La mano di Isha
di Semia Harbawi, Tunisia
(traduzione di Eleonora Canalis)
Tutto ebbe inizio quando Isha Om Sitta, "Isha sei-dita", ci lasciò. Nemmeno il dito in eccedenza della sua mano destra le fu d'aiuto per estrarre il succulento pezzo di montone che le era rimasto conficcato nella gola. Chi l'avrebbe mai creduto? Tossì e farfugliò, unica testimone la figlia ritardata che la fissava a bocca aperta, sconcertata, mentre lei diventava un color pulce che si intonava all'abito prugna da sempre prediletto. Solo quando l'idiota corse per strada, strillando come una scimmia in preda al terrore, Isha fu rinvenuta, gli occhi fuori dalle orbite, la mano extradotata stretta alla gola gonfia e un ghigno osceno che le deformava la brutta faccia.
La notizia si diffuse come un incendio indomabile e investì il quartiere con un'ondata di panico e isteria. Ma attenzione! Non era un sentimento di cordoglio per l'anima della vecchia strega - possa arrostire all'inferno! - ma un'autocommiserazione pura, genuina, una rabbia legittima di fronte alla sfrontatezza e all'egoismo di una morte tanto inopportuna. Perché Isha portava con sé alla dimora finale, per darle in pasto ai vermi, le chiavi del santuario più prezioso di una dozzina di ragazze locali. Io ero una di quelle ragazze. Qualcuno svenne e mia madre si batté il petto in un tatuaggio ritmico non appena fummo informate della dipartita di Isha: "Oh, la mia povera figliola! La mia povera Meriem! Ora cosa sarà di noi?" Dovevo sposare un cugino ventitreenne, figlio della sorella di mio padre, di lì a due settimane. Ma con Isha a far da concime alle margherite, il mio futuro marito non avrebbe potuto consumare il matrimonio e deflorare il mio sba, il mio imene. Si sarebbe trovato davanti un ostacolo duro quanto un muro impenetrabile. No, non sto vaneggiando. Era la verità, o almeno la gente del quartiere riteneva che fosse la verità, in un mondo dove la magia e il potere dei defunti avevano maggior credito dei dettami della ragione o del libero arbitrio dei più intelligenti. Ero m'safha, la mia castità era stata sigillata e resa una cittadella inespugnabile da un rito magico, compiuto a pagamento da Isha; lo stesso era accaduto a gran parte delle ragazze del quartiere. Qualsiasi uomo che avesse cercato di assaltare quella cittadella avrebbe visto il suo membro avvizzire ed incurvarsi come il capo di un dolente a un funerale, ciondolando senza speranza in un'impotenza mortificata e meditabonda. Il mio sba sarebbe rimasto intatto e l'onore della mia famiglia sarebbe stato salvo.
C'era uno spazio aperto sul davanti della bocca di Isha, dove mancava la fila superiore dei denti davanti. Nessuno lo sapeva per certo, ma alcune malelingue asserivano che li avesse cavati lei stessa. Di proposito. Si mormorava che, in giovinezza, la bocca sdentata di Isha avesse reso felici molti uomini, poiché nulla si frapponeva fra loro e il piacere. Non correvano il rischio di essere morsi! Questa attrattiva perse il suo fascino quando Isha invecchiò e divenne più brutta, se mai questo era possibile. L'ingegnosa vecchiaccia trovò allora un nuovo ruolo da ricoprire. Sfruttò un'altra sua peculiarità, il sesto dito della mano destra, per divenire la gerofante ed esclusiva esecutrice di un cerimoniale che nella nostra parte di mondo aveva la funzione di rito di "protezione" delle ragazze: il tasfih. Consisteva in due rituali complementari; il primo, noto come "la chiusura", avveniva obbligatoriamente prima che la sbia, la ragazza, avesse le mestruazioni. Il secondo, detto "l'apertura", doveva aver luogo alla vigilia del matrimonio della ragazza: aveva lo scopo di neutralizzare gli effetti della magia compiuta nella prima cerimonia.
Il primo passo del rito del tasfih, che letteralmente significa "placcatura" o "blindatura", doveva rendere immune l'imene di una ragazza. Era simile all'operazione di applicare serrature e cardini a una porta o di ferrare una giumenta. Il cerimoniale creava uno sconcertante paradosso: la m'safha sarebbe rimasta vergine, qualunque cosa fosse accaduta. Imperversavano le voci sull'oscura onnipotenza di questo rituale, evocato con muta riverenza e fascinazione sgomenta. Si udivano costantemente eco clandestine su una ragazza che era stata violentata da uno zio oppure, in alcuni casi, era caduta vittima di uno stupro collettivo, eppure il suo sba era rimasto sigillato grazie al tasfih. Si diceva che un'altra avesse addirittura avuto un bambino restando vergine.
Nel mio caso, la prima cerimonia ebbe luogo quando avevo undici anni. Prima che cominciasse, tutti gli uomini, inclusi i bambini piccoli, erano stati cacciati dalla casa. Non era tollerabile che vibrazioni maschili interferissero con la riuscita di quell'evento fondamentale della mia vita. Era un rito esclusivamente femminile, che fu celebrato in una stanza sul lato orientale della casa, approssimativamente in direzione della Mecca. Era paradossale, perché molti anni dopo appresi che l'Islam condannava tutte le pratiche magiche in quanto malvagie e blasfeme e che il tasfih non aveva nulla a che fare con la religione, la cui interpolazione nel rituale era un tentativo di legittimare con ogni mezzo possibile una pratica proibita.
L'incenso aleggiava in nuvole dense; una nebbia intensa e pungente di mirra bruciata mi irritava gli occhi. Gli oggetti familiari assunsero dei contorni indistinti. Solo delle pozze di luce fioca e dall'odore acre, emanate dalle candele di sego che illuminavano la stanza, potevano dissipare leggermente o in qualche modo diluire l'oscurità circostante. Le fiamme vacillanti e moribonde illuminavano una corrente aerea di polvere e di altre particelle di varia natura. Nella mia immaginazione febbrile il fumo e le ombre si accoppiavano per generare spiritelli e spettri dalle forme bizzarre, che si beffavano dei miei sforzi silenziosi e frenetici di individuarli fra le innocue ondate d'incenso.
Il ghigno tutto gengive di Isha è la cosa che ricordo meglio di tutta la cerimonia. Il suo rictus sdentato aveva l'intento di placare le mie paure. Servì solo ad alimentarle. Riversai tutta la mia concentrazione sul neo peloso all'angolo destro della sua bocca, che somigliava all'apertura di una borsa a lacci, soprattutto per le incisioni verticali scolpite a fisarmonica sopra il labbro superiore. Era il tipo di borsa a lacci in cui si poteva cacciare e stipare ogni sorta di cianfrusaglie. Rimasi ipnotizzata da quel neo. Era un modo di sviare la mente dal misterioso rituale in corso, che mi avrebbe imprigionata in un incantesimo straordinario, più ancora di una cintura di castità la cui unica chiave giacesse sul fondo limaccioso di insidiose sabbie mobili. Ai miei occhi di bambina l'essenza stessa di Isha si riassumeva in quel neo dall'aspetto feroce. Nero come la pece, con una superficie liscia, quasi lucida. Era irto di peli corti e ritorti che somigliavano in modo impressionante alle zampe sottili e fragili di un ragno sogghignante o ai voraci tentacoli di un innominabile mostro notturno che emergeva per avvolgermi in un bozzolo d'incubo.
Isha pronunciò l'obbligatorio Bismillah ("nel nome di Dio") prima di misurare un'ampiezza di quattro dita sopra il mio ginocchio destro, con il marcato intento di indirizzarmi sulla retta via della virtù. Il ghigno sancì l'azione del dito mostruoso, mentre questo tracciava il punto esatto in una zona morbida, segreta e delicata vicina al mio ginocchio, che mi dava brividi alla schiena ogni volta che era sfiorata da un tessuto ruvido o dalla carezza soffice di una spugna per il bagno. Poi Isha prese dalla borsa una lama nuovissima e praticò sette incisioni. Premette sui lembi per estrarre del sangue nel quale fece rotolare, usando il dito in più, sette chicchi d'uva passa, secchi come la sua sventurata persona. L'uva passa era simbolo di fertilità e prosperità. Quanto al sangue, aveva lo scopo di evocare le future mestruazioni, emblema della "fecondabilità". Poi mi fu chiesto di intonare un incantesimo rituale. Sette volte. Divenni esattamente come quel libro leggendario che si diceva fosse stato chiuso con sette sigilli. Le parole dovevano sovrapporsi alle azioni e creare un invisibile carapace protettivo che avrebbe custodito la mia virtù.
"Ana heet, weeld ennass khit ... Io sono un muro e il figlio altrui è un filo, ... dam rkibti sakir n'kibti... Sangue del mio ginocchio, sigilla la mia piccola fessura ..." La mia lingua dovette torcersi sette volte per pronunciare ogni formula. E a ogni dolorosa contorsione le parole sembravano piccole matasse di peli appiccicosi che dovevo sputare prima che si insinuassero nella trachea e mi strozzassero. Balbettai, sibilai e mi impappinai a ogni singola sillaba, che formava tortuosi aggregati linguistici il cui significato andava oltre la mia comprensione. Vacillavo sul ciglio di implicazioni che restavano in gran parte tormentosamente amorfe. Ogni volta che recitavo quelle che per me erano formule astruse, Isha mi metteva in bocca un acino insanguinato e io dovevo combattere l'impulso di vomitare per liberarmi del sapore salato e metallico che mi inondava la bocca. Anguille di nausea striscianti, simili a quelle che mia madre bastonava con entusiasmo prima di cucinarle, si dimenavano e agitavano nel mio stomaco. Non avevo il coraggio di avventurarmi con gli occhi fino al sangue che stillava dalle ferite rituali. Non sapevo se, per consistenza e movimento, mi ricordava il succo viscoso e appiccicoso che stilla da un frutto troppo maturo oppure il pus denso e lento che cola da una ferita aperta. Poi mi ordinarono di poggiare il ginocchio ossuto contro il muro per acquisirne la caratteristica principale: l'incontrovertibile impenetrabilità. Perché il fulcro della cerimonia era la necessità di passare a una sorta di isomorfismo vitale fra parole e corpo, in cui quest'ultimo veniva misticamente infuso della forza delle prime. In seguito Isha sfregò del nerofumo su ogni incisione e fasciò il tutto con una benda che dovevo tenere fino al giorno dopo, quando i tagli si sarebbero trasformati in tatuaggi grigio-verdastri.
Serbavo rancore a Isha e anche a mia madre, che aveva permesso a quel vecchio pipistrello di marchiarmi, perché mi sentivo marchiata, irrevocabilmente segnata per l'eternità. Oppure come una mercanzia sigillata e avvolta ermeticamente nel cellophane finché non fosse arrivato il cliente giusto a reclamarla. Perché la merce manomessa era destinata a essere messa da parte e abbandonata in un mondo come il nostro, in cui la verginità era per una ragazza una norma religiosa e sociale con cui non si poteva scherzare. Infatti non era in pericolo soltanto l'onore della ragazza, ma quello dell'intera famiglia e persino della comunità. Dalla pubertà al giorno delle nozze, dovevo languire in uno stato di latenza, come una crisalide al sicuro nel ritiro stratificato del bozzolo, finché non fosse sorto il grande giorno in tutto il suo solenne splendore: il culmine sarebbe stato un atto procreativo, la cui metafora più adatta non era certo la colomba in un raggio di luce che tocca l'orecchio della ragazza vergine, come altre culture avevano preferito credere. Era piuttosto un raggio a forma di palo che speronava un vascello vergine simile a una colomba.
Subito dopo la cerimonia, la mia spensieratezza infantile diminuì fino al punto di svanire. Cominciai a invidiare i miei due fratelli minori per la libertà di cui godevano gaiamente, con la raggiante benedizione di mia madre. Non erano chiamati a giustificare i loro movimenti. Facevano ciò che volevano. Quanto a me, ero infilzata come una farfalla in una teca di vetro. Dovevo preservare la mia hishma, una magistrale combinazione di modestia, riserbo e pudore. Venivo continuamente ammonita, le mie paure erano inesorabilmente alimentate e nutrite. Il motivo era il mio corpo. Ero messa al corrente del fatto che, a mia insaputa, ospitavo i semi della mia rovina se non fossi stata attenta. Gli avvertimenti di mia madre erano come filo spinato, che lei erigeva per allontanare le devastazioni degli uomini. Non mancava mai di ricordarmi che una volta, nel lontano passato, una ragazza che non veniva trovata vergine la prima notte di nozze - che era m'kasra o m'fasda (alla lettera "infranta" o "rovinata"), sia con il suo consenso che in seguito a un'aggressione - veniva spinta dallo sfortunato marito in un sacco, nuda come il giorno della sua nascita, e riportata al povero padre a dorso d'asino. Era una visione orribile, un incubo che evocava immagini angoscianti, come una filigrana insopportabile che tesseva la trama del mio mondo onirico. Per esempio ero perseguitata da un sogno ricorrente, in cui i miei capelli ondeggiavano come dotati di vita propria, pulsando di pipistrelli folli che strillavano cercando di sfuggire a quella matassa avviluppata.
Trascorsi infinite notte insonni dopo le lezioni di ginnastica, quando avevo dovuto fare la spaccata oppure il mio rude insegnante bulgaro mi aveva spinta a compiere qualche pericolosa contorsione. Le mode straniere come la bicicletta erano fuori discussione. Nulla poteva mettere a repentaglio la fragilità e l'incolumità del lembo di pelle che ricopriva il nucleo del mio corpo femminile. Non sigillava solo il mio corpo, ma anche il mio destino. Quando pensavo a quella membrana misteriosa, mi balenavano in mente visioni arcane e surreali di animali dalle zampe palmate.
Ora che Isha era morta e il mio matrimonio una prospettiva imminente, la domanda che si poneva era: come neutralizzare il rituale magico? Cosa ne sarebbe stato del cerimoniale di "apertura" che avrei dovuto subire alla vigilia delle nozze? Alcune vicine che avevano figlie nelle mie condizioni pensavano di poter districare le fila ingarbugliate di questo guaio inguainando Mabrooka, la figlia ritardata di Isha, nell'abito color prugna della madre, per farle celebrare il secondo cerimoniale che avrebbe dovuto annullare il primo. Nutrivano la certezza che il vestito fosse imbevuto dell'aura della donna deceduta e che, indossandolo, quell'aura sarebbe passata alla figlia. Mia madre fumava per la frustrazione ai loro discorsi sciocchi e futili. "Niente può annullare l'opera di Isha, solo la sua mano..." Si fermò a metà frase, negli occhi le brillò improvvisamente una febbrile scintilla, era certa che avrebbe finalmente risolto la madre di tutti i rompicapo. Subito si tenne un consiglio di guerra. Le sorelle minori di mia madre e le loro figlie, che abitavano da noi per aiutarci nei preparativi del matrimonio, furono informate sui dettagli del piano. La zia Khedija ansimava ed era quasi in iperventilazione quando la mamma finì di parlare. "Sei fuori di senno, Kmar! Sai che è contro ogni legge umana e divina! Stai scherzando!" Ma mia madre, con volontà irremovibile e lingua sciolta, ebbe la meglio. Le altre dovettero ammettere, sia pur riluttanti, che quella era l'unica linea d'azione possibile. Mia madre contò sulle dita i possibili candidati adatti a un compito così singolare. Scorse l'intera galleria dei pittoreschi disperati del quartiere: c'era Bû Tarrara, il ladro pervertito che vagabondava per le strade con la mano sprofondata in tasca, "giocando a biglie", come sussurrava beffardamente alle sue spalle gran parte della gente. No, troppo imprevedibile. Poi c'era Zagrooba il delatore; Weeld Anza il contrabbandiere; F'tiss il finocchio dal naso schiacciato; H'sine, nove e mezzo, eccetera... Ma la mamma trovava obiezioni per ognuno di loro, infine decise che sarebbe stato Amara Bû Adhma e nessun altro.
Amara Bû Adhma, alla lettera Amara "un uovo", era un venditore ambulante di fichi d'india, che trasportava in secchi di plastica. Era sposato con Sallooha Ellabba, dotata di una lingua impertinente che poteva ridurre qualsiasi uomo, per quanto bellicoso, a una pozza di poltiglia liquefatta. E il povero Amara non faceva eccezione. Trovava rifugio in uno stupore alcolico che lo anestetizzava davanti alle sistematiche sequele di sferzate che Sallooha amministrava con piacere metodico. Una mattina fu trovato disteso nell'immondezzaio del quartiere, in una pozza di sangue. Dopo aver tracannato alcune bottiglie di Bookha, la scadente birra locale, giaceva su un cumulo di rifiuti immerso in un sonno comatoso e alcolico. Non era rinvenuto nemmeno quando un cane randagio gli aveva strappato i pantaloni e trangugiato un testicolo come se fosse stato un uovo in salamoia. Fu scoperto a macerare nell'alcol e nel sangue, vivo per miracolo, mentre avrebbe dovuto morire dissanguato. Da quel giorno, si aggiudicò il nomignolo di "Bû Adhma", che sarebbe diventato la sua seconda pelle fino alla morte. A volte la gente lo derideva, dicendo che poteva mettere un fico d'india al posto di ciò che il cane gli aveva tolto. Nei tre anni che seguirono l'incidente generò tre maschi di fila, provando la propria virilità e compensando la perdita del suo "uovo". Presa la decisione, mia madre chiamò Amara con il pretesto di comprare dei fichi d'india. Lui corse alla soglia della nostra casa, con il corpo un po' squilibrato forse a causa della perdita del testicolo. Era abbastanza sobrio da afferrare il significato della richiesta di mia madre. Il suo viso non mostrò sorpresa o shock a quelle parole. Si limitò a chiederle quale prezzo fosse disposta a pagare per un'impresa così rischiosa. Dopo molte contrattazioni, giunsero a un accordo e Amara promise di consegnare quanto richiesto la mattina successiva. Quella notte non riuscimmo a dormire, tormentate dall'ansia e dalla febbrile agitazione che ci colsero quando immaginammo le conseguenze di un eventuale fallimento di Amara. Il piano di mia madre era questo: poiché ci occorreva la mano destra di Isha, dovevamo recuperarla dove si trovava. Bisognava dissotterrarla e a questo scopo qualcuno doveva andare al cimitero di notte e trafugarla. Concluso il secondo cerimoniale del tasfih, la stessa persona avrebbe dovuto restituire la mano a Isha. Dopotutto, mia madre era una donna timorata di Dio. Aveva scelto Amara perché confidava che avrebbe portato a termine l'impresa senza divulgare il segreto; in fondo era un ubriacone, chi gli avrebbe creduto? Al mattino presto del giorno antecedente le mie nozze, Amara consegnò una busta di plastica nera fredda al tatto. Mia madre guardò rapidamente all'interno e annunciò che conteneva qualche bottiglia di birra vuota, un po' di ghiaccio e una mano mozzata. La zia Nefissa dovette spruzzare sul volto della zia Khedjia un po' di z'har, un'essenza di fiori d'arancio, per attutire l'impatto dello shock. Mia madre tenne la busta alla distanza d'un braccio mentre ci affrettavamo verso la stessa stanza in cui anni addietro si era tenuta la prima cerimonia. Mi ingiunsero di posizionarmi in direzione della Mecca. Dovevo intonare le stesse formule, ma accertandomi di sostituire la parola "muro" con "filo" nella prima frase: "Ana khit, weeld ennas heet... Io sono un filo e il figlio altrui è un muro." Il muro in questo caso era un riferimento all'auspicata potenza del membro maschile durante la prima notte di nozze. Mi diedero un filo bruciacchiato e mi chiesero con tono riverente di ingoiarlo per intero, facendolo scivolare in gola per appropriarmi della sua fragilità e raggiungere l'essenziale docilità che dovevo mostrare con il mio futuro marito, in un rozzo processo di isomorf
ismo. Poi venne il momento in cui mia madre doveva prendere la mano di Isha dalla busta di plastica per sfregare le cicatrici delle incisioni praticate molto tempo prima da quella stesstò senza fiato e lo lasciò cadere ai suoi piedi. "Questa mano ha solo cinque dita! Dov'è il sesto? Non è la mano di Isha!" Restammo come inchiodate sul posto, atterrite dalle conseguenze delle sue parole. Trascorsero pochi secondi che sembrarono ore. Poi accadde una cosa assolutamente imprevedibile e io persi il controllo, la tensione delle settimane precedenti si sciolse in risate irrefrenabili e in urina calda che mi bagnò le mutande. Ifreet, in nostro gatto enorme e birichino, aveva arraffato la mano ai piedi di mia madre ed era scappato con la macabra entità.
La successiva cavalcata scomposta all'inseguimento di Ifreet ebbe un impeto paragonabile a qualsiasi epopea degna di tale nome. Mia madre guidava la mischia come un'amazzone, infuriata perché un nemico mostruoso era stato inavvertitamente liberato da un inferno mitologico. Le zie e le loro tre figlie somigliavano alle leggendarie arpie di cui avevo letto a lezione di letteratura. Al povero Ifreet fu improvvisamente assegnato il ruolo di un Ercole disperato che cercava di fuggire con il pomo del giardino delle Esperidi. Solo che il pomo in questione era in realtà una mano umana. Se l'avessero vista i vicini o, peggio, dei passanti, se Ifreet fosse riuscito a uscire dalla casa, ci sarebbero state conseguenze impreviste e persino atroci per Amara Bû Adhma e per mia madre in quanto complice del crimine da lui commesso.
Infine Ifreet venne catturato prima facesse la sua uscita fatale. Si dimostrò all'altezza del suo nome, miagolando e graffiando con impeto diabolico. Subito dopo, Amara fu convocato a casa nostra e mia madre per poco non gli si avventò contro per cavargli gli occhi. Risultò che aveva tracannato qualche birra prima di andare al cimitero, per trovare il coraggio di portare a termine il compito che gli era stato commissionato. L'alcol gli aveva annebbiato la mente, perciò aveva aperto la tomba sbagliata e solo Dio sapeva di chi fosse la mano che aveva mozzato. Mia madre gli ordinò di restituire l'arto al legittimo proprietario e di portarle al suo posto la mano di Isha. Occorreva farlo di notte e noi dovevamo resistere agli spasimi dell'attesa. Per le due del mattino, Amara portò un'altra busta di plastica. Quella volta mia madre si accertò che la mano avesse sei dita. Si ricelebrò meticolosamente il rituale di "apertura", e io ebbi la nausea e per poco non vomitai quando la mano di Isha sfregò nel sangue delle incisioni sopra il mio ginocchio, che mia madre aveva riaperto recitando alcuni versetti del Corano. La mano fu poi restituita e fortunatamente nessuno scoprì le gesta di Amara o il ruolo di mia madre in quel progetto tragicomico.
Il giorno delle nozze passò come una visione confusa. Poi venne il momento in cui dovevo provare la mia castità. Di colpo mi ritrovai nella stanza da letto in compagnia di mio marito. Sedetti sul bordo del letto nuziale, attendendo con ansia che lui facesse le sue mosse. Tenevo gli occhi bassi e armeggiavo con le perline ricamate sul mio abito da sposa. La mano del cugino si posò sul mio ginocchio, salì su per la coscia e poi mi prese un seno attraverso la stoffa. Allora è così! Mi dissi, pregando Dio onnipotente affinché tutto finisse con il minor dolore possibile. Dopo palpeggiamenti, sfregamenti ed effusioni focose che mi procurarono dei lividi sulla pelle delicata dell'interno coscia, ero ancora in attesa del momento finale che mi avrebbe in qualche modo liberata dalla schiavitù. Ma i minuti passavano e non accadeva nulla di più concreto di qualche coccola svogliata. Eccolo lì, un peso morto, pigro e malinconico. Senza preavviso, cominciò a piangere e a singhiozzare. Diceva che troppa pressione, come quella che aveva subito di recente, gli rendeva impossibile la "prestazione". Promise che il giorno dopo sarebbe stato all'altezza. Il membro gli giaceva fiacco e indifferente sulla coscia. Distolsi lo sguardo. Mi poggiò il capo sul seno e lo cullai per farlo addormentare. Cominciò subito a russare. Volsi lo sguardo verso il bell'abito smesso che giaceva ai piedi del letto. Il riso e il pianto lottavano per dominarmi. Io avevo voglia di entrambi.
(Per gentile concessione del magazine Istanbul Literary Review)
Testo segnalato da: Buràn
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