È così che conosco mio padre
di Sharanya Manivannan, India
(traduzione di Michela Pezzarini)



È così che conosco mio padre.

Quando ci trasferimmo dapprima a Singapore e capì che l'unico modo per placare la mia feroce nostalgia era prendere l'MRT da Bukit Batok, dove abitavamo, fino a Marina Bay, dove potevo tenere il broncio in riva al mare, mia nonna mi raccontò che mio padre era stato un appassionato di treni e che, addirittura, all'età di 32 anni - quando morì - non aveva mai guidato un'automobile, né imparato a farlo. Amava il lento rollio dei treni, la loro monotona potenza sessuale: li prendeva per andare ovunque. Li prendeva quando non aveva niente da fare. Nei momenti di rabbia o quando aveva la sensazione che le sue sorti stessero inevitabilmente per cambiare. Fu in quella situazione che capii che avevo anche io una passione per i treni. Ce l'ho ancora. Ancora mi manca il respiro quando penso al piacere che mi danno. Così adesso immagino la vita di mio padre come una rotaia, un percorso. I suoi snodi significativi. L'oscurità e le luci. Le fermate e, alla fine, il punto in cui la rotaia scompare, scorre sotterranea come un fiume, o forse giunge ad un arrivo inspiegabile.

Da mio padre ho ereditato quel batticuore che mi viene ogni qualvolta vedo le luci o la massa del treno di cui sono in attesa, l'amore per l'eccitazione del suono e della velocità in un'ora di punta metropolitana nel sottosuolo, la calma sospesa che vedo nelle curve della campagna che si dispiega per me nella lunga percorrenza di un viaggio.

In India una volta, quando avevo quindici anni, mentre accompagnavo imbronciata i nonni in qualche pellegrinaggio, mio padre mi sorprese. Ci trovavamo in seconda classe, dove per errore di un impiegato distratto erano stati prenotati i nostri posti, e i nonni già si lamentavano delle cinque ore di viaggio che ci aspettavano. Erano le dieci del mattino e stavamo uscendo dal Bangalore Cantonment. Guardando fuori dal finestrino in quei primi minuti di movimento, i più esaltanti di ogni partenza, fui testimone di un suicidio. Uno scorcio dell'uomo mentre il treno passava in accelerazione, tutto di lui - nome, casa, vita, morte, scelta, disperazione - era condensato in quel respiro trattenuto che mi si aggrumava in petto. La sua testa tagliata giaceva separata da quello che era stato il corpo, accanto all'acciaio della rotaia. Aveva la barba, e vestiti da contadino, un anonimo lavoratore della terra. Gli occhi - da quanto ero riuscita a intravedere nei pochi attoniti secondi - erano aperti.

Lo immaginai mentre camminava pesantemente verso la stazione, quel mattino. Com'era stata la notte? Era forse rimasto sveglio, a bere? O aveva dormito nel suo letto, accanto alla moglie e ai figli, con gesti consueti? A cosa pensava, mentre si stendeva su quelle rotaie nel fresco della mattina? Doveva aver sentito molto freddo. E che cosa gli sarà mai passato per la mente, quando ha sentito il treno avvicinarsi? Il fischio, l'ultimo suono udito. Aveva chiuso gli occhi? Aveva pregato?

In quel momento, nell'irrispettoso ciuf-ciuf del viaggio che iniziava, pensai di ricordare qualcosa di mio padre. Fu come se un brandello di carta da parati si staccasse dal muro rivelando un disegno diverso. Ricordai la sua voce. Lo ricordai in un pigro pomeriggio, mentre cantava per mia madre pettinandole la chioma. Grandi anelli gli ricadevano in grembo; ne sollevava una ciocca alla volta e scioglieva i nodi, sempre continuando a cantare. Ad un certo punto mia madre gli afferrò una mano e la baciò, piena com'era dei suoi capelli. Si erano scordati di me, che ero stesa sul letto, apparentemente addormentata. Solo dopo che la capigliatura fu interamente pettinata e raccolta con cura sul capo in una crocchia assicurata da forcine - e solo dopo che mio padre ebbe cullato tra le sue braccia mia madre, che gli abbracciava le spalle, solo dopo le risa e i baci, - alzarono lo sguardo e mi trovarono con gli occhi aperti. Io li guardavo. La loro bambina buona e tranquilla. L'outsider nel loro amore.

Ed è così che conosco mio padre. Lo riconosco in me. Quando ho voglia di bere, quando flirto con donne che hanno gli zigomi di mia nonna e il sedere di mia madre. So chi è quando aspetto qualche treno, quando trattengo il respiro al loro apparire.

Lo riconosco nel click dell'otturatore della macchina fotografica. Nel ciondolo che ho trovato su una spiaggia. Lo conosco nello stesso modo in cui riconosco mia madre e mia nonna nel sangue che il mio corpo versa ogni mese, quell'amaro sapore metallico. Lo conosco anche negli inni di quelle nazioni con il colore rosso nella loro bandiera, e nella parola amigdala. Lo riconosco nella tonante voce di Chavela Varga.

Lo conosco nell'unico modo in cui so, nell'unico modo in cui so amare.


Il brano è un estratto del romanzo in progress "Constellation of Scars"

(Per gentile concessione del magazine Quarterly Literary Review Singapore)




Testo segnalato da: Buràn
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