La dinamica delle finestre
di Kuzhali Manickavel, India
(traduzione di Pamela Cologna)



Quando Prasanna guardava la strada del villaggio di Keerapalayam, pensava alle formiche intrappolate in un barattolo di olio denso. A volte pensava alle vespe che sbattevano contro le finestre ma in genere pensava alle formiche. La strada non digradava né curvava; passava semplicemente davanti alla biblioteca come se avesse cose più importanti da vedere e da fare. Prasanna chiuse gli occhi e sospirò, "Mi chiamo Prasanna. Non mi chiamo Prasanna. Comunque non sono qui".
L'anno precedente la biblioteca aveva funzionato da Centro di Soccorso dopo lo tsunami, a Keerapalayam, e Prasanna era stata l'Addetta allo tsunami. Aveva passato il tempo a occuparsi di grosse scatole di cartone e le piaceva pensare che fossero piene di tsunami. Quest'anno le scatole erano state spinte sul retro mentre erano stati portati all'interno due scaffali di metallo, pieni di traduzioni in tamil della Bibbia, rapporti sull'irrigazione idrica dal 1972 e molteplici copie di un libro dal titolo Where Are You Going, Young Man and Woman? Prasanna divenne l'Addetta alla biblioteca e ora passava il tempo seduta accanto alla finestra, a guardare la strada che assorbiva le impronte.
Quel giorno un uomo pallido e malandato superò a passo svelto e deciso il bestiame e la carcassa di un animale, con pantaloni cargo e un'aria determinata che facevano pensare a uno dei volontari per lo tsunami venuto dalla città e che si era dimenticato di ripartire. Entrò nella biblioteca e appoggiò un pacco sulla scrivania di Prasanna.
"Non vogliamo comprare nessuna enciclopedia", disse Prasanna.
"Mi chiamo Kathir", disse lui. "La mia poesia è stata pubblicata nella Macadamia Review, volevano che portassi queste copie nella biblioteca locale".
Cominciò a scartare il pacco, muovendo le dita come se fossero attaccate a fili invisibili.
"La rivista che?" chiese Prasanna.
"Macadamia".
"Ma non è una noce?"
"È un giornale australiano. Erano davvero contenti di ricevere una poesia dall'India, vorresti sentirla?". Sollevò una copia e si schiarì la gola.

Le tue labbra non mi interessano.
I tuoi piedi sono screpolati e secchi come la terra.
Le tue orecchie sventolano come quelle di un elefante
e non hai mai niente da dire.
Sono qui solo perché ti fai toccare
e i tuoi seni sono come
manghi purpurei al sole.


Prasanna notò che aveva il labbro inferiore punteggiato di minuscole croste viola e di macchioline di pelle grigio chiara.
"A che pensi?" chiese lui.
"Be', i manghi non sono color porpora. È stata picchiata o cosa? Parla di violenze domestiche?"
"Io li ho visti i manghi color porpora".
"Dove?"
"Sei mai stata a Goa?"
"No".
"Io a Goa li ho visti. Comunque la poesia è stata pubblicata e quindi quello che pensi tu non ha importanza".
"E allora perché me lo chiedi?"
"Ma chi te lo chiede?"
All'improvviso le riviste schioccarono e frusciarono sulla scrivania, come se applaudissero.

Il giorno dopo un sospetto si fece strada nella mente di Prasanna, qualcosa di così insopportabile da farla muovere infastidita sulla sedia di plastica. E se la strada non fosse andata da nessuna parte? E se fosse terminata all'orizzonte, se si fosse interrotta in uno spazio ampio e azzurro pieno di gusci vuoti di cocchi? E se fosse semplicemente ritornata indietro dall'altra parte del villaggio? Si accigliava al pensiero di queste eventualità. Ce n'erano davvero troppe.
Kathir se ne stava di fronte alla biblioteca, a fissare il cielo come se si aspettasse che qualcosa gli cadesse in testa. Prasanna teneva in mano un grosso libro polveroso sulle Tecniche di Irrigazione Rurale e lo guardava da lì dietro, ricordando le croste color porpora che aveva sul labbro. Quando Prasanna era più piccola, sua madre le diceva che le cattive ragazze si mordono le labbra; faceva parte del corredo delle ragazzacce, come mostrare l'ombelico quando si indossava il sari. Ecco perché la notte Prasanna si era morsa tutto il labbro inferiore, staccandosi di nascosto dei bei lembi di pelle mentre sentiva cose terribili agitarsi in lei. Riusciva a sentire i mostri che le crescevano sulla schiena, che facevano guizzare la lingua e maledicevano i suoi fianchi così che nessun sari sarebbe mai rimasto fermo al suo posto. Sapeva di essere condannata e che quando sarebbe stata più grande la gente l'avrebbe chiamata Prasanna Vita-Bassa.
"Che stai fissando?" urlò Kathir.
"Cosa?"
"Perché mi guardi?"
"Mi vedi da lì?"
"Certo che ti vedo".
"Cosa sto facendo?"
"Mi stai fissando".
Prasanna non riusciva mai a ricordare la dinamica delle finestre. Notte, luci accese, ti vedono. Giorno, luci accese, non ti vedono. O forse sì. Sospirò e mise giù il libro.
Il pomeriggio successivo, come un palloncino volato via le apparve alla finestra la testa di Kathir.
"E se cambiassi il porpora in verde?" chiese lui.
"Pensavo non avesse importanza quello che penso io".
"E infatti. Ma se fossero verdi invece che porpora?"
"E cosa vorrebbe dire?"
"Be', ci pensavo e mi sono reso conto che i manghi verdi sono più simili ai seni. Quelli porpora non tanto".
"Dammi la mano".
"Cosa?"
"La mano".
Aveva le dita fredde e pallide, come se le avesse tenute sott'acqua per troppo tempo. Prasanna si guardò intorno per assicurarsi che nessuno la vedesse. Poi si mise la mano di Kathir sul seno sinistro.
"Be'?" chiese.
"Cosa vuoi che faccia?"
"Sono duri o morbidi i manghi verdi?"
"Sì, be', direi duri".
"Ti sembra duro questo?"
"Veramente io pensavo più che altro alla forma".
Kathir sembrava un conducente di risciò con la mano pronta sulla tromba.
"Ora potresti anche toglierla, la mano", disse Prasanna.
"Certo. Scusa".
"Non sapevo che parlassi della forma", disse lei. "Se avessi saputo che parlavi della forma non lo avrei fatto".
"Capisco".
"Non pensare che in genere faccia queste cose. Perché non le faccio".
"No, certo. Grazie".
Prasanna lo vide svanire lungo la strada, con la testa che ballonzolava su e giù come un cocco su un fiume in piena. Le orecchie le ronzavano di domande senza risposta. Perché invece di entrare si era presentato alla finestra? Perché l'aveva ringraziata? Perché gli aveva fatto toccare il seno?
"Perché chiunque fa qualsiasi cosa?" disse, e le parole si librarono nell'aria come uno sciame di zanzare.
Qualche giorno dopo Kathir entrò nella biblioteca con una bottiglietta di plastica. All'interno c'era qualcosa che assomigliava a un pezzo di pergamena essiccata color arancio.
"Volevo che vedessi questo", disse lui. "A volte una madre concepisce una coppia di gemelli ma durante la gravidanza uno dei due si appiattisce. Viene chiamato feto fantasma. Questo è il mio".
"Questo è il tuo gemello?"
"Sì".
"Dici sul serio?"
"Sì, è mio fratello. Quel puntino nero sarebbe dovuto essere l'occhio. Volevo che lo vedessi perché è l'unica famiglia che ho".
"E i tuoi genitori?"
"Sono morti".
Prasanna si chiese se avesse appiattito anche loro, conservandoli a casa in bottiglie più grandi. Si chiese se le avrebbe portate il giorno dopo.
"Comunque vado a Chennai per qualche giorno", disse lui. "Potresti tenerlo mentre sono via?"
"No".
"Pensavo che avresti detto di sì".
"Perché lo pensavi?"
Kathir si girò e si diresse alla porta, lasciando la bottiglia sulla scrivania di Prasanna. La sua testa riapparve alla finestra qualche secondo dopo.
"Mi chiedevo se potevo toccarti il…"
"No".
"E quando torno?"
Prasanna pensava di aver visto il gemello farle l'occhiolino da dentro la bottiglia.
"Vedremo", disse.
Quella notte sognò di stare nella biblioteca seduta da sola. Al gemello erano spuntate braccia e gambe e le faceva la lingua.
"Riprovaci e ti faccio a pezzettini", disse. Il gemello cominciò a piangere, stropicciandosi l'occhio nero con i ditini ruvidi.
"Come fa addirittura a sapere che eri un maschio?" disse Prasanna. "E se fossi una femmina?"
Il gemello guardò in su e batté le ciglia, come se aspettasse di sentire il resto della storia.
"Se fossi stata una femmina ti avrebbero chiamato Kavitha. Avresti sposato un ingegnere informatico californiano. Avresti avuto due figli maschi con un accento americano così forte che non sarebbero riusciti a pronunciare nemmeno il loro nome".
Il gemello ridacchiò.
"Se fossi stato un maschio ti avrebbero chiamato Senthil. Ti sarebbe piaciuto il cricket e saresti stato un giocatore della nazionale. Avresti trascurato gli studi universitari e ti saresti innamorato di una prostituta. Lei sarebbe morta di aids, tu ti saresti fatto crescere la barba e ti saresti gettato sotto a un espresso".
Il gemello cominciò di nuovo a piangere forte, squarciando l'aria con un lamento che ricordò a Prasanna le vecchie signore in lutto.
L'indomani la giornata era color arancio e carica dell'odore dei lampi. I cani ululavano senza ragione e le formiche si spostavano prese dal panico, trasportando spruzzi di uova bianche da una crepa del pavimento a un'altra. Prasanna decise di non pensare alla strada. Si immaginò invece moribonda nella biblioteca di Keerapalayam, e mentre faceva il sonnellino pomeridiano l'anima ribelle le scivolava fuori dall'orecchio. La pelle le si sarebbe fusa con la sedia di plastica e il corpo sarebbe stato così infuriato da rifiutarsi di bruciare sulla pira funeraria. Non avrebbe pianto nessuno, non sarebbe venuto nessuno tranne forse Kathir per conservare un frammento di gomito in una vecchia bottiglia di profumo.
Il gemello giaceva nella bottiglia a faccia in giù come se queste premonizioni fossero troppo intense da sopportare. Prasanna cominciò a sentirsi un po' dispiaciuta per lui.
"Non è poi così male", disse, ma il gemello rimase impassibile. Fissava il pavimento come se riflettesse su qualcosa di grave e di eterno.
"Dovresti prendere un po' d'aria fresca, ti farebbe bene", disse Prasanna. Andò fuori e riversò il gemello sulla strada. Si spostò leggermente di lato e rimase del tutto immobile, come se valutasse le alternative che aveva. Poi cominciò a lanciarsi in avanti, acquistando velocità come se avesse fatto una scelta. Poco dopo era già lontano all'orizzonte come una busta di plastica gettata via.
"Il feto fantasma", disse Prasanna e sorrise perché le piaceva quando le cose andavano in un certo modo. Era come sentir schioccare qualcosa.
Kathir arrivò alla finestra della biblioteca due pomeriggi dopo, con la barba non fatta e puzzolente come uno scompartimento strapieno del Day Express.
"Sono appena arrivato", disse. "Volevo riprendermi mio fratello prima di andare a casa". Prasanna aveva seriamente preso in considerazione l'eventualità di fare una copia del gemello ma non era riuscita a trovare della carta arancione e il negoziante non le avrebbe venduto il solo gessetto colorato senza la scatola. Più tardi si accorse di non avere nemmeno le forbici e concluse che la faccenda andava al di là del suo controllo.
"Lo vuoi proprio ora?" chiese.
"Mi sentirei strano ad andare a casa se non fosse lì".
Mise la bottiglia vuota sul davanzale della finestra e lo vide corrugare lentamente la fronte. Prima che riuscisse a dire qualsiasi cosa gli afferrò la mano e la schiacciò contro il seno.
"Dov'è? Che fai?" disse Kathir, cercando di tirare la mano per liberarla.
"Ho perso il tuo gemello", disse lei.
"Che hai fatto?"
"È caduto".
"Caduto come?"
" È scappato".
"Che vuol dire è-caduto-è-scappato? E lasciami stare la mano!"
"Mi dispiace davvero".
"Lasciami!"
Arretrando urtò una palma da cocco.
"Sei arrabbiato con me?" chiese lei.
"Come fai a perdere il fratello di un altro? Sei stupida?"
"Come fai a sapere che era tuo fratello? E se fosse tua sorella?"
"Ma che diavolo hai? Come ti sentiresti se perdessi tuo fratello?"
"Sì, lo so, ma io non terrei mio fratello in una bottiglia in quel modo. O mia sorella. E poi io non ho né fratelli né sorelle, quindi…"
"Sei pazza, lo sai? Come ti sentiresti se perdessi un libro della biblioteca?"
"Ti capisco. In realtà non sarebbe proprio mio il libro perché io qui ci lavoro e basta ma capisco cosa intendi".
Kathir scrollava la mano come se non lo volesse più. Prasanna ebbe la sensazione che qualcosa di intenso stava per succedere e apprensiva piegò le dita dei piedi.
"Dove l'hai perso?" chiese lui.
Prasanna indicò la strada.
"Da che parte?"
"L'una o l'altra"
"Da che parte?"
"Potresti provare anche da quella visto che sei tanto pignolo".
Prasanna lo guardò andare via e immaginò che se la strada fosse terminata all'orizzonte sarebbe caduto e c'erano buone possibilità di non rivederlo mai più. Se la strada fosse rientrata dall'altra parte del villaggio lui sarebbe tornato; in effetti, sarebbe dovuto passare davanti alla biblioteca. Potrebbe succedere l'una o l'altra cosa, pensava. Tutto potrebbe succedere.

(Per gentile concessione del magazine Subtropics, Università della Florida)

Kuzhali Manickavel vive in una piccola città-tempio sulla costa dell'India del Sud. Le sue opere sono reperibili su Per Contra, Salt Flats Annual, Quick Fiction, Caketrain, Smokelong Quarterly e Gambara.





Testo segnalato da: Buràn
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