Mavis e Tain
di Peggy Dammond Preacely, St Thomas
(traduzione di Assunta Saragosa)



Stava in attesa, silenziosa sulla soglia, la vestaglia di spugna blu slacciata in vita lasciava intravedere il bianco degli slip. Una palma fluttuò con un fruscio, trasferì il movimento a quella appresso e in un attimo tutte si ritrovarono a ballare una sorta di shimmy dance(1). Il chiarore nel cielo annunciava l'inizio di una tiepida alba.
Mavis Reynold lavorava di notte in un grande albergo sulla costa nord dell'isola di St. Thomas. Solitamente serviva ai tavoli ma, all'occorrenza, sostituiva le ballerine assenti nello spettacolo di calipso. Suo marito, Allontain, si dedicava alla pesca nelle calde e limpide acque tra la baia e l'oceano. Nella sua rete finivano per lo più cernie, ricciole e alcune specie di saraghi.
Mavis si mosse dalla soglia per rientrare nella piccola capanna che divideva con Tain, soprannominato così fin da bambino, da quando cioè non riusciva a pronunciare per intero quel nome altisonante che gli era stato imposto dalla nonna. La tovaglia di lino bianco inamidata era un raggio di luce in una casa altrimenti grigia e anonima. Era veramente un buco, un tugurio e Mavis ci stava il meno possibile. Quel giorno, proprio quella mattina, si era risolta a parlare con Tain non appena rientrava.
Mise su il bollitore per il tè e strofinò svogliatamente un paio di tazze cinesi scheggiate. Un pallido raggio di sole rischiarò lo spigolo del tavolo di legno che faceva capolino da un buco nella tovaglia.
Mavis era piuttosto alta, la carnagione bronzo scuro, i capelli ispidi raccolti in trecce attorcigliate ai lati della testa. Il fisico atletico, si muoveva con la grazia tipica delle sue coetanee dell'isola.
Era instancabile; si diceva avesse "energia e fegato" da vendere. Ma le notti in cui attraccavano le barche dei turisti, l'impegno richiesto era veramente eccessivo. Proprio come quell'ultima notte, quando era stata sul punto di scoppiare. "Oh, guarda che capelli", ridacchiavano i turisti, "come fai ad attorcigliarli in quel modo!" O ancora, non appena i mariti si allontanavano dal tavolo, quelle grasse signore a spettegolare "Dicci SINCERAMENTE, come si vive qui TUTTO l'anno? Queste dolci brezze e tutto il resto… non è un vero PARADISO?!!"
Mavis elargiva larghi sorrisi e si accollava pesanti vassoi di cibo avanzato, caffè versato e cicche di sigarette. Trascinandosi a fatica sotto quel peso, rispondeva distrattamente "Ah certo… un vero paradiso" e con un calcio spalancava la porta della cucina.
Mavis aggiunse zenzero e un pizzico di cannella nel bollitore, poi lasciò cadere manciate di tè sfuso nell'acqua bollente. L'aria sembrò fermarsi all'improvviso, i soavi venti dell'alba tennero il fiato sospeso. Lanciò un'occhiata alla sveglia sulla credenza: le 6 e 30. Non rimaneva molto tempo.
Una volta Mavis, in visita a Philadelphia da sua sorella, aveva completamente ignorato lo scorrere delle lancette. Aveva rincorso i suoi sogni in centri commerciali e locali alla moda, in convogli della metropolitana e balli smodati fino a notte fonda. In quell'occasione aveva assaporato per la prima volta il gusto di una vita diversa. Si era ubriacata senza freni fino a non poter dormire né parlare. Davanti alla promessa di una felicità eterna, aveva soffocato ogni sua inibizione. Sognava di poter studiare recitazione, canto, dizione, di viaggiare in lungo e largo con uno spettacolo teatrale, di vivere intensamente ogni nuova emozione. Mai più avrebbe rimesso piede su un'isola che non fosse stata Manhattan! Al diavolo gli alisei, le acque cristalline, l'aria frizzantina! Avrebbe definitivamente varcato i confini di un'isola senza futuro per inebriarsi in una vita libera e frenetica, pregna di rischi e di opportunità.
Il bollitore sul fuoco cominciò a sibilare. Mavis abbassò la fiamma e si spostò verso il tavolo. Si rannicchiò sul bordo di una sedia, emettendo un profondo sospiro. Aveva provato e riprovato il suo discorso per mesi. Sapeva esattamente come farsi trovare, quando sedersi, quando servire il tè con le focacce calde. Aveva memorizzato ogni parola, ogni gesto. Aveva ponderato e coordinato le emozioni; un solo obiettivo ben chiaro in mente…
La luce del sole si fece più intensa e le raggiunse la nuca. Mavis si era imposta di non lasciarsi distrarre dal candido bagliore dei denti di Tain, né dalla curva scura del suo lungo collo. Si sarebbe concentrata sul suo ruolo, sul suo discorso e poi, al momento opportuno, sarebbe andata a prendere la piccola valigia già pronta dietro la porta.
Piegò un tovagliolo di tessuto bianco e blu e, come d'abitudine, ne sistemò uno vicino a ogni tazza. In un cestino tastò la crosta croccante dell'impasto delle focacce, la divise in grossi ovali marroni su una teglia che fece poi scivolare nel forno.
Ogni mercoledì sera, suo giorno di riposo, Mavis andava al cinema sul versante opposto dell'isola. Andava sempre sola. Tain aveva rinunciato ad accompagnarla dopo essersi reso conto che lei lo ignorava totalmente. Niente e nessuno le impediva di andare a vedere quei film americani ogni settimana. Per risparmiare, Mavis preparava in casa i popcorn e si infilava in tasca fette di pane appena sfornato. Quando le luci della sala si spegnevano, andava in fibrillazione: il cuore le batteva forte e il respiro accelerava fin quando le prime immagini non apparivano sullo schermo. Si era calata nei panni di Scarlett O'Hara, Joan Crawford, Carmen Jones, Lena Horne e perfino della sinuosa e leggiadra Ginger Rogers. Lì, nell'aria viziata di quel cinema gremito, dimenticava la vita che tanto disdegnava per tuffarsi in un sogno ricco di glamour, fama e lustro.
Tain aveva imparato da tempo a starle alla larga, al rientro dallo spettacolo, ignorando sempre quale fosse il personaggio di turno. Faceva finta di leggere, si accendeva la pipa, volgeva altrove i grandi occhi sornioni. Solitamente Mavis canticchiava e piroettava per casa, ora sulle note di una tranquilla melodia, ora al ritmo forsennato di un chiassoso ritornello. Poi si avvolgeva nei vividi colori del suo scialle e crollava nel sonno rannicchiata di traverso sul loro piccolo letto. Dopo la passeggiata notturna, Tain baciava lievemente la moglie, raccoglieva le reti e si avviava a grandi passi verso il mare. Quando rientrava a casa alle prime luci dell'alba, Mavis era già tornata alla normalità e insieme prendevano il tè con i dolcetti appena sfornati. Nessuno dei due parlava mai della sera precedente e il giovedì mattina si proseguiva la settimana come niente fosse accaduto.
Erano quasi le 7 quando Mavis apparecchiò la gelatina di mango con il succo di cocco. Sospirò e si sistemò i capelli con le mani. L'orologio a cucù in camera da letto segnò l'ora nel momento esatto in cui il sole spuntava all'orizzonte. Mavis chiuse gli occhi e aggrottò le ciglia imitando i personaggi dei suoi film nei momenti di ansia. Da un cestino intrecciato estrasse una sciarpa rossa e arancio e fece tre piccoli nodi. Era la sua sciarpa-rifugio, oramai logorata dall'uso e dal tempo. Se la infilò nella tasca della vestaglia e si guardò intorno a individuare le coordinate dei suoi spostamenti.
Un paio di fischi prolungati annunciarono il ritorno di Tain. Deglutì pesantemente al tonfo delle reti dietro la porta e allo sfregamento dei sandali sui sassi.
Un gatto miagolò sonoramente quando Tain incurvò il corpo alto e snello per entrare in cucina, la sua figura scura avvolta in un'aura di solitudine. Mavis trattenne il fiato, un dolore acuto le trafisse il petto. "Salve bellezza", disse Tain ciondolando la testa, anticipato da un odore misto di reti, pesce e tabacco. Mavis stava in piedi con i fianchi quasi conficcati nella credenza, le mani cercavano freneticamente la sciarpa, le dita raggiunsero il primo nodo. "Tain", disse tutto d'un fiato. Lui indugiò per un momento sulla soglia, la luce d'oro del sole definì i contorni scuri della sua figura.
Nel momento in cui si protese verso di lei, Mavis notò che un braccio di Tain era nascosto dietro la schiena. Si incuneò ancor più nella credenza, fino a sentire il fianco che premeva contro lo spigolo attraverso la tenera carne. Sentì le ascelle inumidirsi e rivoli di sudore scorrere tra le cosce. Inalò l'odore di Tain quasi boccheggiando. Fu un'esplosione di colori: hibiscus rossi, gelsomini gialli e bougainvillea viola, arancio e bianco raccolti in un grosso bouquet.
Fissò quell'immagine nella sua mente per conservarla in eterno. I fiori, il suo odore, la sua mole, le luci della mattina. Poi reagì all'improvviso, divincolandosi bruscamente.
"Le focacce!", urlò. "Ormai saranno carbonizzate", e si precipitò a controllare il forno.
Tain appoggiò la pipa nel palmo della mano e si chinò a raccogliere la sciarpa annodata, caduta ai suoi piedi.


(1) Danza caratterizzata da rapidi movimenti dei fianchi e delle spalle (NdT)



Testo segnalato da: Buràn
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