Sophie
di Birdy Brighton, Regno Unito
(traduzione di Barbara Zappitello)



Sophie fece esattamente quel che avevo chiesto e passarono sei mesi prima che la rivedessi.
Tutto il tempo senza di lei si era come allungato all'infinito, e dal giorno in cui se ne andò anche il flusso dei clienti estivi cominciò a ridursi lentamente.
Fino a novembre le pagine del mio diario erano praticamente vuote.
Cercai di dimenticare l'eccitazione vertiginosa che mi assaliva ogni volta che Sophie veniva a farmi visita, quelle sue dita infantili e nervose dalle unghie rosicchiate, il modo goffo di star seduta sulle mie sedie rigide di legno; ma sapevo che lei non si sarebbe mai allontanata più di tanto dalla mia mente.
Dopo un mese cominciai a rispondere ai messaggi che nel frattempo avevano intasato la mia segreteria, e presto fu il mio turno di essere una voce fantasma nella segreteria di qualcun'altra, e implorare le mie amanti di venirmi a trovare per farmi un po' di compagnia.

Ovviamente venivano soltanto quando faceva comodo a loro.
Gemma mi lasciava addosso lividi a strisce, scuri, giallastri, ed io facevo ben poco per contenere il suo entusiasmo.
Con Phoebe erano dita, mani a pugno e giocattoli di metallo a forma di bulbo.
Eva era più interessata a fare due chiacchiere, a bere vino, a tenermi tra le sue braccia robuste; ma anche quando il suo roseo addome si curvava sulla mia schiena con delicatezza e le sue mani nascondevano le cicatrici sui miei polsi, rimanevo sdraiata lì a fissare una macchia sul muro, domandandomi quando avrei sentito qualcosa muoversi nel petto.

Dopo tre mesi senza alcun segnale di Sophie, fu Max che cominciò a farmi visita.
All'epoca facevo qualche seduta a un'anziana signora che aveva gli occhi come due fessure e il viso solcato da rughe profonde.
Mi raccontò che il marito era morto all'improvviso e lei ne sentiva così tanto la mancanza da cucinare ancora adesso per due.
Avrebbe voluto salutarlo un'altra volta, chiedergli se andava tutto bene; ma Max non lo permetteva.
Mi appariva con un'espressione terrorizzata e sconvolta, i pugni che picchiavano forte sul vetro della cabina invasa dall'acqua, gli occhi neri e brillanti attraversati da lampi di panico nei suoi ultimi respiri affannosi, mentre si inabissava lentamente verso il fondo del mare.

Raccontai tutto all'anziana signora.
Fu come se la tristezza si raccogliesse tutta nella curva della sua schiena, nella lentezza del suo passo, e quando mi scusai lei mi offrì un timido sorriso e mi disse che le bastava la mia compagnia.
Provai a fare altre sedute, ma Max era sempre presente.
A dicembre smisi del tutto di prendere appuntamenti e decisi di far passare le fredde giornate d'inverno prima di riprovarci.
Mi trovavo con Gemma quando Max nuovamente decise di apparirmi.
Eravamo a letto, la mia faccia sepolta nel profondo del cuscino mentre le sue mani dai palmi piatti piovevano sulle cime spesse delle mie cosce; Max mi apparve nel bagliore bruciante di quei colpi.

La notte dopo, mentre Phoebe su di me si muoveva sinuosa come una serpe, lo sentii spingere a fondo dentro di me, e quando Eve arrivò carica di vino e di dolci, fu lui gentilmente a dirle di andar via.

A marzo Sophie tornò.
Il lento avanzare della primavera aveva portato con sé aria fresca e luminosa, e la mia cucina cominciava a riempirsi di piante in boccio, rabarbari viola, rossi ravanelli rigonfi.
Quando aprii la porta sentii le dita di Max avvolgere delicatamente il mio cuore e poi serrarlo per evitare che il battito violento lo scagliasse fuori dal petto.

Il mattino seguente lui rimase a guardare Sophie che si vestiva.
Lei restò per un po' seduta in fondo al letto, senza parlare.
Quando mi disse addio mi strinse a sé, e le mie labbra si bagnarono delle sue lacrime.

Le pagine del mio diario tornarono a riempirsi con l'arrivo dei turisti in città e le belle giornate facevano sentire le persone su di giri, e temerarie.
Max smise di farmi visita e Sophie non tornò più a trovarmi, ma sapevo che avrei avuto nuovamente sue notizie.
Quando lei si presentò nuovamente alla mia porta, le braccia piene ed i seni rigonfi rivelarono il suo stato prima ancora che parlasse.
Mi spinse in mano una foto sgranata che ritraeva una testa gigante con mani a forma di pesce e brillanti occhi neri.
"La stanza per il bambino" disse entrando e spingendomi da parte, lasciando a terra la sua borsa stracolma. "Penso che potremmo farla al piano di sopra".



Testo segnalato da: Barbara Zappitello
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