Io, Fahed
di Roi Sagir, Israele
(traduzione di Jane Bowie)



Sono ebreo, ma sembro un arabo. Persino in Israele ci sono dei posti dove mi credono arabo. Ho la barba nera, gli occhi neri, e i capelli neri. Non porto un completo nero, o un cappello nero o la kippah, e quindi non mi possono prendere per un aderente al partito "Shas", il partito degli ebrei ultraortodossi. Sul pullman per Ramat Hasharon ci sono delle donne il cui make up, quando mi vedono, sgocciola via dalla paura. Mi piace andare a Ramat Hasharon, anche se lì non ho nulla da fare. Anche in Germania, come a Ramat Hasharon, sono un arabo.
Questa mattina ho preso la metropolitana per il centro di Monaco. C'era anche Eva sul treno. Lei è tedesca, ha una faccia bella, i capelli chiari, e delle scarpe costose. Più o meno 900.000 persone viaggiano sulla metropolitana di Monaco nei giorni feriali, aspettando il treno in 92 stazioni. La metropolitana è stata costruita per le Olimpiadi del 1972. Eva era seduta sul treno e leggeva un libro. Stava andando al lavoro. È caposervizio della redazione grafica di una rivista culturale per femministe. Ha forza e opinioni ben formate.
Mi sono seduto accanto a lei. Il treno aveva già fatto due fermate. La gente saliva e scendeva, saliva e scendeva, gli occhi spenti e il comportamento corretto. Un silenzio regolare, simile a quello di ieri, a quello dell'altro ieri. Sbirciavo il libro di Eva. In cima alla pagina c'erano le parole Die Zweite Intifada.

Uccello Nero
Chiesi a Eva se il suo libro era interessante. Mi scrutò con i suoi occhi verdi e mi ha rispose di sì. Continuai a romperle le scatole e le chiesi il nome dell'autore. Mi fece vedere la copertina e vidi che era una biografia di Arafat. "Arafat", dissi, "mmm". Finse di non aver sentito, controllò il nome dell'autore e lo pronunciò. Le chiesi cosa ne pensava di Arafat. Mi rispose che non era d'accordo con tutto quanto scritto sul libro, e si stiracchiò autocompiaciuta.
Le sorrisi e mi grattai la barba. Le chiesi cosa ne pensava del conflitto. Disse che i palestinesi sono dei poveracci, sono delle vittime. Mi presentai come Fahed(1), e le chiesi se potevamo vederci ancora. Ci pensò su un po'. Ma prima di scendere dal treno mi diede un appuntamento per quella sera.
La aspettai in un caffè sulla Ludwigstrasse. Quando arrivò, presi una sedia e la feci sedere. Poi ordinai da bere. Lei scelse un cocktail colorato in un grosso calice e con dei bastoncini luccicanti che emergevano dal liquido arancione. Mi offrì l'ananas. Rifiutai. Si muoveva, evidentemente a disagio, sulla sua sedia, guardandosi in giro e mordendosi le labbra. C'erano tre uomini seduti al banco, e quasi tutti i tavoli erano vuoti, tranne due. Dopo aver controllato i tavoli del caffè, mi raccontò qualcosa del suo lavoro e mi dichiarò le sue opinioni, di cui andava molto fiera. La sua rivista trattava mostre, installazioni, e pubblicava rubriche editoriali progressiste e radicali - così mi disse. Per lo più, aggiunse con la schiena dritta e un dito puntato in aria, il lavoro di donne provenienti da paesi in via di sviluppo.
Mi chiese se ero contrario alla circoncisione femminile. Risposi che era un atto barbaro. E cosa ne pensavo del velo? Risposi che loro, le donne, sceglievano di portarlo. Si schiarì la gola.
"Sotto pressione dalla famiglia!" rispose con decisione.
Rimasi zitto. Mi fissò con i suoi occhi verdi, esigendo una risposta con le labbra serrate.
Mi strofinai le palme sudate sui pantaloni ed evitai il suo sguardo. Forse non le va di fare la donnina cedevole, questa sera, pensai. Cercai di immaginare quello che avrebbe fatto Fahed in una situazione in cui l'atteggiamento da maschione incontrasse forte resistenza.
Irrigidii i piedi e risposi seccato, "La famiglia, ma cosa ne sai tu della famiglia araba?". Lei si irrigidì, scossa. "Forse non capisco niente," disse, e con una risatina imbarazzata aggiunse "Forse dovresti raccontarmi qualcosa, Fahed."
Il mio cazzo si indurì. Sorseggiai lentamente la mia birra, assaporando il calore nella parte più bassa del mio corpo.
"Ho cinque fratelli." Cominciai raccontando della mia stupenda famiglia, laggiù a casa. Poi continuai raccontando di me. "A volte è dura qui in Germania, ma presto finirò i miei studi e ci tornerò, di sicuro. A casa mia è meglio, ma anche qui in Germania, va bene, qui. Per favore non offenderti."
"No, no, non sono offesa, tutto bene," rise. "Sei carino."
Mi stiracchiai le spalle, spingendole indietro, e mi guardai intorno con sguardo duro. Strinsi le labbra con aria un po' arrogante e poi le dissi, "Sai, qui in Germania la gente ha tanti soldi, ma non sanno cosa sia il rispetto. Voglio dire, non tutti, ma tante persone. La gente qui non si dà una mano, ognuno è solo. Per noi, qualsiasi cosa che fai, hai tutta la famiglia alle spalle."
Eva si ammorbidì un po' e rispose a voce bassa "La cultura è diversa qui, Fahed, in Germania siamo protetti dalla legge. Ma in questo momento non voglio parlare con te di queste cose." Posò la mano sul centro del tavolo e mi chiese, "Stai bene con me, Fahed?"

Occhi e Birra
Mossi leggermente la mia mano fino ad accarezzare leggermente la sua, e le dissi con voce chiara e forte. "Sei bella, i tuoi occhi sono molto belli."
Eva mi guardò negli occhi e pensò a cosa avrebbe dovuto dire a Fahed. Dopo un breve silenzio mi chiese se avevo voglia di proteggerla quella sera, che era da tanto tempo che non sentiva il bisogno di essere protetta. Avevo bisogno di scoreggiare in quel momento, ma avevo paura che lo sforzo mi avrebbe fatto bagnare i pantaloni, per via della birra. Erano 20 minuti che sentivo la pressione in quella zona. Dissi di sì, e le strinsi la mano. Speravo che non stesse davvero cercando protezione, e nello stesso momento sussurrai a Fahed che era un re, e che lo amavo.
Il caffè si riempì. "Andiamocene," disse Eva. Decidemmo di andare a casa sua per bere qualcosa. Lì avremmo continuato quella conversazione, perché la incuriosiva. La sua casa era vicina, soltanto quattro fermate della metropolitana. Quando il cameriere lasciò il conto Eva aprì la sua borsa e io in fretta tirai fuori il portafoglio. "Non c'è bisogno," la fermai con la mia mano. Mi scrutò per un momento e poi mi sorrise dolcemente e raccolse i suoi capelli dietro la nuca.
Scendemmo con la scala mobile verso l'atrio principale di Marienplatz. Allontanandosi dalla scala mobile, Fahed si girò di schiena, per mettere in mostra le sue spalle larghe, ma sapevo che lei mi stava guardando il culo, il mio culo peloso. Arrivati nell'atrio, lei si ricordò di aver finito le sigarette. Mi appoggiai alla balaustra e restai ad aspettare Eva guardandomi intorno nell'atrio grande e spazioso. C'era un forte odore di vomito. C'era un vecchietto seduto per terra sotto una coperta vecchia e sporca. Stava vendendo quella rivista di colore rosso che esce due volte a settimana e che i barboni vendono. Era l'unico modo per averla, prenderla da un barbone. C'erano due teppistelli in divisa verde che pattugliavano l'atrio: la Polizia bavarese. Ogni tanto un passeggero passava veloce, scendendo la scala per prendere il treno in partenza dal binario. Considerai la possibilità di accendere una sigaretta. Ma è vietato fumare in questi atri. Dopo qualche minuto, i due teppistelli vestiti di verde mi si avvicinarono. Scheisse. È l'ultima cosa che di cui ho bisogno ora. Mi è già successo due volte. Mi incalzano, mi fanno delle domande, e poi se ne vanno. Si avvicinano per via della barba nera. Se ne vanno per via del passaporto israeliano. Solo che in questo momento non posso tirare fuori il passaporto israeliano. Eva potrebbe tornare in qualsiasi momento.
Cominciarono a darmi fastidio. Di dove sei? Perché sei qui in Germania? Chi stai aspettando? Mostra i documenti. Rimasi lì imbarazzato davanti a loro. Davanti ai poliziotti non sono soltanto nero, sono anche molto piccolo. È per questo che preferisco Ramat Hasharon a Monaco. Lì posso guardare tranquillamente le signore eleganti della città e la legge non mi da fastidio - la legge è troppo pigra perfino per radersi.
Il teppistello di sinistra giocherellava con il manganello che pendeva dalla sua cintura. "E quindi non hai dei documenti, dici. Ma lo sai che la legge dice che devi portare con te la prova della tua cittadinanza? Lo sai!?"
Rimasi zitto. Vidi Eva in arrivo dietro di loro. Speravo che lei vedesse me. I poliziotti continuarono a chiedere "e ti sei già registrato in comune?" Mi mossi un po' verso destra, perché i teppistelli stavano tra me ed Eva. Vieni qui, mormorai. Loro pensavano che stessi cercando di scappare. Il secondo teppistello era teso. Eva mi vide. Sospirai con sollievo. Sì avvicinò velocemente, un angelo dagli occhi verdi.
"Scusate, c'è qualche problema?" chiese arrabbiata ai poliziotti, che indietreggiarono un pochino e mi lasciarono più spazio per respirare.
"No, volevamo soltanto vedere i documenti di questo signore," rispose uno educatamente.
"Perché?" chiese Eva. "Ha commesso un'infrazione?"
"No, no," rispose il poliziotto tutto umile. Eva alzò un sopraciglio e chiese, "Allora?" e subito dopo con tono deciso, "Vi auguro una buona serata, signori."
Ci girammo e ce ne andammo. Credo di aver sentito uno dei poliziotti bestemmiare. Cani.

La carrozza
Eva ed io eravamo sull'orlo del marciapiedi. Fissai gli schermi al plasma appesi dall'altra parte del binario. C'era una pubblicità stile video-clip per una crema anti-caduta dei capelli. Mi grattai la barba nera sentendomi sciocco e confuso. Eva non disse nulla sull'accaduto con i poliziotti ma non mi guardava neanche. Non ne volevo parlare nemmeno io, volevo solo che arrivasse il maledetto treno per andarmene via da lì con lei.
La carrozza era vuota, e una volta seduti la guardai attentamente. Mi sorrise di nuovo. Questa volta il sorriso era invitante, la abbracciai forte, e lei si nascose tra le mie braccia.
La carrozza si fermò alla terza stazione, i nostri sguardi si incontrarono e rimassero fissi l'uno nell'altro. Le sua dita scivolarono sul mio collo. Il mio cazzo era di nuovo duro. Questa volta se ne accorse. Premette il suo corpo contro il mio e mi chiese di tenerla stretta. Le feci appoggiare la testa contro il mio petto e le accarezzai la faccia e i capelli. Non mi voleva veramente.
Il treno si fermò.

Fahed si alzò e uscì dalla carrozza. Eva lo seguì. Si fermarono sul binario. Eva gli prese la mano un po' bruscamente e cominciò a incamminarsi verso la scala mobile. Lasciarono la stazione e proseguirono lunga la strada fino all'entrata di un condominio. Fahed aspettò mentre Eva tirava fuori le chiavi dalla borsa. Si appoggiò indietro, il suo corpo rilassato e indifferente alla realtà circostante, ma non le tolse lo sguardo di dosso. Eva aprì la porta. Lui premette il pulsante dell'ascensore. Dentro l'ascensore cercò di attaccarsi al corpo di lei. Mise una mano sulla sua spalla e avvicinò la parte superiore del suo corpo a quello di Eva. Eva rise un po', accarezzò la sua faccia con una mano e con l'altra lo respinse leggermente. Entrati nell'appartamento, lei lo invitò a sedersi sul divano e gli offrì da bere. Lui accettò. Lei posò una bottiglia di vino rosso e due bicchieri sul tavolo. Fahed rise un po'. Eva giro la sua faccia angelica verso di lui e lo guardò imbarazzata. "Qualcosa non va?"
"No, niente," rispose Fahed. Su uno scaffale davanti a lui c'erano quattro sculture africane in legno con delle erezioni notevoli, e alcune foto di Eva con amici durante un qualche viaggio. La luce era bassa e c'erano due candele accese. Lei tornò con un libricino dalla copertina bianca, si sedette accanto a lui e sorrise.
Fahed versò del vino, fecero un brindisi e ne sorseggiarono un po'.
"Forse ti piacerebbe leggermi questo libro, ce l'ho da parecchio," disse Eva. Gli passò il libro e lo fissò. Fahed appoggiò il bicchiere sul tavolo e guardò le pagine.
Oddio. Ora cosa faccio? È tutto in arabo. Io in arabo so soltanto bestemmiare.
"Capisci l'arabo?" le chiesi.
"Per niente. Voglio soltanto sentirti parlare la tua lingua," rispose divertita. "Qualche volta la sento in TV, in documentari su… Beh, sai. Ma non riesco a concentrarmi sulla lingua. L'ho sentita qualche volta all'università, mi affascinava. Forse mi attirava. Non so perché, era qualcosa di diverso. È semplicemente qualcosa di diverso e di divertente. Parlami in arabo. Ne ho voglia."
Aprii il libro dalla destra alla sinistra con ostentazione. Le chiesi come mai aveva il libro. Mi disse che una sua amica che studiava Islam all'università le aveva dato il libro in prestito e poi se n'era dimenticata, e che dovevo iniziare a leggere. Sforzai il cervello e chiamai Fahed, ma lui si scusò e disse che era qui come vittima e non per leggere dei testi in arabo, e che dovevo arrangiarmi. Rischiai, e dissi a Eva che era un po' diverso dall'arabo che sentiva in TV, perché quelli erano testi sacri.
Scelsi una pagina con titolo e cominciai a leggere, ovvero a recitare in ebraico: "Ascoltaci, O Allah, Allah è il nostro dio, Allah è unico. Amerai Mohammed con tutto il cuore e con tutta l'anima e con tutte le tue forze"(2). Mi fermai per vedere se la mia "h" forte e Allah stavano funzionando con Eva. Mi fissò incantata. Mi avvicinai ancora di più. Mi chiese di continuare e leggere ancora. Continuai con la preghiera ebraica: "Queste parole le legherai come simboli alle tue mani e ti saranno come pendagli tra gli occhi. Le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte." Cominciò a toccarmi. Il mio cazzo si indurì di nuovo.
"Leggi ancora," mi sussurrò.
"E se ascoltando obbedirete ai miei precetti, che vi ordino oggi, di amare Allah e servirlo con tutto il vostro cuore e tutta la vostra anima..." Lei tirò su la mia camicia e leccò il petto peloso che prometteva di proteggerla quella notte. Misi da parte il libricino. "Perché ti sei fermato?"
"… Io darò alla vostra terra la pioggia nella sua stagione, la pioggia autunnale e la pioggia primaverile, così che potrete raccogliere il vostro grano, il vostro vino e il vostro olio." Aprì la mia cintura e mi accarezzò il cazzo. "E vi darò l'erba nei campi per il vostro bestiame, e mangerete e sarete saziati." Urlai. Stavo bruciando. La volevo inghiottire. Gettai via il libro e strappai la sua camicetta e i suoi pantaloni. Mi chinai su di lei. Mi fermai per un breve istante per guardare la sua faccia. Mi sussurrò che era contenta che io fossi lì, che dovevo avvicinarmi a lei, e toccarla con forza. Mi attaccai al suo corpo. Lei mi accarezzò la faccia e la testa e mi disse, "Mi sento bene ora che sei qui con me, Fahed, sei il mio uomo arabo," e mi baciò con passione.
Le candele si erano spente e la stanza era buia quando mi rimisi i pantaloni. Eva scese dal letto, accese una piccola abat-jour e andò allo specchio vicino all'armadio per rivestirsi. Vidi dei peli neri e corti sul lenzuolo. Poi guardai con tristezza il suo culo tondo che stava ricoprendo con un telo blu. "Devo sistemare ancora qualche immagine per domani mattina," mi disse, e le sorrisi. Anche lei mi sorrise, e si girò per aprire la porta.


(1) Fahed: nome arabo (NdR)
(2) Una versione di "Shema Israel", la principale preghiera ebraica




Testo segnalato da: Buràn
Link alla versione originale:
Qui