a letto. I suoi piedi sono ghiacciati contro i polpacci di Peter.
Le si strofina contro al collo e dice "Non pensare. Senti e basta." Le passa il pollice sul capezzolo, lo sente inturgidirsi. Ma il corpo di lei non si rilassa, e non gli viene incontro. Peter ha smesso di contare le settimane dall'ultima volta che hanno fatto l'amore.
"Sul serio," dice lei, spingendolo via. "Voglio riportare Fischer dalla dottoressa Stevens. Avevamo deciso che se avesse continuato con i disegni ci avremmo riprovato."
"No" dice Peter. Si alza e accende la lampada. Susie ha le coperte tirate fino al mento, gliele scosta per vederle il viso. "Fine del discorso. Non ricominciamo con questa storia."
Dopo aver visto la prima scena di guerra di Fischer, con soldati sbudellati e tutto il resto, Peter e Susie erano stati presi dal panico. Si erano guardati in modo diffidente, l'uno sospettando che l'altro stesse in qualche modo facendo del male a Fischer, perché sicuramente il bambino doveva aver sofferto dei gravi abusi per saltare fuori con delle immagini così orrende.
Alla fine lo portarono da uno psichiatra. Peter credeva che il dottore gli avrebbe prescritto un paio di pastiglie - diavolo, almeno metà dei compagni di classe di Fischer erano in cura - e che quella sarebbe stata la fine della storia. Avevano pescato la dottoressa Stevens dall'elenco del telefono di Auburn, essendo troppo imbarazzati per chiedere un consiglio a qualcuno. Da subito a Peter non era piaciuta. Era una di quelle donne banali e arroganti che quando si rendono conto che la loro bellezza non le porterà da nessuna parte, corrono ad armarsi di lauree. Quando si rivolgeva a loro pronunciava tutte le parole molto lentamente, come se fossero dei cretini, sebbene anche Peter avesse un paio di lauree. E poi gli toccava il braccio quando si agitava sulla sedia, il che succedeva spesso. Ma erano disperati, e dopo un paio di sessioni, la dottoressa Stevens li aveva convinti ad usare l'ipnosi regressiva.
"Chiaramente," aveva poi detto, "si tratta di una vita precedente." L'aveva detto come se si trattasse di influenza o tonsillite.
"Chiaramente," aveva detto Peter tornando a casa, "È un'imbecille. Questa donna è completamente matta, non voglio che gli metta strane idee in testa."
"Ma sarebbe poi così terribile avere un figlio un po' speciale?" dice Susie. "Un miracolo. Un dono di Dio." La voce di Susie è piena di speranza e Peter capisce che è stanca ed ha bisogno di un nome per descrivere suo figlio, e "miracolo" e "dono" sono meglio delle altre alternative.
Per quanto riguarda Peter, preferirebbe non conoscere un Dio che dà la vita ad un bambino solo per fargliela passare tutta rivivendo un passato sfiorito.
"Il mio avvocato dice che posso farmi fare un'ordinanza per far sì che Fischer veda uno psichiatra."
"Il tuo avvocato?" chiede Peter. "E da quando hai un avvocato? È lì che sei andata oggi? Pensavo andassi a farti le unghie."
"Sono andata anche là"
"Non vorresti che non ci fosse?" dice Peter finalmente. "Cioè, non morto, o scomparso in un modo orribile, solo che non fosse qui, con noi." Le parole rotolano giù dalla bocca di Peter.
Susie di alza sui gomiti e si scosta i capelli corti dalla fronte. Nella luce fioca della lampada sul comodino assomiglia quasi alla ragazza che aveva incontrato più di dieci anni fa, e vuole premere le labbra contro il lobo del suo orecchio, baciarle l'angolo appuntito della clavicola, ma si rende conto che sarebbe solo una messinscena, uno scimmiottare gesti familiari che da troppo tempo hanno perso significato.
"Il giorno che ti ho incontrato al ristorante, quando avevi quel vestito cretino da pirata," dice Susie, "Ti ho lasciato il mio numero per scherzo. Mia sorella aveva scommesso che non l'avrei fatto. Quando mi hai chiamata e mi hai chiesto di uscire con te, ho detto di sì perché non sapevo come rifiutare. La mia vita è cambiata completamente per via di una stupida scommessa."
"Magari è così che va la vita," dice Peter. "Prendi il mio amico Richard Watson."
Susie si gira di scatto verso di lui. Le affossature sotto gli zigomi sono profonde e pronunciate. Sembra vecchia.
"E chi cazzo è Richard?"
"Andavamo a caccia insieme quando eravamo piccoli," dice Peter. "È morto. Annegato nel fiume a San Louis un paio di settimane fa. Pare che si sia ubriacato, sia andato a pisciare dietro ad un ristorante e sia caduto nel fiume senza più riuscire ad uscirne. Una moglie e due bambini. L'ho letto oggi sul giornale."
"Sua moglie deve essere molto orgogliosa." Susie lo fissa dritto in faccia. Peter si domanda, e non per la prima volta, quand'è che sua moglie si è dimenticata come si fa a perdonare.
"E poi," dice. "Non me ne frega proprio niente di Richard Watson. Stiamo parlando di nostro figlio."
"Sei ubriaca" dice Peter. "Parli così solo quando sei ubriaca."
"Sai," dice Susie, "L'altro giorno ho letto che la maggioranza delle coppie che perdono un figlio divorziano."
"Cosa c'entra adesso?"
"È così che ti comporti, come se Fischer fosse morto."
Fuori la pioggia picchietta continuamente sul tetto di rame di cui Peter era tanto orgoglioso quando aveva finito di restaurare la casa.
"Tutto originale," aveva detto a Susie la notte che Fischer era stato concepito, mentre lei lo guardava appagata dall'alto, ondeggiando sopra di lui, nuda e splendida come l'antica luna che li illuminava.
Quando finalmente Susie si addormenta, Peter esce dal letto e si infila la vestaglia. A tentoni trova la via verso la cucina, senza accendere la luce. La lingua gli si attacca al palato, secca per il vino. Arriva al terzo bicchiere d'acqua prima di guardare fuori dalla finestra ed accorgersi che Fischer, con addosso solo il pigiama intero di Batman, è seduto fuori sul patio di cemento. Non è una cosa davvero strana. Da quando ha imparato a camminare, Fischer ha anche imparato ad aprire le porte ed andare a gironzolare per il giardino - o il vicinato, a volte - in cerca di qualcosa che non era mai riuscito ad articolare. Susie aveva pianto di stanchezza. Ci avevano messo dei mesi a farlo smettere.
Peter apre dolcemente la porta a vetro e cammina verso Fischer. Per un momento resta lì ad osservare suo figlio mentre fissa l'orizzonte.
Si accuccia, mette la mano sulla schiena striminzita del bambino. Riesce a sentire il meccanismo fragile d'ossa che culla il cuore di suo figlio. Peter ripensa ai disegni che suo padre portava a casa dal lavoro, i crani fragili, le fessure delicate dove s'incontrano le ossa, quanto vulnerabili sembriamo senza pelle, nudi.
"Ti va di dirmi cosa stai facendo?"
"Sto ascoltando il silenzio," dice Fischer.
I rami degli alberi ululano al vento d'inverno, e ogni tanto Peter sente il rumore di una macchina che corre per le strade di campagna.
"Non è tanto silenzioso," dice Peter.
"C'è più rumore qui," Fischer si picchia forte le nocche della mano sulla fronte. Peter afferra la mano di suo figlio prima che riesca a rifarlo, le dita tremanti di paura o freddo. Come aveva potuto, si chiede Peter, non proteggere suo figlio da questo?
"Ho freddo," dice Fischer. Peter prende una vecchia coperta di lana e la mette sulle spalle del bambino. Vede il suo respiro turbinare nell'aria fredda mentre parla, come se le parole fossero cose tangibili. Tira un lembo della coperta, calda del corpo di Fischer, e se lo mette sul petto, poi si stende per vedere meglio il cielo.
La notte si vena di lampi come una lastra di marmo, oro elettrico su sfondo nero, e poi più niente. Nessuna galassia lontana. Nessun pianeta remoto. Solo buio. Se Peter non fosse certo del contrario, potrebbe credere che non esista nulla nell'universo tranne lui e Fischer, in questo preciso momento.
Pensa al roteare continuo della terra, il suo inevitabile moto di ritorno, e si sente stranamente confortato da quanto irrilevanti debbano essere le loro vite, per potersi sentire così fermi nel mezzo di tanto movimento.

(Per gentile concessione del magazine Shenandoah, Washington and Lee University)



Testo segnalato da: Buràn
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