Nessuna pietà per Dušanskij
di Herkus Kunčius, Lituania
(traduzione di Manuela Vittorelli, riduzione di Buràn)
"Il partito ha deciso di darti un po' di incoraggiamento, Compagno Dušanskij," una voce cerimoniosa informò Aaron. "Sei stato nominato membro della delegazione ufficiale della Repubblica Socialista Sovietica di Lituania in occasione della visita nella RPP".
"Dov'è che andiamo?" domandò Dušanskij, incredulo.
"In Polonia".
"Polonia? Repubblica Popolare di Polonia?"
"Sì, sì, così è stato deciso. Mosca ha confermato la lista".
Aaron aveva il cuore che batteva a mille e le mani sudate. Sapere di essere stato scelto come membro della delegazione ufficiale esaltava il suo ego. Ma a questa sensazione subentrò presto l'ansia. Ecco, adesso era ansioso. Anzi, terrorizzato.
La RPP, benché stato-membro del Patto di Varsavia proprio come la Germania Democratica e la Bulgaria, appariva particolarmente sospetta e inaffidabile. Le ferite causate dai fatti di Ungheria dovevano ancora rimarginarsi. L'Albania era diventata suscettibile, la Cina di Mao e la Jugoslavia di Josip Broz Tito non erano più alleati così sicuri e sembrava che nella Cecoslovacchia di Dubcek si preparassero eventi spiacevoli. Tutto questo faceva sì che Aaron Dušanskij fosse particolarmente guardingo.
"Calmati, Compagno Dušanskij", disse leggendogli nel pensiero il funzionario del partito seduto dietro alla scrivania. "Presta attenzione alle istruzioni. Ti verrà spiegato tutto. Cosa rifiutare e quando; e come debba comportarsi un cittadino sovietico in ogni situazione".
A casa la notizia della partenza di Dušanskij per la Polonia fu accolta con entusiasmo.
Inaspettatamente, Odette gli gettò le braccia al collo e lo soffocò di baci. Quella sera stessa gli porse un lista di quello che doveva portarle dalla RPP.
Il primissimo oggetto era una parrucca, seguita da scarpe con la zeppa, semi di qualche raro tipo di insalata, una selezione di cosmetici, un tappeto per l'ingresso, un pacchetto di gomma da masticare Donald e jeans Odra da rivendere. Oltre a questi oggetti, Odette voleva almeno vari numeri delle riviste Uroda e Kobieta i Æycie, una borsa a forma di bauletto, biancheria da letto della Germania Est, modellini per camicette, tende per la cucina, guanti di seta lunghi fino al gomito, lacca per capelli, smalto, bagnoschiuma, un aspirapolvere, un reggiseno, un lampadario per il soggiorno e almeno qualche banana, tanto per sapere che gusto avevano...
Dušanskij cercò di spiegarle che le banane e il reggiseno sarebbero stati un problema, ma Odette non voleva sentire ragioni. E si ricordò anche che aveva disperatamente bisogno di un impermeabile verde, e di quanta più stoffa acrilica possibile per farsi cucire dalla sarta un completo e un soprabito autunnale.
"Non osare tornare a casa, senza questi", lo minacciò Odette porgendogli la lista corretta dei regali.
Le giornate di Aaron cominciarono a farsi tese. Non passava minuto che non pensasse al viaggio imminente.
Durante la riunione fu loro spiegato che nei momenti di libertà potevano girare per la città soltanto in gruppi costituiti da almeno tre persone. Era essenziale che tirassero lo sciacquone dopo avere usato la toilette e che si abbottonassero i calzoni subito dopo, preferibilmente mentre si trovavano ancora all'interno del gabinetto. Se venivano condotti a nuotare, fare la pipì in piscina era proibito. Era vietato sputare per strada, come pure viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto. Era raccomandato che si cambiassero la camicia e i calzini tutti i giorni e che non rubassero nei negozi, per quanto potessero esservi tentati. Per la strada era preferibile evitare le persone intenzionate ad attaccare discorso, dato che poteva trattarsi di provocatori della CIA. Era probabile che qualcuno desiderasse invitarli a casa propria, ma in tal caso erano tenuti a rifiutare educatamente; se costretti a fornire una spiegazione, dovevano dire che erano stanchi morti e avevano la diarrea. Dovevano bere con moderazione. I rapporti sessuali erano categoricamente proibiti. Ma non c'erano limiti al numero consentito di sigarette.
Aaron Dušanskij prese diligentemente nota di tutto.
Il giorno della partenza, sul marciapiede della stazione si raccolse una folla per salutarli. Una fanfara suonò due inni: l'Inno di Stato e quello della Repubblica.
Dopo brevi discorsi, i membri della delegazione ufficiale salirono in carrozza.
Il treno cominciò a muoversi con l'accompagnamento di una marcia militare.
Aaron riuscì a salutare con la mano Odette attraverso un finestrino aperto. La vide farsi sempre più piccola mentre il treno si allontanava.
Alla fine la perse di vista, mentre con il dito lo ammoniva di non dimenticare le promesse fatte a casa.
Odette svanì e lui fu finalmente in grado di prendere fiato.
"Cosa pensi delle riforme monetarie del 1961?" domandò a Dušanskij un generale dei servizi medici due volte ferito in battaglia che viaggiava nel suo scompartimento.
"Sono state un passo provvidenziale".
Dušanskij era seduto accanto al finestrino.
Erano in quattro, nello scompartimento. Dušanskij, il militare che gli aveva rivolto la parola, un giovanotto lentigginoso e una donna dalle (verosimilmente) agili pupille che stava sferruzzando e appariva estremamente ben nutrita.
"Pensi davvero quello che stai dicendo? O hai risposto così solo perché la questione non ti interessa?" domandò il generale canuto, scrutandolo negli occhi con sguardo penetrante.
"Sono convinto", confermò Dušanskij. Si sentì rabbrividire.
"Sei convinto che fino al 1961 siano state attuate politiche finanziarie sbagliate?" gli domandò ancora il generale, cercando conferma.
"No. Andava tutto bene".
"Se era tutto così meraviglioso, a cosa servivano le riforme?" lo incalzò il medico militare. "Negli occhi. Guardami negli occhi!" insistette quando Dušanskij tentò di scansare la domanda mettendosi a guardare i boschi che gli passavano davanti agli occhi, fuori dal finestrino. "Sto aspettando una risposta", disse imperiosamente il generale, con voce tagliente. "Il tuo giudizio sul Ventesimo Congresso del PCUS, immediatamente! Svelto! Il tuo giudizio, subito!"
Aaron Dušanskij si era immaginato un viaggio completamente diverso.
Quell'inizio non era affatto incoraggiante.
Aaron aveva sperato, non appena era salito a bordo e si era rannicchiato al suo posto, che sul tavolo sarebbe comparsa della pancetta affumicata, una bottiglia, una chitarra e cipolle verdi: così, tanto per rompere il ghiaccio, visto che era entrato a far parte di una delegazione ufficiale in Polonia, forse l'unica della sua vita.
"Tè?" chiese un'attendente, molto somigliante al comico Fernandel, materializzatasi nello scompartimento.
"Per me dell'acqua bollente", disse la donna. Non aveva sollevato una sola volta lo sguardo dal lavoro a maglia da quando erano partiti.
"Cos'è che vuoi?"
"Acqua".
"Cosa? Cosa?"
"Acqua bollente".
L'attendente scomparve.
Le ruote del treno continuavano a sferragliare.
"Il comunismo è la più alta costellazione possibile delle relazioni economiche di una società", attaccò il giovane con gli occhiali che se n'era stato zitto fino a quel momento. Parlava con un lieve accento lettone e portava appuntata al bavero la spilla dei Giovani Comunisti. "La prima fase del comunismo è una società socialista; la seconda e più alta fase vedrà una società completamente comunista. La seconda fase conduce a una società nella quale i mezzi di produzione appartengono al popolo e dove c'è completa uguaglianza sociale. E questo conduce all'adempimento del principio: 'Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità'. In una società totalmente comunista, le essenziali ineguaglianze sociali, economiche e culturali nella vita quotidiana delle persone, in città come in campagna, svaniranno. Il lavoro non sarà soltanto un mezzo di sopravvivenza, ma diverrà un vero atto di creazione. I legami familiari saranno mondati dal calcolo materiale e si fonderanno semplicemente su amore, amicizia e sentimenti umanitari. Un alto livello di coscienza, operosità, creatività e impegno per il benessere sociale saranno le qualità intrinseche delle persone che vivranno in una società comunista".
"Il tuo tè", disse l'attendente, che si era catapultata nello scompartimento e adesso voleva appoggiare il bicchiere sul tavolo. "Sono tre copeche".
"Non ho ordinato nessun tè", disse accigliata la donna sferruzzante. Dimentica dei suo lavoro a maglia, stava ascoltando attentamente il giovanotto con gli occhiali.
"Bevilo comunque".
"Non lo voglio".
"Sì, invece".
"Dopo la creazione di una società comunista mondiale", continuò il miope figlio degli anni Sessanta, "lo Stato non sarà più necessario; al suo posto prenderà forma un auto-governo comunista societario. La gestione da parte del popolo verrà sostituita dalla gestione da parte delle cose, da un sistema con basi scientifiche di produzione e organizzazione, nonché di conduzione degli affari sociali".
Il treno aveva rallentato e ora procedeva a passo d'uomo.
"La creazione di una società comunista sovietica perfetta è un obiettivo pratico per il popolo sovietico", disse il giovanotto con una voce che non rivelava alcuna traccia di dubbio. "Il PCUS, al suo Ventiduesimo Congresso, ha approvato un programma che prevede varie fasi di implementazione di questi obiettivi. È stato previsto che nel 1961-1970 aumenterà il livello generale di benessere dei lavoratori. Nel decennio successivo l'obiettivo più importante sarà portare l'elettricità in tutto il Paese. Tutti i cittadini disporranno di beni materiali e culturali a sufficienza; la società sovietica attuerà completamente la divisione dei beni secondo le necessità e subentrerà una graduale transizione verso la proprietà collettiva. La creazione di una società comunista nell'Unione Sovietica è una componente della creazione di società comuniste in tutte le nazioni del mondo che aderiscono al sistema socialista. Lo sviluppo di società socialiste all'interno di un unico sistema mondiale socialista creerà le condizioni perché questi paesi abbrevino la loro fase di sviluppo socialista e offrirà loro la possibilità di passare a un sistema comunista durante un lasso di tempo più o meno uguale contenuto in un'unica epoca storica."
Quando il giovanotto tacque Aaron Dušanskij non ebbe niente da aggiungere.
Il tempo era trascorso in maniera impercettibile. Il treno si era fermato a Grodno, nella fraterna Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia.
Udirono il fracasso delle porte scorrevoli. Le guardie di confine salirono sulla carrozza con i loro pastori tedeschi, che saltarono sul treno con le code già abbassate. Poi sarebbero arrivati i doganieri.
"Tutti fuori dallo scompartimento!" li istruì un ufficiale armato di pistola che indossava un berretto verde. "Rapidi! Rapidi! Rapidi!" ordinò.
E i membri della delegazione ufficiale diretti in RPP obbedirono, lasciando che un pastore tedesco privo di museruola entrasse per primo nello scompartimento.
I delegati si strinsero nell'angusto corridoio della carrozza. Aaron Dušanskij fu sorpreso di sentirsi in colpa. Perché? Non lo sapeva. Aspettava il verdetto, paralizzato, spiando curioso con la coda dell'occhio mentre il cane annusava le lenzuola e le guardie ispezionavano meticolosamente le cuccette, bussavano sui finestrini, aprivano e chiudevano cose alla ricerca di clandestini (spie) sulle reticelle portabagagli, sotto il pavimento, nelle lampade e nell'impianto dell'altoparlante.
"Ai vostri posti!" ordinò l'ufficiale quando l'ispezione preliminare fu terminata. "Rapidi! Rapidi! Rapidi!" urlò a quelli che si attardavano.
Dušanskij ritornò al suo posto accanto al finestrino e aspettò.
Non osava guardarsi troppo attorno.
"Preparate i documenti!" urlò una voce stridula che sentirono arrivare dal gabinetto.
Aaron Dušanskij cominciò a chiedersi se non avesse dimenticato il proprio. No. Le autorità competenti gli avevano rilasciato un passaporto per viaggiare all'estero. Per qualche motivo gli cominciarono a tremare le mani. Per evitare di tradirsi, Dušanskij mise il passaporto sul tavolo e infilò le mani sotto le natiche.
"Bene, bene, tutto in ordine", osservò Aaron con una sfumatura di ironia. "Molto rigoroso, anzi", disse cambiando tono, essendosi improvvisamente reso conto di aver menzionato in modo irriverente le austere convenzioni sull'attraversamento dei confini tra la Repubblica Socialista Sovietica di Lituania e la Repubblica Popolare di Polonia.
I suoi compagni di viaggio mantennero uno sguardo inespressivo, e probabilmente non erano meno nervosi di Dušanskij. Nessuno fiatò.
"Avete compilato la dichiarazione?" domandò l'attendente che si era precipitata nello scompartimento.
"Sì, naturalmente".
"Cosa?" disse Dušanskij, confuso.
"Il modulo della dichiarazione", disse la donna, scoprendo i denti.
"Intende il mio passaporto?"
"Mio caro cittadino, gliene ho dato uno".
"Me ne ha dato uno?"
Dušanskij cercò un po' di appoggio morale tra i suoi compagni di viaggio, i quali fecero finta di nulla. Perfino il generale evitò di guardare Aaron negli occhi.
"Una dichiarazione come questa", disse la donna, irritata, strappando senza tanti complimenti un foglio di carta dalle mani della sferruzzatrice e sventolandolo sotto il naso di Aaron.
"Io non l'ho ricevuta", disse Dušanskij, alla disperata ricerca di scuse.
"L'hanno ricevuta tutti tranne lei?"
"Forse è caduta", disse lui, cominciando a cercarla sotto la cuccetta.
"Non si muova! Non tocchi niente!" lo ammonì l'attendente. "Mani sul tavolo! Sono costretta a comunicare questo fatto all'ispettore capo". E fece per andarsene.
"Forse non è necessario… Non mi butti giù dal treno", implorò Dušanskij. "Sono un difensore del popolo… È la prima volta che… Non volevo… È colpa mia… Mi rammarico… Mi perdoni, non dica niente. Lo compilo subito, basta che mi dia un modulo", supplicò Aaron, tremante.
"Sono numerati. Non ho il permesso di farlo".
"Lo compilerò secondo il regolamento. Farò qualsiasi cosa", disse Dušanskij, che aveva ormai cominciato a perdere ogni parvenza di dignità.
"Cosa succede qui?" abbaiò un impassibile funzionario delle ferrovie apparso sulla scena; molto arrabbiato, era, e piccolo come un elfo.
"Signore, questo cittadino ha perso il suo modulo per la dichiarazione", disse l'attendente, denunciando Dušanskij senza batter ciglio.
"Prepari un'incriminazione".
"Non mi punisca".
"Cittadino, lei ha commesso un'infrazione. Questa è una zona di confine. Sa cosa facciamo con i trasgressori come lei?" Con un gesto da gangster il capotreno mise una mano sotto la giacca, facendo platealmente capire che anche lui era armato.
"Rimedierò", promise Dušanskij, disperando ormai di ricevere un modulo per la dichiarazione. "Sto andando in Polonia, a trovare i nostri amici della Repubblica Popolare di Polonia nell'ambito di una visita ufficiale", cominciò a blaterare, senza nemmeno cogliere il senso di quello che andava dicendo. "Ci sarà una conferenza accademica a Varsavia, e poi dei cori attorno al fuoco in serata. Hanno detto che ci porteranno da qualche parte nei pressi di un lago. Io ho l'incarico di tenere un discorso nella sauna. Porto una corona per Lenin… "
"Discorso? Corona per Lenin? Membro di una delegazione ufficiale?" disse l'ispettore, a un tratto tendendo le orecchie. "Qual è il suo cognome?" Estrasse una cartelletta e cominciò a scorrere la lista dei passeggeri.
"Dušanskij. Aaron Dušanskij."
"Dušanskij. Dušanskij. Dušanskij."
Con fare sospettoso, l'ispettore fece scorrere il dito sull'elenco dei passeggeri.
"Compagno Dušanskij, le mie scuse", disse quando trovò il cognome, cambiando improvvisamente contegno e diventando cordiale, di una cordialità quasi melliflua. "È per colpa di questi turisti della Repubblica Democratica di Germania che si è fatto tutto più confuso", disse giustificandosi, e tirò un sospiro colpevole. "Mi perdoni. Si è trattato di un equivoco. Nastja! Anastasija!" urlò all'attendente che era sempre rimasta al suo fianco. "Ah. Eccoti!" Si rallegrò alla sua vista. "Nastuša, per cortesia, corri a prendere nel mio armadietto un nuovo modulo per la dichiarazione e portalo al Compagno Dušanskij. Basta che ti sbrighi. La prego ancora una volta, onorevole Amico Dušanskij, di perdonarmi. Mi scuso da parte della direzione delle ferrovie. Prometto che non ci saranno altri equivoci di questo tipo. Si è trattato di un errore, di uno spiacevole errore: lei è un veterano, un difensore, un delegato, un partigiano, il marito di Odette Raslan, presto membro del Comitato Centrale… "
"Ispettore, un passeggero ha tentato di aprire un finestrino nella quarta carrozza", l'attendente informò il suo superiore, mascherando a stento la propria soddisfazione.
"Chiama il 'Terzo'. Informa subito l'ufficiale dell'unità cinofila in servizio. Vado... Preparatemi il giubbotto antiproiettile", disse l'ispettore abbandonando di corsa lo scompartimento.
Dušanskij compilò rapidamente il modulo di dichiarazione doganale. Era così agitato che gli tremavano ancora le mani, sicché la sua calligrafia era tutta sghemba e le parole "Sì" e "No" risultavano illeggibili.
Da qualche parte, nelle vicinanze, si udì il ringhio di un animale.
Poi uno sparo attutito.
"Cittadino, alza un po' di più il mento", ordinò la guardia di frontiera che era appena entrata nello scompartimento, confrontando la foto sul passaporto con l'originale. "Lo trovi divertente?" domandò quando si accorse che Dušanskij stava sorridendo insulsamente. "Ti faccio vedere io una cosa che ti farà ridere", promise dopo aver timbrato il passaporto. "Fa' buon viaggio", gli augurò restituendogli il documento.
"È tutto? Abbiamo finito?" disse Dušanskij, guardandosi attorno.
Nessuno era disposto a dare spiegazioni.
Silenzio tombale.
"Forse possiamo andare a fumarci una sigaretta?" disse, trattenendosi a fatica. "Io vado", disse Aaron, fradicio di sudore ma facendosi coraggio.
"Dove vai?" urlò l'ufficiale, evidentemente intenzionato a far fuoco, quando Dušanskij mise il naso fuori dallo scompartimento. "Cos'è, siamo stanchi di vivere?"
"Posso andare a fumare?" disse Aaron, con l'aria di uno che senza una sigaretta sarebbe morto.
"Ritorna al tuo posto", disse ad Aaron la guardia di confine, spingendolo da dietro con il calcio del fucile automatico.
"Non si può neanche andare a fumare una sigaretta", protestò Dušanskij, sorpreso ma enormemente spaventato. Sentì un sussulto sordo tra le scapole. Ma no, in cuor suo non poteva biasimare nessuno. Decise invece di darsi una calmata.
Dal finestrino vide che sul marciapiede si era fermata un'ambulanza.
Dalla carrozza vicina portarono fuori una lettiga con un corpo coperto da un lenzuolo bianco. La caricarono sull'ambulanza.
Un gruppo di ufficiali sciamò giocosamente sul marciapiede. Sembrava che si stessero scambiando le impressioni sull'incidente. Perfino il pastore tedesco scodinzolava, leccando la mano di un ufficiale e prendendosi le lodi.
Non passò molto che arrivò l'ufficiale doganale. Nello scompartimento di Dušanskij entrò una donna. Era piuttosto bella, attraente, la figura non sciupata dalle gravidanze. L'uniforme marrone si intonava perfettamente ai capelli biondi e ricordava il colore delle feci di un neonato. Aveva un'aria sbrigativa e severa da comandante.
L'ufficiale doganale, a quanto pareva, aveva trovato da ridire su qualcosa. Continuava a leggere e rileggere le dichiarazioni. Poi si tolse gli occhiali ed esaminò uno dei documenti con la lente di ingrandimento.
"Sei tu il cittadino Dušanskij?"
"Sì".
"Tutti fuori, prego", ordinò agli altri passeggeri.
Fece scorrere le porte dello scompartimento e le serrò.
"Bene, bene, cittadino, cos'è che mi racconti?" disse a Dušanskij dopo una pausa che lo raggelò. "Sto aspettando".
"Io?"
"Vuoi mostrarmelo di tua iniziativa, oppure...?"
"Sta tutto scritto nel modulo", disse Aaron, indicando la dichiarazione. "Tutto, tranne il portasigari d'alluminio".
"Che cosa, oltre ai tuoi oggetti personali, stai trasportando oltre il confine di Stato?"
"Niente", rispose, stringendosi nelle spalle.
"Hai anelli d'oro? Orologio, macchina fotografica?"
"No".
L'ufficiale doganale concentrò ora tutta la sua attenzione sul passaporto di Dušanskij.
"Non hai figli", osservò con rammarico.
"Sono solo seccature".
"Sì, sì, chiaro, creature tremende," disse la donna continuando a ispezionare il passaporto. "Va bene", disse alzandosi dalla cuccetta. "Togliti i pantaloni".
"Qui?"
"Anche le mutande".
L'ufficiale doganale gli esaminò con dita esperte la zona attorno ai testicoli.
E la virilità di Dušanskij non diede adito a sospetti.
"Chinati. Più giù", disse, e gli ispezionò l'ano. "Cittadino, rilassati", disse mentre vi faceva luce con una torcia.
E neanche lì trovò merce di contrabbando.
Era delusa. Non lo salutò nemmeno, si limitò a scomparire.
"Forse è un bene", pensò Aaron mentre si riabbottonava i pantaloni. "È un bene che il confine della RSSL sia sorvegliato così scrupolosamente. Dopo tutto non mancano certo i farabutti, i mascalzoni e i sabotatori. Basti pensare all'America, per esempio: là picchiano ancora i neri, e hanno appena ucciso il Che Guevara in Bolivia... "
E invero l'atteggiamento responsabile nel garantire la sicurezza dei confini di stato poteva solo essere lodato. Dušanskij non aveva niente di cui lamentarsi, anzi, il contrario: era fiero dell'ordine quasi perfetto che regnava.
Dopo l'ispezione Aaron aveva la gola pericolosamente secca.
Fu solo allora che si ricordò che sotto la dentiera nascondeva dieci dollari ricevuti da lontani parenti (stranieri e Traditori della Patria!) di Santa Monica, che avevano spedito i soldi a Odette attraverso un rabbino della sinagoga.
Aaron sapeva molto bene che la punizione per il possesso o il traffico di valuta illegale era spesso la morte per fucilazione. Ma Odette aveva minacciato di uccidersi impiccandosi a un attaccapanni se non avesse ricevuto quei regali.
Aaron era terrorizzato all'idea di nascondere e trasportare le banconote, ma sua moglie desiderava così tanto la parrucca e tutto il resto.
A Sokulka le carrozze furono tolte dai binari per sostituire una ruota.
Dušanskij, adesso che si era calmato, decise che era il momento di andar di corpo e di controllare le condizioni dei dollari sotto la dentiera per accertarsi che non si fossero inzuppati.
Sfortunatamente il gabinetto della carrozza era chiuso a chiave.
Si rese conto che la sua situazione era disperata.
La sofferenza di Dušanskij divenne presto insopportabile. Gli sembrava di non essere in grado di trattenersi un altro momento.
Ritornò nello scompartimento, afferrò la bottiglia d'acqua minerale della sferruzzatrice e si allontanò in fretta senza dare spiegazioni.
Si scolò tutta l'acqua in un sol colpo e posizionò la bottiglia vuota nei pantaloni, defecando gioiosamente dentro il collo stretto, anche se non fu del tutto accurato nei movimenti. Era comprensibile: stava in piedi aggrappato con una mano alla porta della vettura nell'eventualità che potesse entrare un membro della delegazione.
Dopo essersi pulito con un pezzo di carta si sentì sopraffatto dal sollievo. La sua vita poteva continuare, spensierata. Lasciò nel corridoio la bottiglia da mezzo litro di minerale Boržomi riempita fino all'orlo.
"Bene, si va", disse Dušanskij, battendo le mani non appena l'ultimo degli ufficiali doganali lasciò la carrozza.
"Dopo la creazione della società socialista, le inconciliabili ineguaglianze di classe furono rimpiazzate da un'unità politica morale", riattaccò il giovanotto con gli occhiali, "il suo fondamento economico fu la proprietà socialista; il suo fondamento politico, la democrazia socialista".
"Gli abitanti cominciarono a essere coinvolti in misura sempre maggiore nel governo dello stato e nella gestione della vita culturale ed economica", disse il generale mortalmente pallido, che si era unito alla discussione dopo essersi messo un tranquillante sotto la lingua.
"Dalle condizioni del sistema sovietico sorse un nuovo essere umano, il creatore del socialismo", concluse la donna, che aveva ripreso ancora una volta a sferruzzare.
"Agli inizi degli anni Cinquanta, la Lituania e le altre repubbliche sovietiche entrarono nella fase finale dell'instaurazione del socialismo: la vittoria completa del socialismo e il passaggio dalla dittatura del proletariato alla sovietizzazione dello stato. Alla fine del periodo di transizione non ci furono più segni specifici della fase di sviluppo socialista, con l'eccezione di aspetti minori e del tutto secondari. La Lituania cominciò a svilupparsi secondo le leggi generali, comuni a... "
Il treno correva ora brioso attraverso la Repubblica Popolare di Polonia.
Crepuscolo.
Da qualche parte, a Ovest, dopo aver fatto visita all'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, il sole calava, brillando in tutto il suo rosso splendore.
(Per gentile concessione del magazine The Vilnius Review)
Testo segnalato da: Buràn
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