Il paese delle gazze
di Rachael King, Nuova Zelanda
(traduzione di Marta Codignola)



Mi chiamo Elizabeth. Questo è ciò che è successo a me e a Tom, ma soprattutto a me. Potete anche non credermi, non importa. Ma almeno ascoltate.

Lo zio di Tom era un fattore. Aveva un vecchio casolare su in alta montagna. Io e Tom ci eravamo andati per provare a chiarire le cose fra noi. Niente telefono, niente elettricità e la casa più vicina a oltre dieci miglia. Lo zio di Tom ci aveva scaricato lì dicendo che sarebbe tornato a riprenderci tre giorni dopo.

L'unica ragione per cui potrei non tornare - aveva detto - è se muore qualcuno. E si era messo a ridere.

C'eravamo solo noi, le colline, le gazze e, sopra, il cielo grigio.

Quando aprimmo la porta del casolare, una gazza solitaria se ne volò fuori, spaventandomi a morte.

Un corvo solo porta male, bofonchiò Tom. Trovò la finestra rotta e la coprì con un giornale, togliendo le schegge di vetro che trovava. Quel foglio sottile aveva diciannove anni, come me.

Probabilmente l'ultima volta in cui qualcuno è stato qui, disse Tom.

La prima notte non parlammo molto. Accendemmo un fuoco nella vecchia stufa e ci scaldammo un barattolo di minestra. Il vento risucchiava il giornale. Tom mi prese la mano e fissò il fuoco nella stufa aperta. Ebbi l'impressione che fosse dispiaciuto per quel che aveva commesso.

Mi svegliai presto. C'era una luce fioca. Qualcosa aveva interrotto il mio sonno. Un grido.

Hai sentito? Scrollai la spalla di Tom, ma lui si limitò a fare una smorfia, borbottando e girandosi dall'altra parte.

Tom. Lo scrollai di nuovo. Avrei potuto spezzargli le ossa con una mano, ne ero sicura.

Cosa? Chiese. Si limitò ad alzare un sopracciglio, senza aprire gli occhi.

Ho sentito un grido.

L'hai sognato. Torna a dormire.

Furono le gazze a portarci da lui. Se ne gironzolavano in gruppo, in attesa. Al nostro arrivo ci saltarono davanti. Non davano l'impressione di essere troppo felici della nostra presenza.

L'uomo giaceva sulla schiena, in fondo a una scarpata grigia e silenziosa, la testa ciondolante da un lato e una gamba piegata in giù come in una danza complicata. Aveva occhi blu, nebulosi, e capelli dorati. Non c'era troppo sangue. La pelle era color del giglio. Non credete a chi dice che un giglio è bianco. Non è vero.

Oh, Gesù, disse Tom, e poi ancora oh, Gesù. Saltellò intorno al corpo, dando piccoli strattoni alla faccia, ai capelli e ai vestiti.

Tornammo al casolare. Nel capanno trovammo un grande telo di plastica nera che prendemmo con noi. Il nostro respiro era caldo e fumoso. Raggiunto il corpo, Tom riprese a borbottare fra sé. Stendemmo il telo per farci rotolare sopra l'uomo. Era pesante: un tipo davvero robusto, tanto che immaginai sotto i vestiti muscoli ben sviluppati, tonici e saldi. Diedi un pizzico al bicipite, giusto per essere certa. Avevo ragione. Tom non mi vide.

Sembrava un turista tedesco. Il giaccone era rosso scuro e giallo, come un livido vecchio. Aveva uno zainetto, a cui era fissata una piccola tenda, e un pentolino che penzolava da una cinghia. Non desideravamo guardare oltre.

Trascinammo il corpo fino al capanno, in silenzio. Durante il tragitto lanciai un grido, solo per sentire l'eco rimbalzare sui fianchi delle colline. Tom trasalì, si voltò verso di me, poi riprese a tirare e a trascinare.

Eravamo troppo stanchi e la casa più vicina era troppo lontana da raggiungere. In ogni caso lo zio di Tom sarebbe venuto a prenderci due giorni dopo. Così, avvolgemmo l'uomo nella plastica e lo appoggiammo contro il capanno. Spuntava la testa. Il sole, se ci fosse stato, gli avrebbe fatto brillare i capelli.

Lo chiamai Hans.

Tom aveva portato con sé il suo orologio a carica manuale. Per due giorni fu tutto ciò che udimmo. Penso che Tom fosse convinto che andando là con me e rimanendosene immobile e tranquillo, l'avrei perdonato.

I muri del casolare si piegavano verso di noi, abbastanza vicini da toccarsi.

La prima notte dopo il ritrovamento di Hans, feci un sogno.

Hans era sulla soglia. E mi guardava.

La seconda notte entrò nella stanza e si mise di fianco al letto. Mi tese la mano. Io aspettai qualche istante, quindi tirai fuori la mia mano, ma lui se ne era già andato.

Il giorno dopo lo zio di Tom non venne.

Restammo tutto il giorno in attesa di sentire il camioncino sulla ghiaia. Subito prima di sera, mi sembrò di udire un lamento, una specie di melodia che avvolgeva la stretta vallata.

Giunta la notte, aprimmo l'ultima scatola di minestra.

Cosa facciamo ora? chiesi a Tom.

Lui si strinse nelle spalle. Verrà, disse.

Quella notte, quando Hans venne in camera nostra, si diresse diritto verso di me e mi si inginocchiò davanti. Mi toccò il viso con la mano. Era fredda. Si chinò e mi diede un bacio.

Mi svegliai, rossa e accaldata.

Mi tirai su, mentre Tom dormiva, e uscii fuori in camicia da notte. La foschia avviluppava le colline e i miei piedi scalzi affondavano nella ghiaia e nel fango. Una gazza uscì zampettando da dietro al capanno dove si trovava il corpo.

Fuori di lì, dissi, il più minacciosamente possibile.

Gli scostai la plastica dal viso. Sembrava a posto, la bocca leggermente dischiusa. Aveva le labbra blu, con una piccola macchia di sangue. La nebbia negli occhi ora era diventata un banco di nubi temporalesche.

Gli toccai le guance. Erano fredde, come un pesce, come una susina sull'albero nella rugiada del mattino.

Erano le cinque e dieci. Sedemmo sul divano, uno di fianco all'altra, senza sfiorarci. Il ticchettare dell'orologio, ripensandoci, riempiva l'intera stanza. Ci distoglieva dai crampi della fame.

Se domani non arriva, disse Tom, mi metterò in cammino. Non possiamo andare avanti così. Non possiamo.

Annuii. Pensavo all'eventualità di rimanere sola con Hans.

Restai tutta la notte fra le braccia di Hans, mentre Tom dormiva di fianco a noi.

Non avevo mai sentito un silenzio simile. A parte le gazze.

Durante la notte il giornale sulla finestra si era spostato. Appena sveglio Tom accese la stufa. Io rimasi fuori in giardino a guardare il fumo che usciva dal tetto e fluttuava alto verso le colline.

Udimmo il camioncino da lontano. Ci avrebbe messo ancora un po' di tempo prima di arrivare. Durante la risalita della valle, il rumore andava e veniva.

Qualcuno è morto, disse lo zio di Tom. Un bambino maori. Non potevo andarmene mentre si celebrava il tangi(1). Capite.

Radunammo le nostre cose. Lo zainetto di Hans era accanto alla porta. Lo raccolsi e sfiorai le cinghie con le dita. Poi lo diedi allo zio di Tom.

Abbiamo trovato qualcosa, dissi.

Quando girammo intorno al capanno, il corpo ebbe un sussulto. Era caduto da un lato e sopra c'erano sei, anzi, sette gazze. Lo stavano beccando.

Tom e suo zio si tapparono gli occhi e la bocca, ma io lanciai un grido e corsi avanti scagliando la mia borsa contro le gazze.

Gli occhi erano spariti. Niente più nubi.

Piangendo, infilai le dita nella plastica e lo cinsi con le braccia. Poi lo feci rotolare a terra mentre Tom cercava di tirarmi via da lui. Lo zio se ne stava lì, a fissarci.

Dopo essere andati alla polizia, lo zio di Tom ci lasciò alla stazione.

Eravamo arrivati in città, pigiati nella cabina di guida. Con lo sguardo fisso, senza una parola, accompagnati solo dal rumore del camioncino sul fondo stradale, e del corpo nel cassone che sbatteva contro i ferri.

Quando il treno si fermò, Tom salì. Io rimasi sul binario ad aspettare che ripartisse. Sollevai la mano, ma lui mi guardò appena per un attimo e poi distolse lo sguardo. Salutai con un gesto il suo profilo che scompariva.


(1) tangi: funerale maori

(C) Rachael King 2004
il primo romanzo di Rachael King, The sound of butterfly, sarà pubblicato da Piemme nel 2009

(Per gentile concessione del magazine Turbine, Victoria University of Wellington)



Testo segnalato da: Buràn
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